5 settembre 2016

Venezia 73 - My Art


Laurie Simmons è un'artista americana conosciuta e idolatrata. Fotografa, performer, attrice e anche regista, di due soli film, di cui questo è il secondo.
Da noi, però, Laurie Simmons è meglio presentarla come la madre di Lena Dunham, che qui brevemente, compare, per inquadrarla.

Siamo nella New York artistica e ricca, tra gallerie e installazioni contemporanee che risultano sempre poco comprensibili, poco artistiche.
Stella ha abbandonato quel mondo da tempo, non trovando più l'ispirazione, dedicandosi a frequentarlo di quando in quando, invidiando gli studenti che ha formato e che ora girano il mondo con le loro opere.
Quest'estate però, ha deciso di dare un taglio alla sua vita noiosa, di tornare a comporre e creare. Lo farà in una villa a cui deve badare in aperta campagna, dove farà amicizia con i giardinieri del posto e troverà finalmente la sua ispirazione, che attinge al passato, alla nostalgia, all'irripetibile.
Parte bene, My Art, con le frustrazione di una vecchia artista che non sapendo fare, insegna, con la sua fuga e il suo piano per rimettersi in sesto, in un ambiente che le è estraneo, con persone così diverse dai sofisticati e snob newyorchesi. Poi però il film si impantana, non trova la sua strada come invece fa Stella, mostrando troppo delle sue creazioni, di quel rifacimento di film indimenticabili in modo casereccio. Va bene uno, due, tre film, ma la seconda parte di My Art è fatta quasi esclusivamente di quell'Art, non riuscendo ad approfondire appieno i personaggi che ci sono stati presentati, lì dove si dovrebbe scavare.
Non aiuta una sceneggiatura piuttosto scarna, uno sviluppo assente, mentre a livello tecnico è tutto da chiarire se la Dunham si sia ispirata alla madre o viceversa vista la fotografia pulita e geometrica tipicamente indie, la colonna sonora altrettanto indie.
La sensazione è che il film sia un piccolo divertissement di un'artista che in realtà è quell'artista che gira il mondo e frequenta circoli snob che dice di invidiare, e quel finale, che arriva improvviso, spezzato e slegato, senza continuazione, ne è la conferma.

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