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5 settembre 2014

Venezia 71 - The Sound and the Fury | The Smell of Us

L'ultimo giorno è arrivato, e prima di lasciar lo spazio agli ultimi film in concorso visti, diamo uno sguardo a quelli fuori concorso (il primo) e nella Giornata degli autori (il secondo).
Entrambi sono diretti da artisti di culto il che rende la visione una grande attesa, anche se il rischio ripetizione, e il rischio di quanto scelto da raccontare, c'è.

The Soud and the Fury
James Franco è senza alcun dubbio uno degli artisti più eclettici in circolazione, che si parli dei suoi film, delle sue regie, dei suoi quadri o anche solo del suo profilo twitter.
Anche per questo Venezia lo premia con lo Jaeger-LeCoultre Glory to the Filmmaker Award e, nel farlo, presenta una delle sue ultime fatiche che ancora una volta lo vedono seduto sulla sedia del regista, ancora una volta alle prese con l'adattamento di un libro, ancora una volta con Faulkner.
Dopo As I lay dying presentato a Cannes lo scorso anno, è il turno di uno dei capolavori indiscussi della letteratura americana, ma anche di uno dei libri più difficili sia da leggere che a maggior ragione da trasportare in immagini.
Franco vince in parte la sua scommessa, perchè nonostante i difetti, il suo modo di rappresentare le tragedie dei tre fratelli Compson è aderente sia allo stile che all'immaginazione che si fa della loro tenuta in decadenza in Jackson.
Diviso in tre capitoli, Franco scivola parecchio nel primo, regalandosi il difficile ruolo di Benjy, non riuscendo però del tutto a portarci nella sua mente e nei suoi tormenti di malato mentale, ricorrendo troppo spesso a tagli e situazioni poetico/suggestive che cercano di stare dietro al flusso di coscienza delle pagine. Il lavoro migliora proseguendo, e la vicenda di Quentin chiarisce molti punti, oltre a toccare le corde più intime grazie a quel finale tagliato che già si conosce. Per ultimo, arriva Jason, il collerico Jason, intensamente interpretato dal fido Sean Haze (lo scorso anno immenso in Child of God) che chiude le vicissitudini di una famiglia in rovina che precipita senza sosta nel fondo, nel suo legame indissolubile con la reietta Caddy.
Come nel libro, la chiusa spetta a Dilsey, e qui ritorniamo a inutili suggestioni, a movimenti fluidi e quasi celestiali della macchina da presa (che si muove e fluttua per tutto il film, donandogli eleganza e stile) che si sofferma troppo, davvero troppo, su quelle espressioni che su Franco acquistano quasi un che di umoristico.
Tirando le somme, quindi, dalla tragedia che ci si aspettava ne esce invece un bel dramma, una trasposizione che non va ad intaccare il libro di Faulkner ma che ne è fedele, anche nei dialoghi.


The Smell of Us
Larry Clark torna a raccontarci e a mostrarci i giovani d'oggi, nelle loro trasgressioni, nella loro noia senza filtri.
Questa volta si sposta a Parigi, seguendo una compagnia di skater che si sballa, si filma, si mescola. Sembra di essere tornati nella New York di Kids, dove giovanissimi già conoscevano tutte le droghe e tutto il sesso immaginabile, aggiungendoci solo I-phone con i quali registrare le proprie imprese, di qualunque natura possano essere.
E l'inizio fa temere il peggio, con poche pochissime parole che fanno rimpiangere l'assenza di Harmony Korine alla sceneggiatura, rimpiazzata da tanta tanta musica (bella musica) che ne fa quasi una compilation explicit per MTV.
Con l'entrata in scena di Math e PJ le cose fortunatamente cambiano, prendendo una piega più seriosa seguendo i due entrare nel mondo del sesso a pagamento.
Noia? Possibilità di soldi facili? Trasgressione?
Forse c'è qualcosa di più sotto la loro scelta, sta di fatto che almeno Math cambia, si aliena dal mondo, nel quale è costretto a fare e subire di tutto.
A tenerli d'occhio, cercando di capire cosa succede, non ci sono genitori, che sono invece più assenti e più discutibili di loro, ma Marie, che di problemi di soldi non ne ha e che probabilmente un po' infatuata di Math lo è.
Prendendo questa via moralista, pur rimanendo esplicito sia nel linguaggio sia in quanto mostrato, Clark (che recita in due ruoli) mantiene alto l'interesse, e visto l'inevitabile confronto con gli anni '90 newyorkesi, preoccupa come quasi nulla sembra cambiato.

Nota a parte per la partecipazione in brevi cammei di Michael Pitt, bravissimo nel cantare e bellissimo anche da sfatto (o fatto).


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