27 febbraio 2014

The Act of Killing

E' già Ieri -2012-

Lo scorso anno agli Oscar nella categoria miglior documentario aveva trionfato quel piccolo gioiellino di Searching for Sugar Man, apprezzatissimo da queste parti e che è riuscito a risvegliare la passione per il genere rimasta sopita a lungo.
Per arrivare preparata all'ormai imminente consegna delle statuette, la visione di quello che già si annuncia come il vincitore -dopo aver fatto incetta di premi e onorificenze per tutto il mondo- è stata quindi d'obbligo.
Una visione non facile, e non tanto per la versione uncut della durata di 159 minuti, ma per i temi trattati e per come questi vengono esposti.


Joshua Oppenheimer segue infatti alcuni gangster indonesiani che negli anni 1965-66 sono stati ingaggiati dal governo per compiere vere e proprie stragi, uccidendo e seviziando innumerevoli "nemici di stato" cinesi o semplicemente etichettati come comunisti.
I loro crimini sono rimasti impuniti, questi vecchietti all'apparenza innocui sono liberi di girare per strada, liberi di andarsene come nulla fosse successo per i centri commerciali. Questa loro "normalità" stride con il loro passato, che Oppenheimer chiede loro di ricreare, seguendoli così nella realizzazione di un fillm che esalti le loro gesta eroiche, che giustifichi i loro crimini.
Le loro velleità artistiche -in particolare quella di Anwar Congo- li porterà così a reinscenare interrogatori e uccisioni ispirandosi a generi (western, mafia movie...) che per primi avevano ispirato all'epoca la loro crudeltà.


In questo continuo rimando tra finzione e realtà, il documentario si spinge oltre la semplice ricerca e la semplice registrazione dei fatti, portando i protagonisti -o almeno uno di loro- a fare i conti con la propria coscienza, mettendo in scena i loro stessi incubi, spingendoli così a una catarsi.
Oppenheimer registra silenziosamente gli sguardi compiaciuti durante le ricostruzioni, soffermandosi proprio sulle reazioni emotive, sugli improvvisi cedimenti, sui dubbi che a poco a poco iniziano ad affiorare.
Si assiste così a uno spettacolo crudele e insensato di cui questi gangster vanno ben fieri, incesato pure dalla TV di Stato, luogo di un'intervista ai limiti dell'assurdo, che ancora giustifica ed esalta questi barbari massacri e l'ancora numerosa Gioventù di Pancasila.
Uno spettacolo che ha ragione di esistere, e di essere visto, non solo per conoscenza ma soprattutto per come Oppenheimer tiene le fila del suo lavoro: anche grazie ad un montaggio che fa incrociare gli opposti, arriva ad essere lui stesso, il regista, a far affiorare una coscienza, a smuovere dopo anni qualcosa che si era ormai sedimentato, rendendo così il suo documentario un cinema-verità che supera i limiti del genere.


10 commenti:

  1. VIncitore probabilissimo della statuetta per il miglior documentario.
    Ne parlerò anche io appena dopo gli Oscar.

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    1. Verrò a leggerti, allora! E se ne avrò il tempo, darò una visione anche agli altri candidati.

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  2. sembra proprio una visioncina leggera leggera :)

    non so se mi emozionerà quanto sugar man, però prima o poi me un occhio glielo butto.

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    1. Direi che sono su due piani moolto distanti. Sugar man prende al cuore, qui allo stomaco.

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  3. Badiamo sempre poco ai documentari e questo non è bene...
    Indubbiamente farà pensare!
    Serena serata!
    ::))

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    1. Finiscono sempre nel fondo della mia lunga lista, ma gli dedicherò più tempo a breve!
      Buona giornata cara Nella!

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    1. Come ho scritto, è una visione necessaria.

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  5. Qui si vede una forma di cinema dalla potenza dirompente, che distrugge per curare, realizzato da un regista che gira un film sugli assassini lavorando con degli assassini che recitano in un film che parla di assassini, dissacrando ogni genere conosciuto...

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    1. Un documentario a più strati, che sconfina e lascia ogni limite registrando una verità e una trasformazione di questa.

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