3 settembre 2016

Venezia 73 -Spira Mirabilis


Sarà una recensione breve, perchè è difficile scrivere di Spira Mirabilis.
Lo è perchè prima di tutto è un tipo di cinema che non mi appartiene e che non è nelle mie corde: il cinema contemplativo, poetico fatto di immagini più che di parole, di esperienza più che di storia.
In film così, fatti principalmente di ottima fotografia e di ottimo montaggio, la mia mente vaga, pensa a tutt'altro, si estranea dal film e ne perde il filo, sempre che un filo ci sia.

Sono film che mettono a dura prova, che mettono alla prova pazienza e tenacia. La sala per la coppia D'Anolfi-Parenti, lentamente, si è svuotata, ed è un peccato, perchè solo chi è rimasto ha trovato un senso al racconto di quattro storie, di quattro ricerche, capendo anche il fil rouge che le unisce.
Dalle cave di marmo alle statue del Duomo, dallo strumento musicale alla sopravvivenza di un bambino, da un uomo che pesca e studia piccole meduse a una scoperta scientifica che ha del clamoroso, e infine le proteste degli indiani d'America chiusi nelle riserve.
Alla narrazione, invece, un testo tratto da Borges, che d'immortalità parla.
Ed è questa la chiave di lettura di un film che non è un film, di un documentario che non è un documentario: una visione sotto diversi punti di vista, tutti in divenire, in fase di creazione, dell'immortalità.
O almeno, così me lo sono spiegata io, che abituata alla semplicità di pellicole in cui non serve unire i puntini, mi trovo ignorante e poco propensa a simili visioni, che appesantiscono tutta la prima parte, annoiano e fanno perdere, per poi colpire nel finale, assestando ottimi colpi.

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