3 settembre 2014

Venezia 71 - A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence | Le Dernier Coup de Marteau | Bypass

I due film in concorso di oggi hanno gran poco in comune: stralunato e a suo modo irresistibile il primo, più intimo e drammatico il secondo.
A seguire, il passo falso inglese nella sezione Orizzonti.

A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence
Prima di iniziare a parlare del film di Andersson c'è da fare una piccola precisazione: ho perso i minuti iniziali. Già, causa tempi non sincronizzati tra le sale, e la distanza tra le due, dei 39 quadri che compongono A pigeon(...) sono andata a perdermi forse quelli più interessanti, che raccontavano diversi incontri con la morte.
Questa mancanza, per quanto le lacune siano state colmate a voce, non mette però in discussione la visione del resto della pellicola, che mantiene gli stessi toni surreali e non sense per la sua intera durata.
Nelle scene seguenti, infatti, andiamo a conoscere due fratelli altamente depressi e depressivi che... cercano di vendere porta a porta scherzi da carnevale e da ufficio, dandosi la missione di divertire il prossimo. Personaggi stralunati che non possono non far sorridere, li ritroviamo spesso lungo il film assieme all'altro leitmotiv, la frase pronunciata al telefono in cui si è felici che tutti stiano bene. Ma c'è spazio anche per scienziate impassibili, bariste caritatevoli e bariste avvenenti, nonché salti storici, con le truppe di Carlo XII che irrompono in un pub per ordinare un'acqua minerale e andare al bagno.
Nel surrealismo che compone questi quadri, si staglia una cura tecnica stilosa, con la macchina da presa statica nella sua posizione, che riprende tranche de vie ingrigiti e color seppia, ad aumentare, se possibile, la sensazione di povertà e di asetticità dei protagonisti.
L'ironia continua, l'onirismo delle situazione, vanno a comporre così un film decisamente particolare, il cui titolo riprende quello di una poesia che non sentiremo mai declamare, come se, godianamente parlando, si restasse sempre in attesa.


Le Dernier Coup de Marteau
Come già con Sivas, la sensazione è quella di vedere un racconto breve su schermo, e non solo per il minutaggio complessivo del film (82 minuti).
Quello che Alix Delaporte ci racconta, è il momento in cui sotto più punti di vista, la vita di Victor cambia: il suo abitare in una roulotte potrebbe infatti terminare, perchè da un lato la madre, malata gravemente, ha deciso di tornare a vivere dai genitori, dall'altro perchè il ragazzo avrebbe la possibilità di essere preso da una scuola di calcio professionista.
Come non accade però in Terre Battue, dramma e sport si sorreggono bene, completandosi a vicenda assieme agli altri temi toccati, il primo batticuore per la vicina e l'incontro con il padre mai conosciuto, direttore d'orchestra che gli farà conoscere e apprezzare la musica classica.
Non si pensi sia troppa carne al fuoco, però, perchè tutto si bilancia, tutto si equilibra grazie a una sceneggiatura minimale che preferisce lasciar parlare lo sguardo e il volto intenso del giovane e bel protagonista Romain Paul, al suo esordio. La camera lo segue, lo scruta e ce lo mostra in tutti i suoi tentennamenti, nelle sue ribellioni di adolescente e di figlio.
Intimo e drammatico, Le dernier coup de marteau (il cui titolo è ispirato alla scelta che il direttore può compiere sulla sinfonia n°6 di Mahler) funziona, anche se, come alla maggior parte dei film in concorso visti finora, manca quel pizzico di coraggio o di originalità per essere davvero indimenticabile.


Bypass
English do it better, si è sempre sostenuto da queste parti.
Questa volta però gli inglesi sono bravi solo a rendere di un pessimismo e di uno sfortunato al limite del sopportabile la vita del protagonista Tim.
Un padre che lo ha abbandonato, una madre depressa che scappa di casa, un fratello in carcere per furto, una sorella a cui dovrebbe badare ma che non lo ascolta, una ragazza che rimane incinta. Come se non bastasse, Tim accumula debiti che portano al pignoramento dei beni, debiti con il ricettatore per cui lavora e con la banda nemica, e comje ciliegina sulla torta i medici gli diagnosticano una malattia grave che comporta nausee continue, emicranie ed epilessia.
Veramente troppo, vero?
Come Duane Hopkins non risparmia nulla al suo protagonista, così non risparmia nulla a noi spettatori, infarcendo di momenti onirici ma pesanti la sceneggiatura che ha già falle a livello di dialoghi.
Quello che poi il George MacKay riesce a salvare con la sua interpretazione fisica e sentita, e che anche l'adrenalina dell'azione risveglia, viene smorzato da un finale inutilmente buonista visto quanto sopportato finora, in cui visioni, sovraimpressioni e rallenti arrivano al loro limite.
Anche gli inglesi, quindi, sanno sbagliare.



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