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16 dicembre 2019

Il Lunedì Leggo - Come Diventare Buoni di Nick Hornby

A Natale si sa, si vuole essere più buoni.
Reminiscenze di un Babbo Natale che regala carbone a chi è sulla lista dei cattivi, influenza di film, racconti e canti natalizi che invitano sotto l'albero a metterci un po' di pazienza, di disponibilità e carità in più.
Così, ritrovo Nick Hornby per la seconda volta.
Era andata bene la prima (con Non buttiamoci giù) e bisogna dirlo subito: non è andata bene questa.
Cercherò di essere buona, però.
Perché è buona che si sente inizialmente Katie.
La buona della famiglia, almeno.
Facile se sei un medico, se sei una madre presente, se soprattutto tuo marito è l'uomo più arrabbiato di Holloway, che tiene una rubrica fissa sul giornale nel quale si sfoga sulla lentezza degli anziani e altre amenità.
Il matrimonio ormai si regge su questo: continui litigi, continue frecciatine amare, continue sfide a ferirsi di più.
Tutto cambia e si rovescia quando Katie si ritrova a fare la cattiva.



Lei che ora ha un amante, che chiede il divorzio, che abbandona pure il tetto coniugale, pur nascondendolo ai figli.
Mentre quel marito, David, diventa improvvisamente buono.
Si è fatto curare da un santone, prima il mal di schiena, poi l'eczema della figlia, infine quel rancore che lo ingabbiava.
È diventato una persona diversa e quel santone se lo porta a casa iniziando a progettare modi, iniziative, libri per aiutare gli altri: i senzatetto. Come un Robin Hood, rubando ai ricchi (ai suoi stessi figli, giochi e computer, stanze della casa) per dare ai poveri.
Come andare contro a una tale filosofia di vita?
Come riuscire ad arrabbiarsi contro quello che ora sembra un santo?
Katie lo fa.
Suo figlio lo fa.
Creando un cortocircuito di egoismo e di ipocrisia in cui non si sa a chi dare ragione.


Il problema, in fondo, è questo.
Chi è il buono del racconto?
Per chi patteggiare?
Io che sono una lettrice semplice, che chiedo empatia, chiedo una buona voce narrante, Katie l'ho mal sopportata.
Sempre impegnata a dichiarare: "Io sono un medico!", sempre lì a lamentarsi e a difendersi per le sue lamentele. Stancando.
David, che sentenzia, chiede scusa, cambia quasi in peggio.
Che tra bontà e pazzia il confine è labile.
E alla fine il cinismo ha la meglio, l'umorismo nero pure.
Ma questi non portano a riflessioni e cambiamenti, perché per quanto strampalate, certe idee sono davvero rivoluzionarie anche se la senti -l'ho capita- la stoccata tra il dire e il fare che Hornby sottolinea.
Ma siamo buoni, siamo sotto Natale, e allora anche se questo mio secondo incontro con Hornby non è andato bene, con quel finale frettoloso e fin troppo metaforico, facciamo che ci ritroviamo al cinema.
Lì di solito io e lui non abbiamo problemi.

6 commenti:

  1. Mai letto Hornby.
    Forse proprio per paura che non mi piacerebbe... Al cinema, invece, sempre gioie.

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    1. Al momento sono ancora in forse, vista la leggerezza di Non buttiamoci giù. Meglio aspettarlo al cinema, lì difficilmente si sbaglia.

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  2. Io l'ho mollato dopo aver letto tre suoi romanzi di seguito, anzi forse erano quattro: Febbre a 90°, Un Ragazzo, Non Buttiamoci Giù ed Alta Fedeltà.
    Avevo la sensazione di leggere sempre della stessa tipologia di personaggi.
    Però c'è da dire che scrive dei dialoghi bellissimi.

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    1. Ecco, il problema è che qui di dialoghi ce ne sono pochi. Tanti, troppi, pensieri sparsi di una moglie frustrata che ribadisce la sua bontà in quanto medico, alla lunga non se ne può più.

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  3. Ricordo vagamente di averlo preso una volta in biblioteca, solo che non credo di averlo poi letto...
    Alla fine non ho fatto troppo male.

    Alta fedeltà e Un ragazzo comunque, quando vuoi, sono due ottimi recuperi.

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    1. È che di quelli ho voluto benissimo ai film, e il mio credo sarebbe di non leggerli. Vedremo, ne passerà di tempo prima di ritrovare Hornby sul comodino, meglio al cinema :)

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