1 settembre 2016

Venezia 73 - Les beaux jours d'Aranjuex


Alcune domande che sorgono dopo la visione di Les beaux jours d'Aranjuex di Wim Wenders:
- se un giovane, ammesso che un giovane conosca il testo di Peter Handke, presentasse il film alla selezione del Festival, senza portare l'ingombrante nome di Wim Wenders, verrebbe preso in considerazione?
- se il finale ha emozionato un pochino, cambia la valutazione di un film troppo statico, troppo volutamente fermo (macchina da presa a parte, che inizialmente fa venire il mal di mare)?
- se poi quell'emozione è scattata principalmente per Nick Cave e per la splendida canzone finale di cui nemmeno google ricorda il titolo (meno per la troppo cinematografica Perfect Day di Lou Reed), cosa si può pensare del film senza essere linciati dai cinefili DOC?
- infine, e qui credo che anche i cinefili DOC siano d'accordo, qual è il senso di usare il 3D in un film per l'appunto statico, dove ad importare sono le parole, le tante parole, più di quei vorticosi giri in giostra che compie la macchina da presa prima di fermarsi in un classico campo-controcampo?

Sì, lo so, sembrano quasi domande retoriche che nascono dalla difficoltà di scrivere di un film che per buona parte ha appesantito, annoiato, e che solo in un finale in cui i discorsi metacinematografici acquistano un barlume di senso, emoziona.
Non ha aiutato la visione la mancanza di sottotitoli italiani né tantomeno il 3D, chè stare a leggere in inglese mentre si parla in francese con una doppia barriera, non è simpatico.
Il problema però è proprio il film in sé, in cui un lui un tantino irritante e una lei decisamente irritante, conversano su binari paralleli, ricordando prime volte e viaggi lontani, in una battaglia verbale dalle regole fisse. Scrive di loro e per loro, uno scrittore che tutto immagina, tutto recita.
Film nel film, racconto nel racconto, in una scatola che permette di estraniarsi dal male del mondo, dalla notte che arriva o dall'estate che finisce.
Ma se per farlo ci si deve sorbire tutte queste chiacchere incerte, forse l'inverno è meglio affrontarlo.

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