I recuperi dalle arene estive sono sempre all'insegna dell'Italia.
Tre film diversi, per genere e per risultato:
Gioia Mia
Il Buono
Un ragazzino del nord attaccato al suo telefono e in modo ancora più ossessivo alla sua babysitter che sta per sposarsi, viene spedito al sud, in una Sicilia calda e ferma nel tempo, a casa di una zia zitella che fa da nonna senza troppe tenerezze, anzi.
Uno scontro fra diversi e fra diverse solitudini, con l'estate lì fuori che si insinua fra tende e pizzi, con il tempo da ingannare tra partite di carte, giochi da rifiutare e chiacchiere che non si vogliono condividere.
Nico fatica, ad apprezzare quella zia e i suoi modi spicci, a fare amicizia con i ragazzini del palazzo, che lo prendono in giro, che lo sfidano, lui che viene dal nord.
Quella che sembrava una punizione diventa presto una lezione, con Nico che impara ricette fondamentali, che impara a conoscere i ritmi e il passato doloroso di quella zia rimasta sola, in un'amicizia che ne ricorda altre.
Difficile trovare un film più estivo di questo, che con poco l'estate la fa sentire addosso e fa rimpiangere quei piccoli e grandi problemi di cuore che sembravano insormontabili a una certa età. È le piccole grandi avventure che si affrontavano, a quell'età, per sfida e per amore. Con lo sguardo di chi di anni ne ha molti di più e può insegnare anche solo osservando.
Esordio alla regia di Margherita Spampinato conquista con facilità, grazie all'impeccabile Aurora Quattrocchi e una fotografia che incastona una Sicilia fuori dal tempo, calda e assolata.
Le Cose Non Dette
Il Brutto
Non sono io, è Muccino.
Muccino che si trova tra le mani una storia intrigante tratta dal romanzo di Delia Ephron: quattro amici, un tradimento, una vacanza che finisce in tragedia, ma non ce la fa a non fare il Muccino.
A caricare di pathos i suoi personaggi, a caricare le urla dei suoi attori, a infarcire di dialoghi fuori dalla realtà la sua sceneggiatura. Vanno tutti da 0 a 100, partono a gridare, a litigare, a scappare e a salutarsi addosso. Non ci sono mezze misure, mai.
Miriam Leone la ricordavo molto più brava a recitare, mentre urla e strappa pagine è difficile prenderla seriamente, qui divide la scena con la provocante Beatrice Savignani e con un Stefano Accorsi chiamati a mostrare non tanto la loro bravura quanto i loro corpi. Quanto a Claudio Santamaria, Carolina Crescentini e alla loro figlia, si fanno osservatori giudicanti e poco interessanti. Ci si prova a infilare un discorso filosofico e morale, ma lo si fa con una banalità che altri registi europei spernacchierebbero, seduti a tavola a tirare fuori l'ennesima citazione colta con cui infarcire la sceneggiatura.
Perché tra colpe e alibi, difese e delitti, c'era di che essere interessati, ma le urla e la cartolina italiana di Tangeri sovrastano i possibili approfondimenti del tema passando di cliché in cliché.
Lo so che Muccino non è il regista per me, l'ho capito da tempo, ma ogni tanto provo a dargli una chance, uscendone con il mal d'orecchi.
Come Fratelli
Il Carino
Due coppie, anche qui, due figli appena nati e nati nello stesso giorno ad unirle ancora di più.
Poi una tragedia, che lascia quei figli senza madri e quei padri senza compagna, a trovarsi ad affrontare una paternità e una perdita insieme. Uniscono le forze Giorgio e Alessandro, e affrontano il lutto in modo diverso. Si dividono compiti e ruoli in casa, tra pianti, pannolini, scelta dell'asilo e sostegno con i nonni, Alessandro passa da un appuntamento all'altro, e Giorgio dopo qualche anno di clausura, l'amore forse lo ritrova. Ma come dividersi da Alessandro, come dividere due figli cresciuti come fratelli?
È una commedia carina e un dramma leggero, Come fratelli, capace di affrontare la morte, il lutto, e l'andare avanti con toni che non ti aspetti da una commedia che diventa un dramedy, per fare gli americani. Ambientato in una Treviso altrettanto carina, fatta di scorci e di appartamenti e di case perfettamente incorniciate, ci si muovono Pierpaolo Spollon e Francesco Centorame che rischiano spesso il macchiettistico, ma hanno una buona chimica.
Antonio Padovan chiama anche il fido Giuseppe Battiston, agente immobiliare involontariamente comico.
C'è soprattutto una buona sceneggiatura, che riesce a fare commuovere e a far sorridere, con una semplicità da applaudire.



Muccino non sono riuscito a portarlo nemmeno a termine: cosa rara.
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