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19 giugno 2026

Good Boy

Andiamo al Cinema

Non c'è nessun bravo cane che vede presenze e fantasmi qui. 
Non c'è nessun lungo processo di addestramento per riuscire a girarlo, un film così, basato sul punto di vista di un cane. Anche se…
Anche se, come da titolo, sempre di educazione, anzi, ri-educazione si tratta.
Quella di un bullo, di un ragazzo violento, del tipico ragazzaccio inglese che passa il tempo a bere, drogarsi, divertirsi facendo partire risse, non portando rispetto a niente e nessuno nemmeno alla sua ragazza.
Un ragazzo cattivo, insomma, che dopo l'ennesima nottata passata a fare festa, si risveglia incatenato nella cantina di una famiglia.
Una famiglia apparentemente normale, nonostante le porte sprangate e l'isolamento della loro casa, nonostante lo strano colloquio di lavoro per assumere una addetta alle pulizie a cui assistiamo e un figlio piccolo fin troppo rispettoso e impaurito a guardarli.
Tommy se ne sta in cantina, su un materasso, con un collare e una catena al collo e non può che insultarli, non può che scatenarsi, cercando ogni modo per scappare, inutilmente.
Quella catena che porta al collo è lì per proteggere prima di tutti lui stesso, gli dicono, e a suon di romanzi di seconda mano, film e video educativi, premi e punizioni, Chris e Kathryn cercano di cambiarlo, di renderlo un bravo ragazzo.


È un film piuttosto semplice nella sua concezione e nel suo sviluppo, Good Boy.
Una visione estrema del "metodo" rieducativo, una messa in pratica di certe politiche inumane, e la sensazione di sapere già dove si andrà a parare.
Perché ovviamente Tommy lentamente si adegua, ma Tommy non abbassa mai la guardia, studia l'ambiente, studia le relazioni, studia le persone aspettando il momento giusto per colpire e per provare a scappare, mentre comunque, grazie a quei premi, grazie a quelle punizioni, qualcosa in lui inizia a cambiare.
Stephen Graham con quel suo faccione poco rassicurante e quelle sue braccia corte e muscolose è il motivo per cui mi sono avvicinata a un film che era stata scritto inizialmente per il mercato polacco, con Jan Komasa ad esordire in lingua inglese per ampliare il pubblico.
Andrea Riseborough è invece la madre enigmatica, un po' materna un po' carceriera, con una visione più elevata rispetto a un padre che si occupa delle questioni pratiche, tra binari in cui far scorrere catene e sistemi di sicurezza per proteggerli dall'esterno più che dall'interno.
In una campagna bucolica e isolata si staglia però Anson Boon, giovane dal faccia da sberle e dai modi poco educati che inietta umanità e modernità a un film non troppo originale. 
Nemmeno nel suo finale.


Tra Sindrome di Stoccolma e Cura di Ludovico 2.0 con una spruzzata di Lanthimos, la catena al collo di Tommy si staglia e rende uniche certe scene ma la sensazione è di vedere un film senza nuove idee e senza idee dirompenti, che avanza lentamente e stancamente senza quelle rivelazioni sul passato che potrebbero fare la differenza.
Il non detto non suscita curiosità e non porta a farsi chissà quali teorie coinvolgenti, in una dinamica già affrontata e in fondo sorpassata, dove il confine tra bene e male resta confuso.

Voto: ☕☕½/5

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