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30 agosto 2025

Venezia 82 - Frankenstein

II romanzo di Mary Shelley è sempre stato materiale perfetto per Guillermo del Toro.
Un racconto gotico, di mostri creati e di mostri umani, il rapporto complesso di una creatura con il suo creatore e il bisogno di entrambi di amore.
Era facile immaginarlo plasmato dalla sua mente, ora che può permettersi il rischio di adattare un classico, e spiace iniziare parlando di delusione.
Colpa delle aspettative? Probabilmente sì, vuoi per il cast, vuoi semplicemente per come inevitabilmente ci si poteva immaginarlo, questo Frankenstein di del Toro: nero, gotico, cupo e con un mostro capace di incutere timore.
Mi ritrovo invece davanti a un film grande che non è un grande film, con effetti speciali digitali che fanno rimpiangere ancora una volta quelli artigianali, con la solita fotografia finta e plastica e desaturata che non si discosta dagli innumerevoli film fotografati allo stesso modo.


Queste le pecche dal lato tecnico.
La sceneggiatura si compone invece di due parti: il racconto di Victor Frankenstein, le sue origini e la sua trasformazione in dottore pazzo, e quello della sua creatura, dalle sue origini alla sua trasformazione in umano che si sente solo.
Da un figlio odiato dal padre a un padre che odia suo figlio, che si scaglia contro di lui con violenza quando basterebbe l'amore, la pazienza, per essere fieri di quanto si è creato.
La storia, in fondo, è sempre quella, e del Toro la approfondisce, si prende i suoi tempi riempiedoli anche di scene d'azione sanguinolente e cruente, arrivando in modo tragico al finale nel circolo polare artico che si fa invece frettoloso. Manca il pathos, manca il climax, ed è un peccato, perché svuota quanto costruito, rompe l'epica che si sentiva in questo lungo racconto a più voci, che è un racconto nel racconto di per sé.

E il cast? Se Oscar Isaac è un genio maledetto riuscito, se Mia Goth poteva funzionare meglio ma ha di certo i costumi migliori, sorvolando su Christoph Waltz imprigionato negli stessi ruoli, si arriva a Jacob Elordi nascosto da trucco e protesi è una Creatura diversa dall'immaginario classico, meno spaventosa e più fragile, e con la sua statura imponente, con il suo fisico da invidia anche se ricoperto da cicatrici, fa pensare inevitabilmente a Nosferatu. Condividono lo stesso destino due racconti classici riportati in sala da due registi di culto: soffrono delle aspettative, di una storia ormai nota, di un lato tecnico preciso ma non esaltante, di un cast giusto con riserve e di un entusiasmo che purtroppo non decolla.

Non ci sono più i mostri di una volta, e in una sceneggiatura che come Netflix vuole accompagna lo spettatore per mano, tra metafore poco sottili e dialoghi che tutti spiegano senza lasciare spazio ai gesti, almeno quella di del Toro tra sangue, morte e vendetta, è un inno alla vita.

1 commento:

  1. Guillermo del Toro è perfetto per Frankenstein, quanto Tim Burton lo era per Alice nel paese delle meraviglie. In quel caso però non tutto (anzi, niente) era andato bene. In questo caso mi sembra di capire che le cose vadano un pochino meglio, ma poi nemmeno troppo... :)

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