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25 marzo 2026

Nouvelle Vague

Andiamo al Cinema

La Nouvelle Vague è stato uno shock culturale per il mondo del cinema.
La Nouvelle Vague è stato uno shock culturale nel mio mondo, con Fino all'Ultimo Respiro.
Visto tra i sonnacchiosi banchi universitari, mi ha aperto gli occhi su quel cinema che preferisco, fatto di pochi personaggi, ancor meno mezzi, ma di molta inventiva.
Rivisto anni dopo, restaurato e su grande schermo come regalo di compleanno, non ha mancato di stupirmi e di farmi innamorare, non tanto di quel genio che sa di esserlo di Godard, non tanto del fascino spaccone di Jean-Paul Belmondo, quanto della solarità, della leggerezza, della bellezza di Jean Seberg.
Della Nouvelle Vague e di Fino all'Ultimo Respiro dev'essersi innamorato anche Richard Linklater, uno che con il cinema ama sperimentare, giocando con i mezzi, con il tempo, con le parole e non smettendo mai di cercare un'altra storia da raccontare.


La trova sul set de Fino all'Ultimo Respiro, un set complicato reso ancor più complicato dall'inesperienza e dai modi burberi di Jean-Luc Godard, che esige di esordire alla regia, ultimo fra i critici dei Cahiers du Cinéma a non aver ancora presentato un suo film, ma un set magico, dove il dietro le quinte è anche più interessante del risultato finale.
Ed è tutto dire.
Con l'appoggio del Centre national du cinéma et de l'image animée, Linklater si è trasferito a Parigi, ha studiato, ha fatto tradurre la sceneggiatura scritta da Holly Gent e Vincent Palmo, Jr., e ci ha riportato lì, sul viale degli Champs-Elysées dove una giovane Patricia grida New York Herald Tribune! e quel fascinoso malvivente di Belmondo che sa di esserlo, cerca di ammaliarla.
Ma i giorni di set si passano più che altro ai tavolini del bar, aspettando che l'ispirazione colga Godard, aspettando che si inventi una scena, un dialogo, che tanto sarà doppiato poi. 


Lo si vede confrontarsi con i colleghi dei Cahiers, lo si vede ingrigirsi alle feste, intestardirsi su una scena, provare e provare o improvvisare. 
L'operatore di camera esegue curioso, la truccatrice rischia una crisi di nervi e la responsabile della produzione si sente inutile, ma il genio è all'opera, la macchina da presa si innamora -come noi- di Michel e Patricia e con il fiato sul collo di un produttore capace di essere amico paziente, il film arriva alla sua conclusione.
Come lo racconti un set così, diventato leggenda, ricco di storie e segreti e malumori e simpatie che nascono?
Linklater decide di raccontarlo come fosse un film della Nouvelle Vague, utilizzando i 35mm e girando in un bianco e nero di accecante bellezza, con una colonna sonora jazz e trascinante, e cercando per i suoi protagonisti maschili due esordienti come Guillaume Marbeck e Aubry Dullin che sanno sorprendere. Jean Seberg è invece interpretata da una Zoey Deutch dal francese zoppicante, molto più divertente e divertita della versione di Kristen Stewart che raccontava gli anni di lotta e di sorveglianza dell'attrice tornata negli Stati Uniti. Qui la si vede scoraggiata e arrabbiata e testarda come Godard, affascinata e divertita da Belmondo, fuori da Hollywood e chissà se davvero desiderosa di tornarci. 


Come fosse un film della Nouvelle Vague, Nouvelle Vague è pieno zeppo di dialoghi e di confronti, di citazioni che erano il pane quotidiano di Godard, con il rischio di appesantire l'operazione non fosse che dentro c'è così tanto amore per il cinema da sfamare i cinefili tutti, ma anche aiutare chi quest'ondata travolgente non l'ha conosciuta.
Chissà perché il Godard di Hazanavicius non ha avuto la stessa fortuna, con l'idea simile di fondo di imitare lo stile di Godard come unico modo per raccontarlo, anche se il Godard ancora in vita l'aveva per primo definito "una stupida, stupida idea".
Chissà cosa ne penserebbe di questa sua versione diretta da un americano, anzi, un texano, più fedele ai fatti e per assurdo meno sperimentatore.
L'originale non si batte, ma vale sempre la pena di conoscerlo attraverso le sue imitazioni che aiutano a restituirne una parte di genialità e farci respirare quegli ultimi respiri pieni di vitalità.

Voto: ☕☕/5

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