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12 dicembre 2022

Station Eleven

Mondo Serial

Ne scrivo a caldo, perché credo sia l'unico modo per scriverne.
Al momento, almeno.
Forse dovrei prendermi il mio tempo, come Miranda.
Impiegare una vita intera, una vita in cui si è conosciuto la morte troppe volte, per scrivere l'opera di una vita, un'opera capace di cambiare vite, di cambiare un mondo, pure.
Un'opera che è un fumetto.
Un fumetto stampato in sole 5 copie, che diventa una Bibbia, una profezia, un conforto.
Un modo per andare avanti e consegnare il testimone.
Ne scrivo ora, a caldo, perché inizialmente ero titubante.
Una serie TV su una pandemia, girata in piena pandemia, uscita quando la pandemia ancora aleggiava sui nostri destini.
Ce n'era bisogno?
Risposta: sì. Anche perché questa storia di una pandemia che in pochi giorni cancella parte della popolazione mondiale unita a un cambiamento climatico feroce, è stata scritta nel 2014 da  Emily St. John Mandel diventando tristemente attuale ora e che nelle mani di Patrick Somerville riporta alla mente The Leftovers, le storie di chi resta.


Una serie Tv che è in realtà composta da piccole storie di un mondo post apocalittico che deve reinventarsi, che deve trovare qualcosa in cui sperare e credere.
Sono traumi di abbandono, di morte, di un prima che si vorrebbe rinnegare, che cambiano anche la linearità del racconto, che va avanti e va indietro, che approfondisce e che mostra.
Che mette i brividi.
In un'estetica post-apocalittica speciale, tra costumi fatti di strati e riciclo e riuso splendidi, una fotografia nitida in cui il fantastico fa capolino, un montaggio soprattutto che rende i ricordi, le reminiscenze, vividi e presenti.


Abbiamo storie, e abbiamo personaggi, abbiamo attori soprattutto che le loro storie continuano a raccontarle e a viverle, con Shakespeare che aleggia sul tutto, quel tutto che è iniziato nella rappresentazione del Re Lear e si conclude nell'Amleto.
Quel tutto che è partito con una ragazzina di 9 anni che doveva essere riaccompagnata a casa e che 20 anni dopo una casa l'ha trovata.
Nel mezzo, chi c'è stato e chi l'ha sfiorata, quell'attore che ha il bel volto di Gael Garcia Bernal che era il suo maestro che tutto ancora unisce, quel Jeevan che lascia ma che invece era tornato, quel Frank che la capisce, quel Profeta con cui si è sfiorata 20 anni prima che è una minaccia ma anche una salvezza.
E c'è Miranda, in Malesia, e c'è Frank in aeroporto, e c'è un equinozio in cui partorire, un mondo da affrontare nella morsa del gelo, e storie, ancora storie, da raccontare e da rappresentare, che sono un punto fermo a cui aggrapparsi per una compagnia di attori in perenne tournée, il loro tornare a rendere speciale ogni anno in più.


Parte piano, Station Eleven, quasi troppo piano.
Così piano da quasi non trovare un punto in queste storie che sembrano sfilacciate, piccole isole.
Con il prima a sembrare più interessante del presente, più significativo almeno.
Ma poi, sul finale, tutto si spiega, tutto acquista un senso, tutto torna a casa.
E sono i brividi, quelli che Mackenzie Davis è così brava a regalare, quelli che una colonna sonora puntuale sottolinea, quelli di un ritrovarsi.
Ecco perché ne scrivo a caldo, perché quei brividi sono ancora qui, con me, che ho portato pazienza, che ho riso perplessa di fronte a queste piccole storie post apocalittiche di un mondo che poteva essere e non è stato, che diventano una grande storia di sopravvivenza.
 Di ritrovarsi.

Voto: ☕☕☕☕/5

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