Quando scelgo i titoli della Promessa lo faccio per colmare lacune imperdonabili, andando a scavare nei classici e nei cult, nei capolavori di cui poi mi intimorisco a parlarne.
Cos'altro posso dire, che non è già stato detto? Soprattutto se un film ha saputo rinascere, bollato come flop e massacrato dalla critica che contro Orson Welles non aveva paura di andare, per poi essere venerato e amato e rivalutato come un capolavoro e tra i migliori titoli della sua filmografia.
Mi ci avvicino con reverenza, mi ci avvicino avendo visto sempre troppo poco della filmografia di Welles, che non è poi così vasta, che sa essere varia e che ha l'unica pecca di essere partita al meglio, con quel Citizen Kane che a distanza di 85 anni resta un capolavoro per davvero. Indiscutibile.
L'infernale Quinlan è però l'altro titolo da giocarsi se si studia cinema. In più di un corso universitario di storia del cinema che ho seguito, il piano sequenza iniziale veniva proiettato proprio perché un piano sequenza senza eguali per l'epoca e in fondo anche per oggi, girato in esterno, girato muovendosi per vie e visioni dall'alto con un esplosivo piazzato in un auto che sta per esplodere sul confine tra Stati Uniti e Messico e la tensione a salire
Un altro inizio esplosivo, vien da dire, letteralmente anche, con le indagini a mettere in scena tutto il razzismo e la corruzione di una frontiera.
Mentirei però se mettessi L'infernale Quinlan sullo stesso scalino di Citizen Kane. Il problema sta nel genere, quel noir che non mi si confà, quei toni seriosi e quei poliziotti corrotti e corruttibili che ho faticato a seguire.
Più di Quinlan e il suo infernale modo di dirigere e sporcare le indagini, che Welles si è trovato a interpretare, si viene catturati dall'etica di Vargas e dall'inferno che si fa passare alla bella Janet Leigh, anche se il personaggio che poi sta a cuore, quello che finisce per bucare lo schermo e farsi ricordare è il poliziotto Menzies interpretato dal caratterista Joseph Calleia scelto appositamente da Welles che ha riempito il set di amici e nomi noti anche in ruoli piccolissimi, da Marlene Dietrich a Zsa Zsa Gábor, per dire.
Oltre quel piano sequenza magistrale, uno dei motivi per cui L'infernale Quinlan resta famoso è il modo in cui è stato trattato dai produttori alla Universal, montato senza la supervisione di Welles, con scene rigirate e ridoppiate senza il suo benestare, una prima proiezione di prova tutt'altro che esaltante e infine un nuovo rimaneggiamento che non è riuscito a salvarlo. Solo nel 1978 si è trovata una director's cut, che è quella che mi sono vista, immaginando Welles soddisfatto più di Charlton Heston del risultato finale viste le parole appuntate dall'attore che ha apprezzato più il tempo sul set del risultato finale. Heston che per primo aveva consigliato Wells alla regia del progetto, che si ritrova a vestire i panni di un messicano in un'epoca in cui non c'era certo da scandalizzarsi, in una storia che puntava il dito proprio sul razzismo e la corruzione di una città di confine.
Di attentati, di rapimenti, di depistaggi e di false accuse mi sono interessata poco, perdendo qua e là il senso delle indagini, dei depistaggi, dei rapimenti e delle false accuse. Il finale, in un triello a distanza e la tecnologia a giocare la sua parte, la tensione resta palpabile, con la sensazione che Quinlan sia davvero un essere infernale, dando ragione ai titolisti italiani un filo troppo hard boiled rispetto a Touch of Evil.
Più attenta agli angoli e alle prospettive, alle ombre e ai grigi che caratterizzano questo noir, mi ritrovo a dire che la regia batte la storia, in una produzione come sempre non facile, in un braccio di ferro continuo con i potenti di Hollywood che ha segnato la carriera del regista, e se sono tornata a metterlo nella Promessa è per il ricordo di quel film incompiuto, di quel ritrovamento e di quella prima mondiale vista a Venezia che conservo tra le esperienze cinematografiche più commoventi della mia vita. Che farsi piccoli, davanti a grandi registi, non fa mai male.



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