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5 settembre 2018

Venezia 75 - Nuestro Tiempo

Messico, nel mezzo del nulla.
Lì sorge il ranch di Juan, poeta che si reinventa allevatore di tori, che si impone su tutti -rancheri, dipendenti, amanti- pur non conoscendo i pericoli del mestiere.
Così è anche in famiglia, stando addosso ad una moglie più giovane e bella di lui, con cui ha un legame speciale.
Coppia aperta, si dice.
Basta non mentire. Lei, ovviamente, lo tradisce a sua insaputa, forse si innamora, forse semplicemente capisce quanto fissato sia Juan con il sesso, che diventa sempre più fissato, sempre più insopportabile, standole addosso più del dovuto. Proprio come un toro.



Nel mezzo, dovrebbero esserci i figli, quei figli che vediamo all'inizio, piccoli e dispettosi, adolescenti e innamorati, ma questi spariscono presto dalla scena, stupendo soprattutto per il sonno di piombo che hanno, viste le liti, le feste, il sesso che i genitori fanno fino a tarda notte.
Con quell'inizio immerso nella natura più selvaggia, Carlos Reygadas ci inganna, quel tempo del titolo sembrava fare fede a generazioni ed età diverse, invece no, per i successivi 173 minuti affondiamo nel fango e veniamo risucchiati dal vortice di gelosia di Juan, interpretato da un fin troppo fisico Reygadas stesso.
Tormentati da una musica che poco ha a che fare con il resto, da provocazioni non necessarie, da voice over improvvise e ironiche e da deliri infiniti, questi minuti si sentono tutti. E si finisce per non poterne più, di tori, di natura, di questo Messico, chiedendosi il senso di questo lungo film, che vuole farsi filosofico ma risulta solo estremamente pesante.

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