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8 agosto 2026

Jimpa - La casa degli affetti

Andiamo al Cinema a Noleggio 

Un nonno che non vuole sentirsi nonno e si fa chiamare Jimpa (Jimmy grandParent), un nonno che si è dichiarato gay e ha continuato a crescere le figlie in un matrimonio aperto prima di scapparsene ad Amsterdam per recuperare il tempo perduto. 
Una madre regista che forse un matrimonio altrettanto aperto lo vorrebbe e che da regista sta cercando di raccontare il matrimonio senza scontri tra i genitori, ben sapendo che senza uno scontro, senza un conflitto, un film è difficile scriverlo.
Un* figli* infine, no-binary e attratt* dalle donne che a 16 anni sente stretta la vita queer in Australia e medita di trasferirsi con il nonno ad Amsterdam, mandando in crisi quella madre che l* vorrebbe figl* almeno per un altro po', non sapendo che la generazione del nonno crede poco alle etichette e molto di più al sesso, che ha fatto le sue battaglie e non va per il sottile tra definizioni e domande scomode.


Una famiglia non facile da raccontare quella della regista Sophie Hyde che decide di raccontarla e di raccontarsi affidando molto alle parole di quell* figl* no-binary che interpreta se stess* e che fa di Jimpa un film così pieno di etichette e di definizioni da farne un manuale woke pesante e didascalico. 
I conflitti ci sono, e per fortuna, ma c'è anche un rapporto sbagliato di genitorialità che i conflitti li evita senza sapere che sono il sale di un'adolescenza sana e la prova ne è un rapporto con un padre non facile ma comunque capace di sfidarsi e confrontarsi e cercarsi e perdonarsi migliore.


Strano pensare che alla regia ci sia la stessa mano delicata e leggera che aveva firmato Good luck to you, Leo Grande, raccontando in quel caso la sessualita alla terza età attraverso un sex worker. Per fortuna qui Oliva Colman e John Lithgow danno spessore ai loro personaggi, li infondono di un'umanità fatta di sguardi e di gesti nonostante i dialoghi poco realistici e le situazioni ripetitive a rendere la visione spossante e gran poco frizzante. 
Si procede a fatica, dimenticando cani malati, un'Australia lontana, un matrimonio meno perfetto di quel che sembra e anche un racconto di una genitorialità che prova a essere più aperta finendo magari per fare più errori.


La colonna sonora infusa di canzoncine facili da Gen Z allontana ancora più da un prodotto che non ha presa e non ha mordente, che avrebbe la sua storia da raccontare, un passato fatto sì di conflitti, di fughe e di negazioni, ma si ostina a stare in un presente dove analizzare ogni dettaglio, dove etichettare ogni gesto.
La generazione della libertà decide di limitarsi e in questo sta il paradosso anche di un film che sbaglia il suo focus, sbaglia la sua storia.

Voto: ☕☕/5

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