25 gennaio 2017

Silence

Andiamo al Cinema

Silenzio.
Martin Scorsese è tornato.
E torna non solo dopo quel trionfo che fu The Wolf of Wall Street, ma torna con un film che aspetta di girare da 28 anni.
Silenzio, però.
Perché se con DiCaprio ci ha entusiasmato con toni e ritmi sfrenati, con vortici della sua macchina da presa da applauso, qui regna il silenzio.
Il silenzio di un tema importante, profondo, difficile da gestire e da raccontare.
La religione.
Silenzio, allora, facciamo silenzio.
Siamo in Giappone, siamo a metà del 1600 con i gesuiti impegnati nell'opera missionaria di convertire il mondo, passo dopo passo, fino in Giappone, trovando milioni di persone pronte ad accogliere Dio e Gesù Cristo, ma per questo osteggiate, torturate, da un governo che vede in questa nuova religione un nemico da abbattere, da fermare, a suon di torture, di riconversioni forzate, di morte.


Silenzio.
In Giappone, allora, si prega in silenzio, ci si riunisce di nascosto, al buio, come dentro catacombe, come a fuggire i sanguinolenti romani.
È qui che sbarcano i padri Rodrigues e Garupe, alla ricerca della verità, della smentita di quelle voci che vogliono il loro maestro, padre Ferreira, aver rinunciato alla sua fede, aver lasciato il cristianesimo per abbracciare il buddhismo.
Nascosti, in pericolo, i due inizieranno le loro ricerche, incontrando più che ostacoli fisici, ostacoli morali, scontrandosi con credenti, con cristiani, diversi da loro, pronti al martirio, pronti al sacrificio, per l'altro, per abbracciare Dio e il "Paraiso", più attenti agli oggetti, alle reliquie e alle icone, all'avere dei veri preti con cui pregare.
Silenzio, però.
Perché la questione religiosa in Silence è spinosa, è difficile liquidarla in poche righe, pregna com'è di riflessioni, di metafore pure, sull'oggi, ovviamente.
Sono modi diversi di credere, sono il nuovo e il vecchio che si scontrano, sono l'egoismo e l'eccesso che si affrontano. Ma c'è la vita di mezzo, c'è la tradizione, la cultura di un popolo.
E così, più vole ci si ritrova dalla parte dei giapponesi, nella loro terra arida e fangosa dove le radici del cristianesimo difficilmente attecchiscono. Sono più ostinati e crudeli loro, i giapponesi, che il diverso lo vogliono sradicare a suon di crocifissioni, o sono più crudeli, ostinali, i gesuiti, a vedere solo nella loro parola la salvezza, a costo della vita altrui?
Di mezzo, quindi, c'è anche una violenza inaudita, ci sono condanne e sentenze, solo per un'idea, per un'appartenenza, non accettata e per questo repressa.
Silenzio, allora.
Non si può che fare silenzio per cercare di capire, tacendo, una pagina di storia non così conosciuta, una pagina di storia che -con religioni e appartenenze diverse- ancora non si è fermata e ancora e ancora si ripete.


Silenzio, però, non si può fare di fronte a un film che limiti ne ha.
Non in quel lato tecnico dove Scorsese si dimostra il maestro che è, con un fotografia giustamente nominata agli Oscar, con quelle nebbie, quei fuochi, quelle onde, che si sentono, quel freddo che penetra le ossa, quelle scene splendide in cui la macchina da presa corre, insegue, osserva dall'alto una barca splendida, entra nelle fiamme.
Silenzio non si può fare, dicevamo, di fronte a un Andrew Garfield decisamente non in parte, e non per quella sua espressione perennemente accigliata, schifata, che non gli sopporto, ma per un'inesperienza, un'inadeguatezza, che non gli permette di reggere il ruolo, il film.
Troppo brevi, invece, le parti di Liam Neeson e di Adam Driver per lasciare un effettivo segno.


Silenzio non si può fare, soprattutto, sulle parole.
Su quei dialoghi che nel silenzio di Silence si stagliano, in confronti che dovrebbero essere centrali e finiscono per non aver peso. Non per quello che le parole dicono, ma per come lo dicono.
Ci si perde, dentro, per una mancanza di grinta, forse, di forza, certo. E non è questione di lunghezza (anche se i 160 minuti sono decisamente dilatati e impegnativi), è questione di ritmo, che in quelle parole manca.
Un esempio? Prendete quel lungo dialogo tra un Bobby Sands -Fassbender- e padre Dom -Liam Cunningham- in Hunger, lì, nemmeno la macchina da presa si muoveva per 18 minuti, lì, però, l'attenzione, la tensione, l'importanza, erano così palpabili che si faticava a respirare.
In Silence, dove regna il silenzio, regnano le urla disperate dei martiri, quando entrano in gioco le parole, quando maestro e allievo arrivano al confronto, quando le due culture si scontrano, questa tensione, questa forza, questa importanza, non si sentono.
Silenzio, allora.
Non si può che fare silenzio di fronte a un film che perfetto non è, un capolavoro nemmeno (e vi prego, basta usare questa parola), ma che nei suoi limiti è importante, e invita alla riflessione e alla riflessione porta.
Silenzio, infine, perché aprire la mente alle contraddizioni, alla riflessione, appunto, non è da tutti.


Regia Martin Scorsese
Sceneggiatura Jay Cocks, Martin Scorsese
Musiche Kim Allen Kluge, Kathryn Kluge
Cast Andrew Garfield, Adam Driver, 
Liam Neeson, Yōsuke Kubozuka
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Hunger, Mission

15 commenti:

  1. Considera che io ho patito molto anche The Wolf of Wall Street, o Hugo Cabret...
    Scorsese lo trovo molto faticoso. E qui, tra il tema che non mi interessa e la durata, lo vedrò non so quando e in comode rate mensili. Perché di martire già c'è Garfield. :)

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    1. La predisposizione è necessaria per non patirlo, se già parti così, sì, le comode rate sono il minimo...

