22 ottobre 2016

Mine

Andiamo al Cinema

Partiamo da quello che non va.
Non vanno i troppi cliché di cui è zeppa la trama.
Non va che come sempre, se il protagonista è un soldato, è un soldato con i fantasmi del passato a tormentarlo, con l'aria afflitta, con la coscienza pulita e una morale che mette a rischio l'intera missione.
Non va che come sempre il suddetto soldato lo si deve affiancare ad un altro soldato che a differenza non è emotivamente provato da una fidanzata che lo aspetta a casa, da una famiglia problematica ed è invece un duro, uno spaccone, tranne poi far trapelare sentimenti ed emozioni in fin di vita, facendocelo così rivalutare.
Non va soprattutto che nelle ricostruzioni di quel passato si mostrino sempre le stesse cose: vorrei lanciare una petizione per eliminare d'ora in poi tutte le scene di giovani coppie innamorate che imbiancano casa finendo per sporcarsi a vicenda, e vorrei che tutti i padri ubriaconi rappresentati nei film non avessero più lo stesso taglio di capelli arruffato, e una camicia che a quadri.
Ce la possiamo fare, d'ora in poi, ad essere un tantino originali?


Detto questo, passiamo alle cose positive.
Che in Mine ci sono, ma arrivano solo nella seconda parte.
Arrivano come una medicina, ed è proprio la strana sostanza che un uomo libero, un berbero, somministra al bloccato, al chiuso, all'imprigionato Mike a dare il via al miglioramento.
Da lì, dalla seconda parte, il film cambia, si smuove, diventa soprattutto bellissimo da vedere con una regia che sa il fatto suo intrecciando presente, passato e fantasia, in tagli di montaggio da applausi, in analogie che tengono con il fiato sospeso, ad ogni click, ad ogni inginocchiatura.
Ed è qui che -anche se quel passato è un'accozzaglia di cliché- ci si emoziona davvero.
Prima è solo un survival movie come già se ne sono visti, in cui si aspetta quel passo falso, quella mina che -nascosta sotto la sabbia- bloccherà il soldato Mike per 52 ore, in cui dovrà resistere alla tentazione di alzarlo, quel piede, di sperare in quel 7% di mine difettose, sopravvivere al caldo, alla sete, agli animali selvaggi, alle tempeste di sabbia, alla propria mente.
Ed è qui, che la regia fa la differenza.


Come già in Buried -da un lato- e 127 ore hanno dimostrato, pur bloccati in un unico ambiente, pur con il cast ridotto all'osso e con un solo protagonista davanti alla macchina da presa, l'azione può esserci. Ed inevitabilmente è quella che si svolge nella mente del protagonista, di Mike, i suoi tentativi di ingegnarsi, di aspettare come può per resistere, sopravvivere.
Le ore passano lente, si accavallano e si confondono, con una musica orchestrale fin troppo marcata, con un protagonista espressivo ma non certo ai livelli di un James Franco o un Ryan Reynolds.
E così i due Fabio danno il meglio di sé per farci vivere l'azione, per mostrarci quello a cui Mike pensa, tra allucinazioni e sogni ad occhi aperti.
E anche se nel finale si tira un po' troppo la corda, se il sentimentalismo e il buonismo prendono il sopravvento, non si possono ignorare quegli attimi di genialità, di regia al suo meglio che salvano così il film.
Certo, io, se fossi stata in Mike, alla faccia delle 52 ore avrei preferito rischiare con quel 7%, ma sarebbe un'altra storia, che sarebbe finita troppo in fretta senza raccontare metafore e analogie. Perchè se si è bloccati, se non si è uomini liberi, se quel passo ci ha portati lì, a fermarci, un motivo c'è sempre. Anche se è trito e ritrito.


Regia Fabio Guaglione, Fabio Resinaro
Sceneggiatura Fabio Guaglione, Fabio Resinaro
Musiche Luca Balboni, Andrea Bonini
Cast Armie Hammer, Tom Cullen, Annabelle Wallis
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6 commenti:

  1. Vedo che l'entusiasmo iniziale verso Mine si sta un po' smorzando, pian piano.
    Resto curioso, ma non troppo. E' il genere di film, come nel caso di Rovere, di cui dirò: bello, MA per essere italiano. :)

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    1. Sul fatto che sia italiano un po' te ne dimentichi vista la tematica e l'ambientazione, diciamo che superata la prima parte pesante e fatta di cliché, il film si risveglia e diventa salvabile.

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  2. Altrove se ne parla in maniera ben più entusiastica, qui parecchio di meno.
    A me queste pellicole survival alla Buried/127 hanno già stufato da un po', comunque un'occhiata penso giela darò...

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    1. Il problema è che lo sviluppo è sempre quello, soprattutto se di mezzo c'è il solito passato tormentato... un'occhiata la merita per come si "esce" dal deserto, quello sì.

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  3. Io ero scettico dall'inizio, sono contento di leggere qualcuno meno entusiasta.
    Non l'ho ancora recuperato, spero comunque di farlo a breve.

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    1. L'entusiasmo generale è più per la regia che per la storia in sé, che rispetto ad altri film poco aggiunge di nuovo. Una visione, per vedere cosa questi due italiani sono riusciti a fare, la merita lo stesso però.

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