Andiamo al Cinema
La vita di Shakespeare affascina tanto quanto le sue opere.
Adattate, rivedute, corrette, sono ormai state saccheggiate dal cinema.
Le opere, come la sua vita, tra presunti tradimenti, tra inizi folli e sparizioni misteriose, con l'intervento di Sogno in persona a essere quello che preferisco.
Ora tocca a Chloé Zhao, anche se in realtà prima è toccato a Maggie O'Farrell, che ha deciso di raccontare la pagina forse più dolorosa della vita di William Shakespeare e ha deciso di non puntare su di lui, ma sulla moglie Agnes.
O Anne, che proprio come Hamnet/Hamlet le trascrizioni d'epoca prevendono entrambe le formule.
Agnes che è uno spirito libero, uno spirito della foresta, additata come strega dai compaesani di Stratford, cresciuta con gli insegnamenti di una madre che da quella foresta era arrivata, che ha visioni, sensazioni, cure, e che sceglie William per le storie che in lui vede, lo sceglie nonostante le opposizioni delle famiglie, nonostante la differenza di età, nonostante proprio quelle storie lo porteranno lontano, con la mente, prima, fino a Londra, poi.
Un matrimonio felice ma fatto di assenza, un matrimonio con presagi che si sentono, dentro quella foresta, dentro quei sogni, e una morte da ingannare.
Tutto, nel film, gira alla morte del giovane Hamnet, e proprio come Hamlet è una tragedia arrivarci.
Una tragedia fatta di scene bucoliche belle da perderci il fiato, fatta di momenti di felicità sospesa illuminate dal viso del piccolo Jacobi Jupe e dalla bravura di due fuoriclasse come Jessie Bukley e Paul Mescal. Che hanno quella bellezza diversa, dalla loro, che hanno quell'intensità e quella malinconia e quella forza che si sente ad ogni sguardo e a ogni gesto, in cui si fondono con i personaggi in una naturalezza che i grandi nomi di grido oggi, non hanno.
Li vedi, in scena, in una foresta verde e ricca e preraffaelita, e li senti.
Senti la curiosità, la passione, la maternità e la paternità.
E poi senti il dolore, condiviso fra donne in una scena di parto dove Emily Watson riesce per poco a rubare la scena a Buckley, e poi senti il vuoto, quello di un lutto annunciato, di un grido che si soffoca, di un sollievo che è solo momentaneo e di un pianto che sgorga in silenzio.
Lo si dice sempre che non c'è una parola per definire un genitore che perde il figlio (in realtà c'è, ma non siamo qui a fare i puntigliosi), e c'è sempre quella distanza, quel rinfacciarsi presenze e assenze fra chi resta, e c'è un modo diverso di affrontarlo un vuoto che si sente in ogni istante, in ogni angolo.
Agnes sceglie di non andarsene, di restare, di coltivare i suoi fiori, le sue piante, di tramandare il suo sapere, pur senza più niente vedere. William sceglie la scrittura, e se è sempre la sua scrittura in un inglese che trovo poco accessibile, è Jessie Buckley, è Agnes, a rendermi Amleto finalmente chiaro. Nel suo coinvolgimento, nella sua emozione, nel vedere fantasmi e morte e addii e presenze, finalmente, nell'aiutare con compassione, nell'interrompere ma in realtà nell'arricchire la scena di Trevor Jupe, nel sentire le lacrime, il dolore, il lutto, di un teatro intero.
Chloé Zhao che avevamo conosciuto fra le strade polverose dell'America e perso dietro supereroi non così eterni, ritrova la giusta rotta in una storia antica e in un dolore non facile da raccontare.
Lo fa rendendo poetiche ogni scena, come fossero uscite da un quadro, con il verde, il rosso, la natura e la vita e la morte, a riempire lo schermo.
Fanno da contrappunto le musiche intense di Max Richter, e il lavoro di scenografia di Fiona Crombie e Alice Felton tra cura dei dettagli e composizioni allegoriche.
Non mi viene facile, però, ammettere di aver provato meno coinvolgimento, meno incanto di quanto previsto.
Colpa forse di una storia che fa da sinossi e che poco altro mostra, colpa di una storia forse troppo condensata, quasi assente nel suo scorrere tra scene madri e momenti idilliaci, tanto che gli preferisco altri film più dolenti e più famigliari nella corsa agli Oscar.
Di Hamnet resta però la bellezza dolorosa, la poesia del teatro nell'esorcizzare una morte, un lutto, dentro un palcoscenico.
Resta un finale tra i migliori, restano due attori che confermano la loro bravura. Ancora una volta.
Voto: ☕☕☕½/5



Ho tutto sommato gradito, certi sentimento un po' troppo urlati, un po' troppo lanciati in faccia al pubblico per i miei gusti, ma gli ultimi venti minuti ripagano di quasi tutto. Cheers
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