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12 settembre 2026

Venezia 83 - Film Indie

Place To Be

C'è stato un momento in cui ho pensato di aver trovato il mio colpo di fulmine di questa Mostra.
E c'è stato un momento in cui mi sono chiesta com'è che alla cerimonia di consegna del Leone d'oro alla carriera a Ellen Burstyn non è stato proiettato questo film, visto che qui a Venezia veniva presentato.
Poi, arrivati al terzo atto, ho capito perché.
Perché il film di Kornél Mundruczó dai toni indie, un on the road tenero e divertente, perde la sua strada e si incarta senza sapere come andare avanti, come chiudere la sua storia. Che è quella di Brooke, vedova indipendente che non ci sta a essere chiusa in un istituto e che, trovato un piccione nel suo salotto, decide di partire per portarlo al suo proprietario. Da Chicago a New York incrocerà nel suo cammino un padre divorziato, immobiliarista con il fare brusco con cui però inizierà una bella amicizia, fatta di screzi, certo, ma anche di inaspettata dolcezza, che nasce condividendo storie e vite, prendendosi cura nel mentre di un piccione da gare. 


Gli incontri non si esauriscono qui e sono perlopiù fortuiti, con una sceneggiatura che chiede di sospendere un po' la nostra incredulità e con la ricerca dell'ostacolo e del dramma per arrivare a un terzo atto decisamente forzata. 
Si giro intorno aspettando il finale definitivo, e il film lo si perdona perché offre un'altra grande lezione di recitazione da parte di Burstyn che in coppia con Taika Waititi sembra tenerlo a freno, sembra cercare e infine trovare una sintonia che diventa il centro del film e su cui Murdruczó continua a giocare.
Completano il cast Murray Bartlett e Pamela Anderson che prosegue a trovare piccoli ruoli riusciti, anche se qui si limita a pochi minuti di schermo. 
Con il cuore dalla parte giusta e un'attrice bravissima, poteva essere un buon film indie, ma mi porterà a guardare in modo diverso quegli intrusi dei piccioni.


Peau d'homme

Ero già innamorata del fumetto di Hubert e Zanzim, ora sono innamorata del film di Léa Domenach.
Che trasporta abbastanza fedelmente la storia di Blanche con quei colori sgargianti, con le finiture decorative della scenografia, ma la stravolge in leggerezza rendendola un musical pop pieno di ironia.
Sceglie la chiave giusta per raccontare la storia della principessa Blanche che aspira a un matrimonio da favola e si ritrova invece data in sposa al capo delle guardie del padre, virile, certo, ma dai modi tutt'altro che regali. Per cercare di conoscerlo meglio e di vivere almeno un po' prima delle nozze, accetta il regalo della zia: una pelle duomo, che la trasforma proprio in un uomo. Può così andare a bar, bordelli e prendersi libertà che non credeva possibili, avvicinandosi a Melchior e scoprendo la sua vera natura, innamorandosene. A sorpresa si innamorerà anche a Melchior della versione maschile di Blanche, volendo però tenere nascosto il suo orientamento mentre in città il fratello prete di Blanche semina terrore e editti contro gli impuri davanti a Dio, aspirando al trono e chiedendo penitenze per fermare la siccità.


Anche sapendo la storia con i suoi sviluppi, si gode di una mesa in scena colorata e divertita, con pizzichi di ironia e personaggi folli a fare da contorno. Tra pezzi pop trascinanti e trovate buffe, nonostante la bravura dei giovani protagonisti sulla scena di impone la divina Catherine Deneuve, che non ha paura a prendersi gioco del suo ruolo di madrina e che aiuterà sicuramente la distribuzione del film.
Una favola queer e inclusiva come la Disney non saprebbe fare e un racconto leggero di un amore senza confini, con un finale leggermente diverso a soddisfare con il sorriso.


Agata The Writer

Me lo chiedevo da un po' che fine avesse fatto Mia Wasikowska e me la ritrovo a Venezia in una piccola produzione australiana ambientata a Sarajevo. 
Agata e una scrittrice alla ricerca dell'idea giusta per un nuovo romanzo. Abituata a scrivere commedie con un umorismo ironico, decide di cambiare registro grazie a un viaggio nella città pensando di ambientarci la storia di un padre e di una figlia durante l'assedio degli anni '90.
Inizia a incontrare persone e personaggi, a organizzare interviste, ma la gente del posto sembra reticente: cosa può saperne, lei, che arriva dall'Australia della guerra? Non sono certo le sue origini polacche a renderla più vicino alla guerra slava. Sono poi stanchi di raccontare la loro storia, di diventarla quella storia a favore di scrittori che possono usarla.


Agata inizia a ripensare al suo progetto e a rimettere in discussione il suo ruolo, mentre nell'appartamento che abita uno dopo l'altro spariscono quadri, vasi, oggetti.
Il film di Kuba Dorabialski parte bene e ha un suo ritmo, con Mia a dimostrarsi la brava attrice che ricordavo, con una sua eleganza e un certo umorismo a fare capolino in modo escatologico. E poi che succede? Poi perché il libro che Agata sta scrivendo ce lo dobbiamo leggere? Perché il finale del film si compone della lettura dei primi capitoli con Mia su sfondo nero, una colonna sonora che invita ad addormentarsi e immagini fisse che non aiutano? 
Se la risposta sta nel titolo, il punto è che si sta vedendo un film non leggendo un libro, si spreca del talento, si spreca una buona storia che se ne resta così, sospesa e non finita.

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