Un classico della Nouvelle Vague, un documentario personale più recente e una cartolina sul suo essere artista per scoprirla.
Agnès Varda la conoscevo per il suo sguardo curioso e stralunato, per la sua presenza quasi da folletto dentro la Nouvelle Vague, per quei capelli colorati e quei look eccentrici. Non avevo però mai visto niente di suo.
Ho deciso di rimediare grazie a La Promessa e ho deciso di partire da quel film con cui molti l'hanno scoperta: Cleo dalle 5 alle 7. Un film che entra a far parte della corrente della Nouvelle Vague, lei, tra le poche donne presenti in mezzo agli ego ingombranti di Godard e Truffaut, a raccontare una storia femminile che sa parlare ancora all'oggi. Anzi, forse più di prima visto il tema del cancro tristemente attuale.
Gioca con il tempo, in questo suo secondo film, con la macchina da presa a seguire la bellissima Cleo, cantante conosciuta e volto indecifrabile, che attende l'esito di un esame. Saranno questi i suoi ultimi attimi felici, in mezzo alla preoccupazione? Dalle 5 alle 7 di sera Cleo si aggira per la città, fa visita agli amici, amici vengono a farle visita, prova cappellini e prova nuove mise, cerca di tenere a bada l'ansia, rimanda impegni ora faticosi e alla fine finisce per scappare e trovare in uno sconosciuto quel conforto che entrambi cercano. È un soldato quello che incontra a passeggio nel parco, un soldato nelle sue ultime ore di licenza in attesa di tornare al fronte, che ne resta ammaliato, che l'accompagna all'ospedale, che cerca di scherzare e di mostrarsi altrettanto sicuro.
Cleo ha il volto bellissimo di Corinne Marchand e con la modernità dei minuti che vengono scanditi su schermo, con i quarti d'ora che passano e cambiano gli ambienti e le situazioni, c'è una sperimentazione anche di punti di vista, di specchi e carrelli e movimenti, che i più sperimentali Truffaut e Godard non hanno avuto nei loro esordi.
Godard che fa qui capolino, mostrandosi senza occhiali in un corto muto che Cleo guarda al cinema, corto che Varda aveva realizzato nel 1961, un anno prima quindi, e che ha saputo integrare senza snaturare.
L'economia e la semplicità di una donna avanti da sempre.
La questione di occhi e occhiali a nasconderli torna anche in Visages Villages, il documentario realizzato in collaborazione con JR che segue i due artisti in giro per piccoli paesini alla ricerca di storie e volti e spazi da poter raccontare e imprimere. Si passa da minatori che resistono a allevatori di capre controcorrente, da agricoltori solitari a giovani cameriere che diventano il soggetto più fotografato del borgo, fino ad arrivare al porto di Le Havre ma soprattutto a bussare alla casa di Godard.
In mezzo, storie divertenti e commoventi, scambi pieni di ironia e di arte, in cui si coglie lo sguardo di questi artisti di diversa generazione ma di uguale curiosità.
Sono opere effimere quelle di JR, sono anni acciaccati quelli di Varda, con l'entusiasmo incontenibile del primo e un filo di nostalgia della seconda, che si incaponisce nel cercare di togliergli la maschera che lo protegge.
Un documentario dolce, che cambia spesso strada e obiettivo, che apre parentesi e mondi, trovandoci dentro tanta vita vera.
Parte da un'idea artisticamente simile quella de Le spiagge di Agnès, parte andando a visitare le spiagge che Varda ha abitato e visto e visitato nella sua vita. Parte come un documentario biografico che ne racconta le opere e la vita facendo di luoghi, fotografie e filmati lo sfondo per raccontarsi.
A mancare in questo caso è inevitabilmente uno sguardo esterno a rendere meno strutturato e più spontaneo il racconto, con una rigidità di recitazione che non aiuta e un senso artistico che non mi è sempre affine. Nella ricostruzione di una vita ricca, di un senso di casa che non è mai mancato, chiedevo forse un approfondimento maggiore degli anni folli della Nouvelle Vague ma anche per non soffrire, Varda sorvola, passando agli anni felici con un marito mancato troppo presto, facendo di un gattone saccente la voce dell'ex amante perduto, in un racconto di vita che aiuta a conoscerla meglio, a volerle più bene, tra una spiaggia e l'altra.
Da recuperare, per fortuna, ne ho ancora molto e sarà un piacere ritrovarla sullo schermo anche se resta il dispiacere di aver perso nel passaggio dalla finzione al documentario, dal cinema all'arte in senso stretto, quel tocco unico, personale e intenso, che con Cleo aveva dimostrato.
Magari mi sbaglio. Lo spero.



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