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  2. A me Garfield è piaciuto molto, così come Neeson. Lo stesso vale per i dialoghi, soprattutto l'ultimo tra questi due personaggi a mio avviso vale da solo il prezzo del biglietto.
    Ma forse sono di parte, ché io Scorsese lo amo :)

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    1. Pure io lo amo, ma proprio in quegli ultimi confronti non è arrivata la scintilla: mancava ritmo, corpo, soprattutto dopo una prima parte così densa. Oltre a Hunger, posso citare pure un Doctor Who politico: ci vogliono le parole giuste, il giusto incalzare. Qui, sempre a mio avviso, mancavano.

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  3. L'ho trovato deludente, uno Scorsese per me quasi irriconoscibile a causa dello scarso ritmo che gli hai imputato anche tu e per certi passaggi che avrebbero meritato maggiore approfondimento. Peccato, perché l'argomento (proprio perché poco conosciuto) era molto interessante, ma in pratica se ne parla solo nell'ultima mezz'ora con l'incontro tra i due occidentali e la testimonianza del mercante olandese. Peccato.

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    1. La prima parte è sicuramente più riuscita, in cui ci scontriamo con quella cultura diversa che ha abbracciato la nostra religione. Poi, dall'incarcerazione di Garfield, ci si perde, in ripetizioni, in confronti senza forza. Non è certo lo Scorsese che piace a me.

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  4. mi sa di lentissimo...
    e temo ovvierò per ben altre visioni

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    1. Come ho scritto a Ink, bisogna essere predisposti e pronti a una visione non certo leggera, non certo veloce, e pensa che anche se io lo ero, un po' l'ho patito vista la durata.

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  5. Un film che ha un sacco di limiti, ma soprattutto un sacco di noia.

    E poi Liam Neeson, Andrew Garfield e Adam Driver nella parte dei preti gesuiti portoghesi? Ma che davvero?

    Martin, questa volta hai cannato alla grande.

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    1. Martin ha decisamente sbagliato casting, strano, da parte sua... Preferivo avere un Adam Driver protagonista, invece defilato dice un gran poco. Garfield non riesco a farmelo piacere, e qui non sembra proprio a suo agio.

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  6. Per una volta, mi consentite di essere polemico?
    Io davvero non capisco come si possano rivolgere certe critiche a questo film... e mi chiedo se chi lo critica lo abbia visto davvero (non dico a te, Lisa, ci mancherebbe!). Come si fa a dire che questo film è noioso? Come si fa a dire che è lento, che non ha ritmo? Si potrà dire, al limite, che gli attori, specie Garfield, non sono in parte (e va bene), si potrà dire che il doppiaggio italiano appiattisce le differenze linguistiche (e va bene), si potrà dire (anche se non sono d'accordo, Lisa) che la sceneggiatura non coinvolge più di tanto...

    ma dire che è noioso, no.

    I 161 minuti di lunghezza scorrono via in un attimo, non te ne accorgi neppure. Io ho perfino maledetto l'intervallo tra i due tempi tanto è fluido lo scorrere della narrazione. Non so se sia un capolavoro, so che è un film ENORME per portata storica e per le riflessioni che stimola. E so che il 99% dei titoli che si giocheranno l'Oscar il prossimo 26/2 sono di gran lunga inferiori a Silence. Per ora mi fermo qui, sperando di poter scrivere presto qualcosa appena avrò riordinato le idee.

    E scusatemi per l' "irruzione"... ma stavolta non ce la facevo proprio a non intervenire!

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    1. Lo scrivo anche a te, senza vena di polemica: bisogna essere predisposti per un film simile, per la sua durata, per come si sviluppa. In sala qualcuno se n'è andato, qualcuno si è addormentato, e pure io nella seconda parte -la meno riuscita- ho faticato. Il tempo è un fattore soggettivo, purtroppo e per fortuna, quindi fidati che quei 161 minuti a me non sono volati.

      Nonostante questo, non posso dirlo noioso, non riuscito del tutto sì, soprattutto per i limiti del casting e di sceneggiatura: i dialoghi finali mancavano di ritmo, di coinvolgimento, mi ci sono persa più volte, e io che ai dialoghi tanto tengo, lo reputo l'errore più grave. Questo non toglie importanza al film, che porta a riflettere e a discutere e a interrogarsi.. ma onestamente, e per ovvi gusti personali, non posso dire che sia il tipo di cinema che piace a me o superiore a quel La La Land candidato agli Oscar, per quanto paragonarli mi sembra in primis un'eresia.

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    2. Concordo sul fatto che ci voglia predisposizione... però se siamo blogger cinefili questa predisposizione, almeno noi, dovremo avercela un po' tutti. Capisco lo spettatore sprovveduto che compra il biglietto a scatola chiusa, pensa di vedere un film di fantascienza e se ne va stizzito con il beverone e i popcorn in mano... però da uno che scrive di cinema, seppur super-dilettantescamente, proprio non capisco come possa definire "noioso" questo film. Comunque la chiudo qui, e chiedo scusa se qualcuno si è risentito... non porto rancore per nessuno, davvero! :)

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  7. Mi sento di concordare con Kris.
    Film importantissimo per tematiche e tecnica, che io non ho patito nemmeno per un secondo.
    Punti di vista, comunque.
    Come con la Fede.

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    1. Esattamente: predisposizione, gusti, punto di vista... lo so per prima che non è questo il tipo di cinema che mi appassiona, e anche per questo quei limiti li ho visti e li ho trovati.

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