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28 gennaio 2026

Marty Supreme

Andiamo al Cinema

Marty Supreme è Timothée Chalamet.
O Timothée Chalamet è Marty Supreme.
Distinguerli sembra impossibile, complice anche una campagna marketing che ha già fatto la storia e che ha fatto vendere bene un film indie e dell'A24 facendo fare lo spaccone a un Timothée tanto quanto Marty lo fa su grande schermo.
Dividendo il suo pubblico fatto di ragazzine adoranti, di adulti più reticenti, facendo correre in sala a vedere se è davvero grande come dice, il suo Marty, il suo film, se davvero se lo merita quell'Oscar a cui agogna. 
La verità? Sì. 
E lo dico con quella certa antipatia che Timothée mi ha sempre fatto fin dai tempi di Homeland, e lo dico pur approvando ogni scelta fatta finora da un attore giovane e bravo e sfacciato ma che sa con chi collaborare.


Ora (un ora che parte dal 2018) tocca a Josh Safdie, il fratello più bravo del duo.
Uno che è tornato in solitaria dietro la macchina da presa, lasciando Benny a mangiare la polvere. Sembra quasi una sfida a distanza la loro, divisi a parlare di sport e di rivincite, di orgoglio e di convinzione, facendolo però in modo del tutto differente.
Da una parte, la più classica storia di sport che ci sia, anche se si parla dell'MMA agli albori, anche se la storia è quella vera di Mark Kerr che deve combattere contro le dipendenze, contro i dolori, contro una relazione tossica, contro i debiti e la fatica di uno sport sul punto di nascere raccontato come te lo immagini un racconto così classico, fuori e dentro dal ring. E poco può Dwayne Johnson per tenere sulle sue spalle muscolose il film.
Dall'altro, un giocatore emergente di ping pong, sì, di ping pong, che vuole fare la rivoluzione dello sport, vuole imporsi come volto americano, disposto a tutto, ma davvero a tutto pur di partecipare e vincere e farsi valere e fare soldi, che però viene raccontato con tanta faccia tosta, con tanto coraggio, con tanta follia, con tanta sfacciataggine e orgoglio come quello che trasuda il protagonista stesso.


Anche qui si parte da una storia vera, quella di Marty Reisman cresciuto nella Manhattan antisemita degli anni '50 con i contatti giusti, con la solita famiglia ingombrante, con le solite sveltine e fame sessuale ma soprattutto la fame di emergere e imporsi. 
Usare il tennis tavolo che in America non è certo lo sport di grido, e quasi quasi neanche è considerato uno sport, sembra folle al punto giusto da giustificare il racconto della storia.
Ma il ping pong è solo l'obiettivo, il mezzo, perché il protagonista assoluto è lui: Marty Mauser, o Timothée Chalamet, che vuole vivere al di sopra delle sue possibilità, che riesce a convincere attrici sul viale del tramonto, grandi imprenditori, amici di sempre e amanti occasionali della sua grandezza.
Una grandezza che non guarda in faccia nessuno, nemmeno attrici sul viale del tramonto, grandi imprenditori, amici di sempre e amanti occasionali pur di arrivare dove vuole arrivare: a Tokyo, per sfidare di nuovo il giapponese Koto Endo dopo aver perso contro di lui la finale del Mondiale a Londra. Arrivarci significa dover ripartire da zero dopo essersi umiliato girando l'Europa come circense, significa trovare i soldi per il biglietto aereo, per la multa di un conto mai pagato al Ritz perché i soldi della vittoria non li ha mai conquistati, significa coinvolgere attrici sul viale del tramonto, grandi imprenditori, amici di sempre e amanti occasionali e usarli, ancora e ancora, cercando di farcela, perché deve farcela uno come Marty, lui è un predestinato, è un grande, è il più grande mentre gli altri non sono nessuno.


E come lo racconti un personaggio così sfacciato? 
Con un ritmo indiavolato, quello tipico dei fratelli Safdie che sembra però scorrere nelle vene più di Josh che di Benny.
Il perfezionismo si nota anche nella produzione, con la ricostruzione certosina della New York degli anni '50, il suo caos, il suo odore, con tanto di spazzatura appositamente umidificata per essere più realistica. Girato in gran parte in 35mm fa respirare l'aria dei film di un tempo, quelli con la pasta densa, con la fotografia granulosa, quelli grandi anche solo per una scena fatta di corsa, di una fuga che in fondo per Marty è continua e che lo vede in situazioni via via più assurde, con personaggi sempre più assurdi, tra cani da salvare, vasche da cui cadere, collane da vendere e palline arancioni da accaparrarsi.
Il paragone con Uncut Gems viene spontaneo, vuoi per la New York di quartiere a fare da sfondo, vuoi per l'adrenalina che cresce e che non molla, vuoi per un personaggio che trasuda una sicurezza che in fondo non ha, vuoi per una colonna sonora perfetta nel ripescare grandi classici e mescolarlo all'elettronica del fido Daniel Lopatin e se poco importava di diamanti e scommesse e debiti da ripagare, beh, poco importa anche del tennis e di una rivincita e di un Mondiale a cui partecipare.
Solo apparentemente, però, perché il bello di film così, che partono da una storia di cui chiedersi "e quindi?" è che coinvolgono, è che non mollano, è che rendono personaggi odiosi così convincenti, con la loro parlantina, con il loro rigirare frittate e racchette, il loro coinvolgere e sbagliare riprovare e farcela, forse, chissà, è che nei minuti finali ti fanno sentire teso come se da quella corsa, da quella pallina, possa dipendere anche il tuo, di destino.


Quei minuti finali, sì, anche se per me Marty Supreme finisce con la sfida di puro orgoglio fra il protagonista e Koto Endo, così folle e partecipata e vera nel suo venire dopo la finzione, tagliando quella coda troppo buonista, troppo redentiva preferita alle proposte folli, vampiresche e drammatiche di Kevin O'Leary.
Sì, giusto, ci sono anche Gwyneth Paltrow, Odessa A'zion, Tyler Okonma, Abel Ferrara e Fran Drescher e ci sono cammei importanti chiamati appositamente da Safdie, ma anche quando li noti, con la loro faccia giusta, con il personaggio scritto appositamente per loro e su di loro calza a pennello, Chalamet li eclissa.
Marty Supreme è Timothée Chalamet.
O Timothée Chalamet è Marty Supreme, ed è una prova di un grande, di un film davvero grande, non c'è partita.

Voto: ☕☕☕☕/5

2 commenti:

  1. Ci simao vestiti tutti e due da Rovazzi oggi, ehm, da Marty. Un film pieno di robe che dovrebbero urtarmi, che però merita di essere visto, non sapevo nulla della presenza di Abel Ferrara ed è stato esaltante ritrovarmelo sullo schermo ;-) Cheers

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  2. Non mi attirava ma... accidenti, 4 tazzine su 5... quasi quasi...

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