7 settembre 2016

Venezia 73 - Paradise


Se non sentivamo l'esigenza di un altro film sulla morte di John Fitzgerald Kennedy, Pablo Larraìn ha dimostrato con Jackie che invece qualcosa di nuovo e immenso c'era ancora da dire.
Se non sentivamo l'esigenza dell'ennesimo film sull'Olocausto, Konchalovsky non ci fa cambiare idea.
Spiace dirlo, di fronte a un progetto chiaramente toccante, ma la sensazione che ci si trovi di fronte a una pellicola ricattatoria prevale sulle emozioni che il regista vuole suscitare.

Cosa ci dice di nuovo Paradise che non sia già stato visto?
La corruzione delle SS, la loro crudeltà, i raggiri all'interno di un campo di concentramento, la crisi di coscienza che coglie anche i comandanti più preparati...
Difficile dire qualcosa di nuovo, difficile far sentire tutta quella sofferenza, tutto quel dolore, a confronto con Il Figlio di Saul, che sì, raccontava sempre quella storia, ma da un punto di vista nuovo, Paradise perde.
Paradise non si giustifica nemmeno dal lato tecnico, con un bianco e nero troppo pulito, e soprattutto con quegli interrogatori che semplici interrogatori non sono, che nel finale vorrebbero sorprendere ma non stupiscono, anzi, fanno cadere in un facile buonismo che il frame finale fatto di rallenti e fermo immagine sancisce.
Spiace essere così crudeli di fronte a una storia non troppo approfondita (quella degli immigrati russi internati per aver nascosto bambini ebrei allo sterminio), ma bisogna essere lucidi: non tutto funziona, anzi, e a salvarsi sono solo le storie, per quanto non originali, dei protagonisti.
Spiace essere crudeli soprattutto perchè, anche se di Konchalovsky ho visto solo The Postman's White Night, in concorso due anni fa, era logico aspettarsi un'umanità maggiore, meglio i silenzi e la natura, alle tante parole retoriche che poco lasciano.

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