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12 giugno 2026

Rebuilding

Andiamo al Cinema

Un cowboy senza il suo bestiame può dirsi ancora un cowboy? 
Un cowboy senza il suo ranch, può ancora andare avanti?
Se lo chiede Dusty, una delle tante vittime degli incendi che hanno devastato il Colorado e che si ritrova a dover vendere per pochi dollari i suoi animali, con il ranch di famiglia, quello in cui una famiglia aveva cercato di farcela anche lui, bruciato fino alle fondamenta e con la terra resa sterile dalla cenere. 
Che cowboy è quello che vive in un container di fortuna?
Vorrebbe andarsene, cercare fortuna altrove, in altri campi, in altre terre, ma c'è una figlia che chiede la sua presenza, una ex moglie cresciuta con lui che cerca di trattenerlo per amore di quella figlia.


Silenzioso e solitario Dusty fatica a rapportarsi con gli altri, che siano quella figlia chiamata a crescere in fretta o i vicini provvisori di container, che condividono la stessa sfortuna e lo stesso destino incerto.
Come da titolo, il film di Max Walker-Silverman parte da una ricostruzione.
Quella fisica, di una casa e di una terra, e quella interiore, che porta Dusty a maturare e a impegnarsi, ad aprirsi agli altri oltre che a se stesso.
Costruito con poco ma con gli attori giusti, Rebuilding non è solo sulle spalle esili di Josh O'Connor, uno che non te lo immagini a fare il cowboy in Colorado così come non te lo immaginavi fare il tombarolo nella tuscia, ma si appoggia sui volti segnati di comprimari scelti con cura, che raccontano la loro storia dietro occhi, dietro ruche, dietro tatuaggi, in uno scavo lento e profondo nell'America più di provincia.
Meghann Fahy e Amy Madigan si meritano la menzione per il trasformismo, più convincenti qui, nella semplicità di un ruolo definito, che dietro filtri siciliani o maschere orrorifiche


Rebuilding sembra una versione stanziale di Nomadland, una versione maschile certo, ma non maschia. Anche qui un protagonista senza casa, anche qui un protagonista che la costruisce partendo da chi conosce lungo la strada per ricostruire se stesso, un suo senso, una sua appartenenza.
Max Walker-Silverman confeziona un piccolo film dalla parte giusta, che non fa né retorica né reclami, non urla ma fa prestare attenzione ai particolari, cosa che mi spinge a cercare il suo esordio, passato con altrettanto successo al Sundance.
Le atmosfere restano sospese e i silenzi vincono sui dialoghi, contano gli sguardi, contano i gesti, contano i simboli, che siano tupperware lavati con cura o un azzurro che spicca improvviso e spezza il cuore.

Voto: ☕☕½/5

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