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16 gennaio 2017

Il Lunedì Leggo - Il Palazzo di Mezzanotte di Carlos Ruiz Zafón

Se la domenica si è tornati finalmente a scrivere, il lunedì si ritorna a leggere.
Male, purtroppo.
Non so se sono io, che mi sono stancata di Zafón, o se è lui, così diverso dalla saga del Cimitero dei Libri Dimenticati, ma qualcosa di certo è cambiato. In meglio, visto che anche se la trilogia della nebbia è stata pubblicata poi, lui l'ha scritta prima, e riservata ad un pubblico di giovanissimi lettori.
Ma non solo non mi appassiono alla storia, arrancando per giorni su pagine che un tempo divoravo, ma lo stesso modo di scrivere mi sembra diverso, appunto, ripetitivo e pesante, poco scorrevole.
Così come per Il Principe della Nebbia, la noia prevale, mista però a qualche brivido.



Non siamo nella solita Spagna, bensì nella caotica India di Calcutta, in una notte buia, di pioggia e di sangue, seguiamo la fuga di un ispettore, sotto la sua protezione, fra le sue braccia, due bambini. A dargli la caccia, un essere strano e temibile, che si ripresenterà a cercarli, a spaventarli, 16 anni dopo, dove la vera azione è ambientata.
Quei due bambini, gemelli, sono stati separati: lei, Sheere, è cresciuta con la nonna, che l'ha presa in casa, da quell'ispettore in fuga, e in fuga si è data pure lei; lui, Ben, cresciuto in un orfanotrofio, in modo amorevole, per quanto possibile, assieme a compagni che sono diventatati amici e complici, uniti in una società segreta -la Chowbar Society- che si riunisce allo scoccare della mezzanotte in un edificio abbandonato.
Sono passati 16 anni, vero, ma quell'essere temibile, quel signore elegante ma spaventoso che non è cambiato di una virgola, torna a bussare alle porte dell'orfanotrofio, per completare la sua opera di vendetta.
C'è un mistero, dietro, fitto come fitto è il passato tra le strade di Calcutta, che deve essere svelato.
Per farlo, la Chowbar Society entra in azione, dividendosi, assumendosi ruoli e sezioni di ricerca, in base alle propensioni, agli aiuti. Dividendosi, cresce così il pericolo, a cui tutti sembrano destinati, fra la nebbia che avanza silenziosa, una tempesta alle porte e un dedalo di tunnel e binari dove tutto riconduce.
Sembra di essere dentro un film, dentro un film anni '80 per giunta, una versione meno efficace ma allo stesso tempo affine a Strangers Things, con una banda di amici inseparabili uniti contro qualcosa o qualcuno più grande di loro.
Aiuta il fatto che lo stile di Zafón sia quanto mai cinematografico, con descrizioni precise, con scene che ricalcano scene già viste o che si possono tranquillamente immaginare direttamente su grande schermo.
È un pregio, come un difetto.
Almeno per me, che in quelle sue parole, in quelle sue immagini, mi sono persa a fatica, rimanendo poco incantata dalla storia generale, dal racconto che andava avanti facendosi troppo fantasioso, troppo poco ancorato alla realtà.
Anche i protagonisti, per dire, li confondevo a più riprese, gli stessi gemelli, non è che mi abbiano conquistato in simpatia.
Forse, come per altri libri, è questione di tempi sbagliati, non era ancora il suo momento, quello fatto di settimane piene di impegni e di poco spazio per la lettura, forse non ero io attenta e pronta ad immergermi in una storia più fantasiosa del previsto, più "giovane", pure.
Ma questo Zafón, non è quello che fa per me.

P.S.: Causa imbarazzo, pessime luci e giovine non sempre presente per scattare la foto a me, con il libro in mano, ho deciso di cambiare stile per le foto che accompagnano questi post ;)

2 commenti:

  1. L'affinità con Stranger Things ovviamente non può che intrigarmi.
    Il resto del tuo parere parecchio meno entusiastico mi ha però fatto perdere entusiasmo e non so se lo recupererò...

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    1. La banda di ragazzini, il male da combattere e i piani segreti per sconfiggerlo, sono molto Stranger Things, ma avendo letto la saga de Il cimitero dei libri dimenticati, l'amore non è scoccato. Magari, letto senza conoscere altro dell'autore, convince di più.

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