1 dicembre 2018

Lazzaro Felice

E' già Ieri -2018-

Lazzaro è felice.
Lavora in mezzo alla natura, tutti lo chiamano, tutti han bisogno del suo aiuto.
È un lavoratore instancabile lui, che non disdegna le gentilezze. Si è pure ricavato il suo posticino, in alto, vicino alle pecore, dove trovare rifugio, dove accogliere gli amici.
Come Tancredi, il figlio della Marchesa, che un po' lo prende in giro, un po' lo prende a cuore. Il più debole di una catena di sfruttati che finisce per sfruttare pure lui, potrebbe essere suo fratello, mezzo fratello, chi lo sa.
Il mondo in cui vive Lazzaro sembra un passato remoto, un passato di terra da coltivare, di schiavi da raggirare, con il tabacco che va lavorato e i soldi che non arrivano mai.
Arrivano i carabinieri, però, in elicottero, a sconvolgere tutto, a svelare il grande inganno.



Siamo nell'oggi, ci sono macchine, ci sono telefonini, c'è la civiltà.
La schiavitù non esiste più, anche se il lavoro va a chi offre di essere pagato meno, anche se il tetto sopra la testa è una vecchia cisterna a bordo stazione e le banche, la Chiesa, non aiutano i poveri, li cacciano.
Cos'è successo?
Come può anche in questo mondo, pieno di brutture, di sporcizia e di inganni, essere felice Lazzaro?
Come sopravvivere, pure, ad un trauma, un cambiamento simile?
Si aggira come un fantasma per cui il tempo non è passato, si aggira come un lupo vecchio, in gabbia, alla ricerca di bontà.


È strana l'ultima opera di Alice Rohrwacher, di certo la più impegnativa e profonda della sua carriera.
Si divide nettamente in due tempi, letteralmente, e si regge sugli occhi ingenui e buoni di Adriano Tardiolo, un Lazzaro che a tutto crede, a tutti vuole bene.
L'umanità che mette in scena non è così distante dalla realtà in cui ci si trova immersi aprendo gli occhi, vedendo sfruttamenti, povertà, cattiverie, che non risparmiano nemmeno chi è buono, anzi, diventa davvero l'anello più debole della catena, quello da spezzare.
La metafora, il significato, è allora qualcosa di profondo, di significativo. Non è una crescita quella che vediamo o seguiamo, è l'involuzione della società stessa.
Che è peggio.
Ma è meglio, per un film che sembra una favola, sembra una brutta e strana storia, che parte da un'idea bellissima e la sviluppa così bene da vincere a Cannes il premio per la sceneggiatura.
Alice Rohrwacher si affida ancora alla sorella, e cerca ancora la bellezza fra la spazzatura e i mostri delle periferie. La trova, e fa trovare a me una voce che continuerò ad ascoltare, seguire.

Voto: ☕☕½/5


6 commenti:

  1. Come ti dicevo ieri, nonostante l'interesse anche per i precedenti, questo ha la priorità. Spero solo di apprezzarne la stranezza, ci punto molto. ☺️

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    1. Secondo me lo apprezzerai più di me, non c'ho trovato difetti -anzi- ma mi aspettavo facesse più breccia. Aspetto di leggerne da te!

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  2. A me sinceramente ha un po' deluso, probabilmente avevo troppe aspettative. La trama sembra un soggetto di Citti o Pasolini, ma pur con delle belle e strazianti scene (l'asta delle offerte di lavoro al ribasso...) non mi ha coinvolto del tutto.

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    1. Ammetto che un po' di delusione l'ho avuta, ma la colpa sta in una visione non nel momento migliore, in aspettative che sì, si erano fatte troppo alte. Resta però un gran film, con un'idea e uno sviluppo da premiare.

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  3. Una delle sorprese dell'anno!
    Film strano sì, ma uno strano bello.
    Anche se il candidato ufficiale italiano agli Oscar è il pur validissimo Dogman, mi sa che negli Usa prenderanno in considerazione più questo. Magari per la migliore sceneggiatura...

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    1. Mi ero dimenticata della notizia ma mi ci trovo d'accordo, idea degna di Shymallalah, ma sviluppata molto, molto meglio!

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