Ritorno a Buenos Aires
Ritornare con fatica nel Paese che più ha ferito, ritornare per cercare di fare pace con quella ferita e porre rimedio a qualcosa che resta più grande di sé.
Mariano Guerra, vive di contraddizioni, così ci viene presentato fin dall'inizio in cui è un medico del pronto soccorso che salva vite in un'ambulanza per poi ritrovarsi a rubare a ragazzini, giocare d'azzardo e bere.
Le sue colpe e il suo senso di colpa risale al 1977, quando si trovava a Buenos Aires coinvolto come molti giovani nelle proteste e arrestato e mandato nel campo di prigionia denominato Garage Olimpo. Lì è rimasto chiuso per due anni ed è stato tra i pochi ad uscirne vivo, complice in parte, protetto per altri, vittima comunque, dovendo quindi fare i conti con accuse, recriminazioni e senso di colpa. Chiamato come altri sopravvissuti a testimoniare contro i crimini di guerra di generali di vario grado, il suo ritorno in Argentina diventa un modo per fare finalmente i conti con quel passato rimasto chiuso in una cantina umida e che a fatica si è superato.
Adriano Giannini parla poco, lascia parlare il suo corpo e il suo sguardo, i modi sgualciti e insicuri e pieni di ritrosia con cui si approccia agli altri sopravvissuti e a chi cerca da lui risposte, confrontandosi con gli aguzzini del suo passato.
Marco Bechis come il suo protagonista, sembra non potersene andare mai dall' quel garage in cui è rimasto chiuso a sua volta nel 1977. I suoi film restano radicati in Argentina e in quel periodo tremendo passato sotto silenzio. Qui sposta la luce su una vittima che si sente carnefice, una vittima che forse non preferiva sopravvivere e che può rischiare tutto, ma anche dare tutto, con la sua testimonianza.
Ce lo racconta per gradi, lentamente, per poi mettere in scena un processo ad effetto e un finale forse più lieto di quel che ci si aspetta.
Ma tra i troppi film italiani in concorso e non, un film che sa essere coraggioso nella sua cupezza, sa raccontare la Storia anche quella fuori dai nostri confini, senza scivolare nella retorica, convincendo.
Un Bon Petit Soldat
Ho sempre delle difficoltà con il cinema di Stéphane Brizé, così dentro alla realtà quotidiana, così capace di portarci dentro le vite di lavoratori, perlopiù in crisi, a essere distante dalla mia idea di cinema che dovrebbe invece essere una fuga dalla realtà o avere la capacità di illuminarla con una luce meno deprimente.
Qualche eccezione c'è, certo, ma non questa volta nell'immergerci nella vita di Carla, neo responsabile delle risorse umane in un'agenzia di assicurazioni che cerca di posizionarsi con uno spot e con nuove attività di team building.
Da subito in crisi a causa di un capo senza filtri e che però la pensa proprio come lei (il solito, bravi, Vincent Lindon), non riesce ad imporsi o a imporre il suo sentire sentendosi schiacciata dal dovere di essere un bravo soldatino e il senso di giustizia che si porta dentro. Da donna, poi, ha il carico di un figlio che affida momentaneamente al padre, costretta a straordinari e ore piccole. Il lavoro diventa la sua casa e quando si prende a cuore la situazione complicata tra due dipendenti che non si rispettano, ancora una volta non sa imporre il senso morale al senso economico.
Non è la vita che si aspettava, non è la persona che pensava di essere, soprattutto.
L'umorismo, quasi inaspettatamente c'è, e lavora di contrasto, mettendo in luce il ridicolo di certe scelte e scene, una luce gelida però com'è gelida Alba Rohrwacher, Brizé ci porta dentro riunioni e dietro le quinte dello spot, ad ascoltare telefonate e incontri, dentro la vita del lavoratore medio che deve abbassare la testa.
Ci si aspetta un colpo di testa, invece, una piccola rivoluzione, ma forse è proprio con questi film che illuminano la nostra realtà passiva che Brizé cerca di invitarci ad alzarla la testa, a uscire dai ranghi.
Un Peu Avant Minuit
Quanto camminano e quanto parlano i francesi?
Quanti chilometri avrà percorso Melvil Poupaud per le strade di Parigi e Ferrara?
Si interroga, il suo Léo, ripensa al passato pieno di speranza e libertà vissuto proprio a Parigi quando era un giovane intellettuale con un giornale da dirigere, ora, con un divorzio, una figlia e probabilmente anche una compagna alle spalle, si ritrova in modo melanconico a fare i conti con le sue scelte e con il tempo passato. Sono le donne che incontra, donne che ha amato e donne che potrebbe amare, a fagli rivedere la sua storia sotto una luce diversa, ripensando a rapporti di potere e di illusione, a muse che non esistono e storie non certo alla pari.
Nel mentre Parigi brucia, di proteste e di fermento, al ritmo delle sirene della polizia e di arresti sommari.
È un confronto generazionale anche, quello che mette in piedi Nicolas Pariser, con gli errori che si ripetono, la fascinazione per facili incontri a tenere in vita per una vita intera mentre, forse, la nuova generazione può rompere questo strappo, più sicura di sé e delle sue convinzioni, più forte grazie a un sentire diverso e una rivoluzione come quella del #metoo che porta gli uomini -o a una parte di loro- a rivedere il loro passato oltre che il presente.
Parla, Léo, parla e cammina, ma soprattutto ascolta, il film è fatto essenzialmente di lunghi carrelli, di domande che si ripetono, di incontri attesi.
Resta sospeso com'è giusto che sia, nel suo essere francese al 100%.



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