Chiudo la settimana di recupero veneziano così come ho concluso gli 11 giorni alla Mostra: con il film di chiusura su cui non ho avuto la forza di scriverci subito, dopo quasi 90 ore passate in sala e 46 film sulle spalle.
Un film di chiusura che si conferma minore, in una tradizione che fatico a capire quando ormai giornalisti, pubblico, star se ne sono andati o se ne stanno andando e aspettano solo di scoprire i vincitori per poterli rivedere in sala.
Sono stati pochi i film di chiusura davvero meritevoli, e onestamente fino a qualche anno fa dalla Mostra me ne andavo il venerdì pomeriggio anch'io, ora prenotando l'appartamento prima di scoprire il programma, quella notte ben cara tra venerdì e sabato la faccio valere e quindi ecco che si arranca di sabato mattina più per salutare la sala Darsena che per vedere Favino.
Favino che è sempre lui, bravo a camuffarsi e a rendersi irriconoscibile, fisicamente nei panni di un frate, acusticamente con un accento umbro ben marcato per cui vengono in soccorso i sottotitoli in inglese.
Il suo frate Leopoldo da Casamacchia è il cosiddetto frate semplice e bonaccione, non così istruito che le storie della Bibbia e del Vangelo le racconta come le racconterebbe all'osteria, facendone storie divertenti e alla portata di tutti con quei tutti che sono i popolani di un borgo toscano in cui ha trovato rifugio dopo la peste, che si radunano fuori dalla sua grotta per ascoltarlo. E nel mentre imparare qualcosa.
Ovvio che un frate semplice così amato viene visto come un pericolo, dal Conte del paese abituato a sottomettere chiunque, compresa la moglie infelice, e dal papa che lo mette sotto l'occhio accusatore della Curia. Prima di passare alle maniere forti e torturatrici dell'inquisizione, si intromette Vincenzo Maculani, capace di far abiurare anche Leonardo Da Vinci e che si prende a cuore il destino di Leopoldo, cercando di mitigare la sua pena, di venirgli incontro, inutilmente: che male ha fatto un uomo di Dio che la parola di Dio la porta agli altri con il sorriso?
Giovanni Veronesi che ci ha abituato a commedie più o meno riuscite e più o meno parodistiche, mette da parte i toni della commedia pura per un film da etichettare in fondo come storico.
Una ricostruzione piuttosto certosina degli anni bui del Medioevo, con l'aggiunta di uno sguardo al femminile che di questi tempi non può mancare e alla salute mentale pure, per rendere la figura di Leopoldo come un santo e un martire che è facile prendersi a cuore.
Per il resto il film resta sulle spalle larghe di Pierfrancesco Favino e di Silvio Orlando, che torna a vestire gli abiti talari anche se ben diversi e più umani rispetto a quelli di The Young Pope, con le loro conversazioni, le loro prediche e i loro credi a rendere Dio Ride un film di Chiesa ma in cui ad uscirne male è proprio la Chiesa.
Un film di chiusura non certo scoppiettante ma che poteva essere ben peggiore, partivo con le più basse aspettative, lo avevo inserito in programma giusto per salutare la sala e i compagni del Lido, e alla fine, tra un sorriso stiracchiato, qualche riflessione non banale e la vista di una natura umbra bucolica, la Mostra è finita e me ne sono andata in pace.



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