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31 ottobre 2026

Carrie - La Serie

La Settimana di Halloween

Mi ero preparata in anticipo, prendendo la palla al balzo con la Notte Horror e dedicandola alla scoperta di Carrie.
Un po' per colmare una lacuna importante, un po' perché la serie Tv di Mike Flanagan era stata annunciata e la curiosità non poteva che essere alta.
Alta, sì, ma guardinga. 
Colpa più di Flanagan che di altri, che alza sempre più l'asticella e ha finito per deludermi più che soddisfarmi negli ultimi anni. Sarà che è partito con il botto, con quella Hill House che ancora mi tiene sveglia ogni tanto (l'uomo con il cappello lo sento salire le scale, lo so che non sono sempre i vicini) e poi da lì ha tentato di ripetere una formula che si è dovuta il più delle volte piegare alle volontà dell'algoritmo Netflix, in cui il buon Mike ha continuato ad avvalersi del solito cast e di storie meno accattivanti, con ritmi più dilatati che avvolgenti, con monologhi più tediosi che accattivanti. Non è andata meglio per quanto riguarda i suoi lungometraggi, tutti kinghiani, e se sono tra quelli che si sono schierati a favore del rischiosissimo adattamento di Doctor Sleep ho invece mal digerito il passaggio al non-horror di Life of Chuck.
Ora la grande prova: ancora Steven King, ancora un adattamento.
Ma con adattamenti ben più famosi alle spalle con cui fare i conti.


Flanagan decide di farla sua questa Carrie, trasportarla nei complicati giorni d'oggi dove il bullismo è anche in rete, decide di ampliare il discorso e renderlo più approfondito, sfruttando bene i tempi televisivi che, diciamolo, se la Carrie di De Palma era folgorante, era anche per la sua brevità: 100 minuti per conoscerla, volerla proteggere, averne paura.
Da subito sono nate le polemiche: troppo carina Summer H. Howell per aderire al personaggio scritto da King (come se Sissy Spacek non lo fosse, poi) troppo patinata la messa in scena, troppe le libertà prese, soprattutto sul finale.
Che è vero, è un po' il lato debole di una serie TV che si è lasciata aperte le porte per una seconda stagione ora confermata e che ci racconterà altro, andando magari a pescare da altri romanzi del Re, o magari vista la grandissima reunion di Battlestar Galactica andrà da altre parti ancora (mio dio, sarebbe assurdamente bellissimo).
Dicevamo, mi ero preparata per bene, ma poi mi era passata la voglia di approcciarmi.
Non avevo voglia di rimanere delusa, soprattutto, il tempo tiranno mi spingeva a vedere titoli che più mi interessavano, più mi prendevano, l'internet sembrava spernacchiare personaggi, attrici, scelte.
Fortuna che ho ascoltato Cassidy, fortuna che so di potergli dare fiducia e così complice un weekend relativamente libero, ho dato una chance a Carrie e nel giro di pochi giorni l'ho divorata.


Che sia ben fatta, a livello tecnico, non lo mettevo in discussione. Flanagan è Flanagan e la macchina da presa la sa usare, sa come presentare i suoi personaggi, sa come caratterizzarli e sa come tenerci sulle spine. Lo fa da subito con le interviste ai sopravvissuti della famosa serata del ballo che ha finito per devastare non solo il liceo di Ewen ma la città tutta. Poi si va indietro, presentandoci Carrie non solo come la figlia di una cristiana fin troppo devota, ma anche come una figlia che dalle mura di casa non è mai uscita. Il suo mondo crolla come è crollata la morte addosso al padre, permettendo ad assistenti sociali di scoprire la sua esistenza e di spingerla assieme alla madre ad affrontarlo, con i pochi mezzi di difesa a disposizione, il mondo vero là fuori. Una caratterizzazione migliore, quindi, che porta il suo sguardo puro e gentile a scontrarsi con la cattiveria e con le gelosie e con le ipocrisie dei suoi compagni di scuola, che la vedono proprio per la sua gentilezza come la vittima designata. Mettici poi che legge e cita a memoria libri, mettici che si cuce i vestiti da sola fuori dal tempo, e il ritratto della reietta è pronto.
Ma a ben guardare il mondo crolla addosso anche a Chris, la cattiva della serie, la villain per antonomasia, bionda e ricca, perde la madre in un divorzio, perde la sua ragione sociale per un padre truffatore che da un lato la protegge troppo, dall'altra poco la considera, con la prospettiva del college a sfumare e il capro espiatorio a diventare Carrie e le ipocrisie tutte dei compagni di liceo, con la creazione di un profilo Instagram che si fa megafono di gossip e accuse e prese in giro che diventa la croce e la delizia di studenti e professori. E poi c'è Sue, il cui mondo sembra crollarle addosso per una gravidanza imprevista, che la porta ad isolarsi e allontanarsi, vuoi da Chris vuoi dal fidanzato Billy, e a provare una pietà sincera che sfocia in amicizia nei confronti di Carrie.


