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30 agosto 2019

Venezia 76 - Seberg

La prima volta che ho visto Fino all'ultimo respiro sono rimasta ammaliata da lei: Patricia.
Quel taglio di capelli, quella femminilità, quella bellezza.
Sono quindi corsa incuriosita su wikipedia per scoprire che dopo quel titolo niente di così importante Jean Seberg aveva fatto, e che se n'era andata giovane, ad appena 40 anni.
Di più, non mi ero impegnata.
Ci pensa Benedict Andrews a colmare le mie lacune, parlando di perché la carriera della Seberg subì uno stop, di cosa avveniva nella sua vita privata.



Principalmente: l'FBI ad indagare sulle sue relazioni con i dissidenti delle Pantere Nere, i suoi movimenti, le telefonate, i set e pure le camere da letto monitorati costantemente.
Uno spionaggio a tutti gli effetti, che mina la sua fragile salute mentale, la rende paranoica e manda a pezzi un matrimonio già alla deriva.
Voleva lasciare il segno, la Seberg, fosse anche con il libretto degli assegni.
Purtroppo, però, pur raccontandoci questo dietro le quinte, Andrews non rende giustizia al personaggio con un film fin troppo patinato, che sembra più impegnato a ricreare l'atmosfera degli anni '70, tra abiti da capogiro e arredamento.
Il tentativo di avvicere il pubblico avviene anche lasciando spazio (troppo, e alquanto superfluo) alla vita privata degli agenti che la spiano, con crisi di coscienza e matrimoni da salvare.
Poco possono quindi la brava Kristen Stewart e l'affidabile Jack O'Connell contro uno script che gira attorno a una bellezza da primi piani, senza portare davvero a segno le sue denuncie.
Manca la lotta, manca un coinvolgimento che vada al di là di donazioni e pugni alzati per la stampa. Come un film che ha la storia giusta ma si sofferma alla superficie, alla pura estetica.

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