3 giugno 2018

La Domenica Scrivo - Giardinaggio (di pollici verdi, di filosofie, di lezioni)

Il primo giardino l'ho avuto a 19 anni.
Se abiti in centro storico, se hai un bar, le possibilità di avere il tuo angolino verde non sono molto alte. Ma sopperivo alla mancanza con scampagnate su per un castello e il suo parco -cosa che mi fa sempre chiedere quanta fiducia in me e nel mondo avessero i miei genitori e un po' tutti i genitori 20 anni fa-, o con i fine settimana in campagna e al parchetto con i nonni.
Solo arrivata alla terza casa, a 19 anni, un giardino l'ho avuto.
Piccolo, in confronto al campo che iniziava subito dopo lo steccato, ma lì la passione materna per fiori, piante, piccoli frutti, si è sfogata finalmente. E un po', tutti quei fiori, tutto quel verde, hanno iniziato ad interessare anche me.
È diventato un rito l'andare in serra, l'andare a comprare nuovi colori, nuovi nomi, di cui prendersi cura e che si prendono cura rallegrando pure i posti più tristi.
Ma il pollice ancora non era verde, a prendersi cura della famosa LaMiaQuercia era sempre mamma, finché, alla quarta casa, a quell'appartamentino striminzito con uno striminzito giardino, a sfogarsi con fiori, piante e piccoli frutti ha iniziato il giovine.



E allora, il rito di andare in serra è continuato con lui, con tentativi non troppo fortunati di mettere pure dentro casa quei colori e quei fiori, con un ciclo continuo di morte e vita piuttosto stressante per un pollice nero come il mio. Ci si compensava però, qualcosa resisteva, qualcosa da dentro andava ad abbellire il fuori, qualcosa sopravviveva e cresceva, e dava frutti. Siamo -ok, è- riuscito pure a fare un piccolo orto, non molto produttivo in realtà, con tanti pomodori ma pochissime (due? sì, facciamo due) zucchine e melanzane mangiate.
Ma ormai, quella che da piccola non sembrava una priorità, avendo il mio bel da fare al bar e in giro per il centro, una priorità è diventata per il futuro, e di quelle 24 case viste nel corso di due anni, a fare da perno per la scelta è sempre stato il giardino. La sua grandezza, il suo poter essere sfruttato a dovere.


Ora, che a quasi 30 anni un giardino mio ce l'ho, che i lavori per renderlo tale sono finiti -dopo lunghe ed estenuanti attese- a fremere per avere colori e fiori, sono io. Il pollice sta diventando verde, sto senza troppi problemi prendendo spazio in quello che era lo spazio silenzioso e privato del giovine, inforcando le mie scarpe vecchie, proteggendomi con i guanti più colorati, e iniziando a scavare, rinvasare, piantare. Sarà l'esperienza, o sarà che ormai la natura un po' l'ho capita, ma pure dentro casa un po' di colore e fiori riesco a portarli.
Perché anche se non sembra, o anche se vien troppo reclamata di questi tempi, il giardinaggio è una vera e propria filosofia.
Fatta di pazienza, di cure, di attese e di lasciar fare il suo corso.
Lezioni di vita banali, quasi da cliché, ma che spesso e volentieri dimentichiamo.


Difficile comandarla, la natura, difficile arginarla: una pianta che richiede luce non la puoi lasciare nella stanza più buia della casa, devi conoscere e sapere regole e leggi, tipi di terreno, quantità di sole, di acqua. Non ci si improvvisa, si deve conoscere, studiare, anche solo leggendo etichette, proprio come in cucina. Un vero e proprio corso di studi, in cui a volte vieni promosso, altre bocciato. E poi ci sono le sorprese, ci sono piantine che sembravano aver ceduto di fronte all'inverno più rigido degli ultimi anni, e che -tornata da New York- ho ritrovato verdi e vive, ci sono semi che nascono, improvvisi, bulbi che ti eri dimenticata di aver piantato, che fioriscono.
La sfida appena iniziata, in ritardo con il mondo e contro quelle leggi di cui sopra -perché testardi, e ritardatari, si rimane sempre- è un orto, grande questa volta, spazioso e si spera più produttivo.
È un mondo colorato e felice, che a volte fa sembrare su un altro mondo davvero, ma che come il cinema è diventato una droga, ormai.
E a volte, queste due droghe, sanno pure andare a braccetto.
This beautiful fantastic, nonostante i difetti, la leziosità, le troppe parentesi e i troppi personaggi strani, l'ho amato così tanto proprio perché per primo mi ha fatto aprire gli occhi sulla lezione che curare un giardino può dare, la filosofia che c'è dietro, le lezioni che silenziosamente, insegna. Un giardino che proprio come per Monet può diventare la più importante delle opere di una vita.
A quasi 30 anni, allora, con il mio primo vero giardino in cui l'erba inizia a crescere, i fiori fioriscono e l'orto ha preso vita, mi ritrovo un po' diversa.
Più paziente, -per quanto possibile-, meno schizzinosa, con gesti leggeri e amorevoli nei confronti di radici, di semi, di foglioline e fiori.
Perché tu cerchi di governarla, di cambiarla la natura, ma alla fine ti rendi conto che è lei ad aver cambiato te.

4 commenti:

  1. Il mio pollice non è mai stato verde, e credo non lo diventerà nemmeno in futuro.
    E mi sa che pure This Beautiful Fantastic a questo punto potrei trovarlo tutto fuorché fantastic... :)

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    1. Come ti avevo scritto, ricorda Amelie, c'è il giardinaggio, c'è il classico vecchino burbero... se il film ti conquista è un miracolo davvero!

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  2. Mai avuto un giardino da poter crescere o coltivare, anche se mi sarebbe piaciuto...tuttavia aspetto con curiosità di vedere This Beautiful Fantastic ;)

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    1. Chissà se ti convincerà, leggero e ottimista, è una bella fiaba anche se altri blogger l'hanno bocciato proprio per quella sua aria troppo leggera.

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