8 settembre 2015

Venezia 72 - Abluka (Frenzy)


Era il giorno dei film pesanti ieri, dei film sui disagi sociali.
E qui ce ne sono parecchi, e sono tutti tra fratelli.
Siamo in una Istanbul che Istanbul non sembra, nella sua periferia triste e umida, in case che non riescono ad emanare calore.
Quando Kadir esce di prigione, corre subito a trovare il fratello minore, trovando un muro però ad accoglierlo: disperato, senza più moglie e figli scappati chissà dove, Ahmet rifiuta le sue visite, si nasconde.
Entrambi lavorano per la città, e se uno la ripulisce dalla sua immondizia, controllando scrupolosamente se ci sono tracce delle sostanze e dei pezzi utili a fabbricare le bombe che stanno devastando la città, l'altro abbatte senza pietà i numerosi cani randagi che scorrazzano liberi.
Per entrambi, l'isolamento e il lavoro, finiscono per logorarli, portandoli a quella pazzia che significa il titolo: Ahmet cercherà di salvare un cane, affezionandosi inaspettatamente, prendendolo a cuore, Ahmet prenderà a cuore il suo lavoro, sospettando di tutti e di tutto, scrivendo rapporti, vedendo come un fantasma quel fratello di mezzo sparito nel nulla 10 anni fa.
Sogni e allucinazioni si confondono, in tempi che si allungano e si appesantiscono, in una dramma folle dal quale non sembra esserci via d'uscita, se non nel sangue.
Si crea dell'angoscia vera, rafforzata dall'insistenza di un campanello, dal pericoloso abbaiare di un cane. E si finisce per essere allucinati noi stessi, per perderci dietro queste menti folli, dietro una costruzione del film che inganna.
Solido purtroppo non è, qualche sbavatura, anche a causa di protagonisti non eccelsi, c'è, e quindi questo Abluka finisce presto (si fa per dire, visto che la durata sembra il doppio di quella reale) nel dimenticatoio di questo Festival.

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