Pagine

12 aprile 2016

American Crime Story: The People vs O.J. Simpson

Quando i film si fanno ad episodi

Il caso O.J. Simpson.
Quante volte se n'è sentito parlare, quante volte è stato usato come metafora di una giustizia inconcludente, o per l'efficacia degli avvocati?
Ma in realtà, che cosa se ne sa davvero?
O meglio, signor giudice, riformulo, che cosa ne so davvero io?
Prima della serie TV firmata dal duo Falchuk/Murphy, praticamente niente.
A malapena sapevo che Simpson fosse una stella tra le più splendenti del football americano, e che fosse il poliziotto nero, ops, di colore, ops, insomma, avete capito, di Una pallottola spuntata.
Grazie a questa serie TV, comunque, ora le so davvero tutte.



Saprei come perdere un caso inespugnabile, con tanto di prove del DNA a carico dell'impuntato: basterebbe prestare più attenzione al circolo mediatico che il caso ha creato, che non ai possibili attacchi della difesa.
Saprei come vincerlo questo caso disperato: facendo leva sul successo, sulla fama di O.J., alla sua comunità di appartenenza, e no, non parlo di quella dei ricchi bianchi di Brentwood, basterebbe instillare dubbi, inventare storie e complotti, mettere di mezzo la polizia razzista di Los Angeles, facendo del nazista Mark Fuhrman la pecora nera che simboleggia il gregge.
Saprei come è nata la fortuna dei Kardashian, non tanto quella di un Robert Kardashian che sul suo migliore amico ha sempre più dubbi, ma quelle di un impero figliale che le luci della ribalta le ha sfruttate a dovere. Un po' come tutti i protagonisti di questa vicenda, in realtà, con tonnellate di pagine, di libri, di interviste, in cui ad essere messe nell'ombra, sono le vittime.
Anche in questo caso, in questa serie TV, Nicole Brown e Ronald Goldman sembrano messi da parte, i riflettori sono puntati sul processo del secolo, seguito da telecamere e giornalisti, in cui se da una parte è schierata la giustizia, che corrisponde all'inefficace difesa di Marcia Clark e Christopher Darden, impegnati in loro problemi personali oltre che in poca chiarezza di esposizione, dall'altra abbiamo un oratore che smuove le coscienze -l'odioso Johnnie Cochran- e una stella che si difende davanti ad ogni evidenza di colpevolezza.
E allora, perchè nonostante gli abusi, le violenze verso un'ex moglie, perchè nonostante una fuga seguita in diretta TV, e perchè nonostante ogni prova schiacciante, O.J. ce l'ha fatta?
Andatelo a chiedere alla giuria, chiusa per più di 200 giorni in un hotel.


Questo primo capitolo di American Crime Story colpisce così da subito, e appassiona, come davanti a quel processo, come fossimo davvero tornati nel 1994.
Falchuk/Murphy come ad ogni nascita di una nuova creatura, danno il meglio di sé, portandosi appresso la aficionada Sarah Paulson, bravissima, e facendo risplendere di nuova luce le carriere di Cuba Gooding Jr. (un pessimo O.J., che è un complimento), dell'esilarante (in modo involontario) John Travolta e del redivivo friends David Schwimmer.
Come sempre, il marchio di fabbrica caratterizzato da una regia dai movimenti fluidi e vorticosi c'è, anche se misurata, come non manca lo stile, negli abiti e nelle ambientazioni.
Pur sapendo il finale, pur sapendo come la giustizia non trionfò, questa Crime Story attenta ad ogni dettaglio, la si segue con passione, molta passione. Schierandosi e arrabbiandosi di fronte a un'accusa incapace, a una difesa ridondante.
E così, American Crime Story ne esce vittorioso.
È tutto, signor giudice.



3 commenti:

  1. E sì, una serie davvero molto istruttiva. ;)

    Per me siamo dalle parti del capolavoro. Raramente ho visto una storia di cronaca vera raccontata in una maniera tanto sfaccettata. Questo è ciò che so io ora, signor giudice.

    RispondiElimina
  2. Gran bella serie, appassionante, recitata benissimo. Una delle migliori dell'anno.

    RispondiElimina
  3. Sono fermo al pilot da febbraio, e non perché non mi fosse piaciuto.
    Devo rimediare!

    RispondiElimina