Andiamo al Cinema
Wildwood è un film di animazione diverso rispetto a quelli a cui ci si è abituati negli ultimi anni.
È un film cupo, dove morte, sangue e violenza non ci vengono risparmiati.
Un film adulto, verrebbe da definirlo, se non fossimo noi ormai adulti, quelli che sono cresciuti con i padri e le madri morenti e gli orfani e i rapimenti a cui la nostra Disney ci aveva mestamente abituato. In un cinema per bambini che risparmia certi traumi ai bambini, si capisce com'è che negli Stati Uniti Wildwood è uscito con il divieto ai minori di 13 anni. Di manica più larga la censura italiana che lo etichetta come film adatto a tutti, e mi viene da dire, ben venga.
Perché è da tanto che un film così, epico, avventuroso, coinvolgente, non lo vedevo in sala.
Sarà che il fantasy non è propriamente il mio territorio, ma entrare in Wildwood è come entrare in un mondo in parte già incontrato (certo, ci arriviamo nel 2026, dopo che il fantasy ha colonizzato ogni bosco e ogni foresta) ma allo stesso tempo la stop-motion, la cura nel presentare i personaggi, la caratterizzazione di questi personaggi, l'epica di una battaglia che finisce per unire i mondi conosciuti, lo rende una visione coinvolgente e appassionante come poche.
Un classico istantaneo, se si vuole cercare la frase ad effetto.
Un'esperienza unica, come si dice di questi tempi.
Bellissimo, come sembra un aggettivo poco usato o forse troppo abusato.
Wildwood è così un'esperienza classica e bellissima da vivere in sala.
E non solo per come si cerca di capire come lo si è girato, come si sono animati tutti questi pupazzi (231 per la precisione, per 136 set) e quanta pazienza c'è voluta (tanta), ma anche per le tante scene d'azione che diventano così ancora più sfrenate.
Scappa Prue, scappa dalle regole dei genitori, dai coyote in uniforme, dai burocrati che la rinchiudono, dai corvi che la inseguono in groppa a un'aquila, dalla manipolatrice Alexandra, ma non scappa al suo destino.
Prue, adolescente già adulta che giudica chi ancora gioca (come l'irresistibile Curtis), Prue che non sa certo ascoltare genitori che sembrano fin troppo protettivi con il suo fratellino, esce in una Portland che la Laika conosce bene, e che ci presenta in tutto il suo hipsterismo, in tutta la sua particolarità colorata. Ma in un omaggio quanto mai spaventoso agli Uccelli di Hitchcock, una Prue nel panico di perdere quel fratellino che doveva proteggere ci porta in un inseguimento a perdifiato tra le vie, i personaggi e i boschi fuori Portland, e tutto cambia. Entriamo in un bosco proibito e entriamo in un altro mondo, dove gli animali parlano, dove umani e animali interagiscono, dove ci sono fazioni e territori e risentimenti e guerre pronte a esplodere.
Prue sembra la miccia, lei che cerca disperatamente il fratellino, lei che perde da subito l'aiutante insperato che è Curtis -lo sguardo puro, la spalla comica, che in quel mondo tanto fantastico finisce per diventare suo malgrado l'eroe che voleva essere.
Dicevamo, Prue è la miccia di un focolaio che sta tutto nel dolore di una madre che ha perso il figlio e non ha potuto piangerlo, che sta in accuse e antiche leggende, che sta in popoli che preferiscono vivere divisi ma che alla fine dovranno scontrarsi. O allearsi.
Colin Meloy e Travis Knight, autore del romanzo uno, regista l'altro, costruiscono una storia che fa dell'epica il suo genere, in una costruzione dei personaggi e dei mondi così solida che quando si arriva alla battaglia finale non si può che trattenere il fiato.
Una battaglia a tutti gli effetti, in cui si sanguina, in cui si viene feriti e in cui si muore, in un realismo che si fa toccante e doloroso, anche quando si finisce per piangere per un topo.
Non posso che gioire all'idea di due possibili seguiti visto che quella scritta da Meloy è un trilogia di successo, che si sta replicando in sala per Knight.
Le voci originali sono poi d'alta classe, tra una perfidamente dolorosa Carrie Mulligan, un battagliero Mahershala Ali, un tenerissimo Jacob Tremblay, una regale Angela Bassett che fa versare le prime lacrime e le comparsate buffe dei comici Awkwafina, Charlie Day e Tom Waits.
Tra burocrati di palazzo, regni di uccelli, banditi, hippie di campagna e eserciti di coyote, il mondo dentro questo bosco proibito è affollato e variopinto, e se non bastassero gli animali antropomorfi o gli umani così caratterizzati, ci pensa la natura tra fiori, alberi e edere a lasciare a bocca aperta.
È già un film da record, infatti, quello per il lungometraggio più lungo mai prodotto in stop-motion.
Scene ricche di particolari e di personaggi, scene affollate e inseguimenti ancor più unici per il cardiopalma che ci mettono riescono a incantare ancor più per come riescono a tirar fuori dal film e farci chiedere come l'hanno girata in stop-motion una scena così?
Vengono in soccorso alla nostra curiosità i video del dietro le quinte, e gli articoli che spiegano come la Laika si sia fatta all'avanguardia per l'integrazione degli effetti digitali nella realizzazione dei suoi film in plastilina, e qui con una battaglia affollata e numerosa, con scenari in scala 1:1, c'è da perderci la testa.
Ci si esalta, quindi, ci si commuove pure, per una leggenda e un mondo e dei personaggi che entrano subito nel cuore.
Qualcuno dal palco degli Oscar diceva che l'animazione è cinema, quella in stop-motion lo è anche di più. Wildwood è cinema che si re-immagina, che coinvolge, che si fa stupefacente e che sul palco degli Oscar merita di starci in prima persona.
P.S. Visto dopo Shaun, vita da pecora: Operazione Z.U.C.C.A la qualità risulta ancora più sbalorditiva.
Certo, la Aardman punta a un'artigianalità più semplice, e senza dialoghi, con lo stile slapstick a coinvolgere i bambini più piccoli, il paragone risulta ingiusto.
Nella sua semplicità, nella sua storia piuttosto scontata, Shaun in versione scienziato pazzo che trasforma il contadino Bitzer in un temibile Big Foot, ha salvato una serata di Halloween e poco più.



Devo recuperarlo!
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