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17 novembre 2018

The Wife

Andiamo al Cinema

Dietro un grande uomo, c'è sempre una grande donna.
Ditelo a Joe Castleman, scrittore prolifico, amato e venerato da intere generazioni e critici, a cui è appena stato comunicato di aver vinto il Premio Nobel per la letteratura.
Salta di gioia -letteralmente- abbracciando quella donna che a prima vista sembrerebbe stare nell'ombra.
Ma lei, ombra, vittima, non vuole esserlo.
Non vuole essere così dipinta da un biografo curioso, non vuole perdonare l'ennesimo flirt di un marito che sembra essere avvezzo a fare il cascamorto, non vuole vedere quello stesso marito metterla in un angolo, anche perché se i riflettori sono puntati su di lui, se il figlio tanto lo disprezza quanto tiene in conto il suo parere, il merito è suo.


Come già in Disobedience, il limite di The Wife è che la verità che questa donna elegante nasconde, già la sappiamo.
Già sappiamo che quella medaglia dovrebbe essere appuntata al suo petto, e non solo per quanto scritto, ma per come ha gestito una doppia carriera, ingoiando rospi, anno dopo anno.
Così, quei flashback rivelatori poco rivelano, se non una situazione per le donne che per fortuna con il tempo è cambiata, o almeno -visti i nomi altisonanti dalla Rowling alla Ferrante passando per la vincitrice del Nobel nel 2015 Svjatlana Aleksievič- così mi auguro.


Se tutto procede come già ci si immagina, con la fatidica goccia che fa traboccare il vaso in agguato, l'attenzione si poggia su altro.
Sull'interpretazione sentita e coinvolta di una Glenn Close particolarmente luminosa, fatta di sottrazione, di sguardi, mezzi sorrisi. Su quella sopra le righe di Jonathan Pryce, a cui i panni del farfallone stanno un gran bene. Mentre nei ruoli minori, Christian Slater, Max Irons e pure Elizabeth McGovern esagerano in cliché.
L'eleganza la si riscontra poi nella ricostruzione di un albergo, in una regia che sì, non brilla per inventiva ma si fa elegante pure lei, come il tema che racconta.
A restare, poi, citazioni alte, stoccate sul ruolo dell'autore pronte per essere citate, e omaggi a quei morti raccontati da Joyce coperti dalla stessa neve dei vivi.
A conti fatti, dalla storia si viene comunque avvolti, e pur ricordando il Big Eyes di Tim Burton, sa essere migliore, più adulta. E tanto basta.
Ci si vedrà con Glenn agli Oscar come qualcuno ipotizza?
Se così sarà, sarà un contentino per un film ben confezionato, ma non memorabile.

Voto: ☕☕½/5

6 commenti:

  1. Fatta eccezione per qualche sguardo in camera di lei, bravissima, purtroppo davvero piatto. Gli rimprovero, in particolare, i difetti della struttura: servivano proprio quei Flashback, ad esempio?

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    1. Per me no, ovviamente. Anche perché visto com'è stato pubblicizzato, quel mistero già si conosce. Brutto non è, ma manca di sostanza.

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  2. Prima Tim Burton, poi abbiamo visto "Una storia senza nome", poi per certi versi anche "Notte Magiche" di Virzì, ora questo... ormai è diventato quasi un filone. Anche basta, per quanto mi riguarda.

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    1. Per fortuna Virzì ancora lo devo vedere e Una storia senza nome a Venezia proprio per la trama l'ho evitato. Sì, poca originalità, e anche se qui tutti i pezzi funzionano, poco resta.

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  3. Sembra il solito film con Meryl Streep...
    Ah no, c'è Glenn Close e immagino che questa sia l'unica sorpresa della visione. :)

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    1. Ahah! Non ci avevo pensato, ma sì. E il fatto che la Streep l'abbia evitato la dice lunga sull'originalità che circola.

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