Carrie che ce la mette tutta per farsi ben volere, Carrie che scopre presto i suoi poteri, informandosi, studiando, allenandosi. A differenza del film di De Palma ne prende il controllo, li usa per zittirla una madre-padrona che si trasforma in influencer per ribadire la sua superiorità morale dando vita a siparietti e a scontri con gli altri genitori, con gli altri alunni, con il preside stesso di Ewen che fanno pizzicare le mani. È il potere di Samantha Sloyan, attrice feticcio a cui i ruoli insopportabili cascano tristemente a pennello.
A questo giro, torna anche la solita Kate Siegel, voce narrante la cui identità viene rivelata in quel finale soddisfacente da un lato pericoloso dall'altro, che apre le porte a uno sviluppo tutto da scrivere, e in fondo già scritto da Flanagan che aveva già pensato Carrie come una serie TV da tre stagioni.
La cura PrimeVideo ha giovato, sembra esserci più libertà e più equilibrio rispetto ai prodotti Netflix, e anche se la colonna sonora è fatta di canzoncine mielose e adolescenziali e poco indimenticabili, la costruzione el soggetto riesce ad essere rispettosa dell'originale e capace di sorprendere nel suo raccontare i tempi bui dell'oggi.


Prova ne è proprio quella serata del ballo, attesa e ben preparata, anticipata da un finale d'episodio che va in nero seguito dalle urla per poi deliziarci di poteri e effetti speciali che danno soddisfazione alla parte meno pacifica di noi, quella che chiedeva vendetta e chiedeva sangue per tutto il sangue che si è vista gettare addosso Carrie. Perde però di significato la guida esterna e le presenze esterne, con la purezza di Carrie contaminata più da queste che dalla bruttezza del mondo in cui si ritrova immersa, e i paralleli con Chris -entrambe senza più un genitore su cui fare affidamento, entrambe con la loro realtà a crollare e a chiederle di cambiare- a mostrare come si può reagire, con la gentilezza o con la cattiveria più pura e gratuita.
Lo sguardo Flanagan lo allarga anche ai professori, con il trio formato da Rahul Kohli-Amber Midthunder-Tim Bagley a dare le sue soddisfazioni, quest'ultimo in particolare per i toni onesti che usa e per come sembra fare bene il suo lavoro di ascoltatore, pur regalandoci i monologhi migliori, più la presenza di un preside che anche se è fatto a forma di Matthew Lillard non fa paura, anzi, finisce per essere un adulto capace di intendere e volere e di schierarsi dalla parte giusta. Anche se non bastano le parole, non bastano i metal detector a proteggere giovani adulti violenti.
Come dice Sue, il resto è fatto di ragazzi, che cambiano idea come il vento, che si fanno guidare dai bassi istinti, e se Arthur Conti dopo Camp Miasma sembra abbonato ai ruoli horror, la giovane Summer H. Howell con la sua purezza e la sua evoluzione vendicativa mette a tacere le malelingue partite già dal primo teaser.


Carrie la serie è inevitabilmente diversa da Carrie il film.
Il paragone ha senso fin là, con uno a essere diventato un classico tanto fulminante quanto spiazzante visto oggi, questa serie TV ne prende spunto, omaggia, cita e adatta i momenti salienti, che siano nello spogliatoio della palestra o in quella palestra agghindata per le feste, per prendere poi la sua strada e anche se è ancora aperta e pericolosa, costruisce un nuovo mondo che fa male nella sua brutalità e nella sua capacità di potersi -volendo- curare, almeno finché non diventa troppo tardi e gli schermi dell'ipocrisia tornano ad accendersi.
È un ritratto dei brutti giorni nostri, è anche una lezione storica o forse folkloristica di poteri e di femminile, con le introduzioni raccontate da Kate Siegel a rendere accattivante fin da subito ogni episodio e a collegarsi poi nel finale. Si torna lì, a una fuga e a una distruzione, a più realtà che sembrano vere e a misteri e misteriose presenze da svelare. Di cui forse non c'era bisogno, ma che forse costruiranno qualcosa di nuovo e importante.
Fortuna che ho messo a tacere i pregiudizi, fortuna che ho ascoltato le persone giuste, trovando una serie tra le più soddisfacenti e complete e belle dell'anno, che ha preso un cult e ne ha costruito qualcosa di nuovo e di rispettoso, in attesa di capire come evolverà una storia che ora è tutta da scrivere.

Voto: ☕☕☕½/5


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1 commento:

  1. Buon Halloween!
    A me manca solo l'ultimo episodio, ma il mio giudizio è molto più tiepido del tuo. Mi è piaciuta la trasposizione al cybebullismo, così come la fotografia della scuola statunitense che è veramente impietosa. Ma quando Carrie diventa una jedi... no, via, non ce la posso fare. Mi metto a ridere se Carrie va a scuola e usa la Forza per mettersi lo zaino, cosa che va un po' contro lo spirito della storia. :--/

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