2 giugno 2020

Westworld s03 e una nuova Westworld: Devs

Westworld - Stagione 3

Che è successo a Westworld?
La serie osannata dalla critica al suo esordio ha poi subito una brutale battuta di arresto con una seconda stagione quanto mai confusa, in cui sembrava si allungasse più il brodo che si cercasse di prendere una strada da seguire.
E ora, che Westworld, che quel mondo fittizio fatto di attrazioni e di macchine è stato completamente abbandonato, che succede?
Succede che ci si muove in un mondo di umani altrettanto manipolato come quello creato dalla Incite, dove governano i ricchi, le corporazioni, dove il destino di tutti sembra già segnato.
Ma non corriamo troppo, procediamo con ordine.


Partiamo da Dolores, impegnata a trovare un luogo dove far vivere i suoi simili o a scatenare una rivolta che possa distruggere il genere umano.
O forse, entrambe.
Si muove come un Dio bellissimo, ammaliando magnati, avendo l'aiuto di chi come lei da Westworld è riuscito ad uscire, e potendo così avere di nuovo a disposizione i volti di Tessa Thompson, Rodrigo Santoro, Tao Okamoto.
Nel suo percorso incrocerà quello del veterano Caleb Nichols (sì, proprio lui, Aaron Paul, che cerca di scrollarsi di dosso il peso di Jesse e qui diciamo che ci riesce), che sopravvive a suon di lavoretti fuorilegge, che un conto in sospeso con quello che è, con quello che è successo, continua ad averlo.
Lui la salva, o forse sarà il contrario?
Si parla, se non lo si è capito, sempre di libero arbitrio, di un mondo in cui ci si è dimenticati quanto questo possa valere, e che Dolores vuole riportare all'attenzione di tutti.
Basta un messaggio, quello che anticipa il giorno della propria morte, e la società non è più la stessa.
Non lo è la vita di ognuno e le proteste che si scatenano in questo futuro high-tech ricordano quelle che per la stessa mancanza di libertà, di partenze svantaggiate e ingiuste, si stanno scatenando in America.


Ma se l'azione la fa da padrone, tra sommosse e combattimenti senza esclusione di colpi, ci sono sempre i soliti difetti.
C'è Bernard che non si capisce come impegnare.
Per non parlare di William.
C'è una misteriosa chiave che chissà in quale mente si nasconde, e perché.
C'è Maeve, la cui motivazione nonostante la sua intelligenza, continua ad essere quella di ricongiungersi a una figlia che sua figlia non è.
Ma dico, ancora? Dopo due stagioni?
Tutto quello che fa, i patti che crea e che rompe riconducono solo a questo?


Se non ci si sofferma su questi difetti, ci si gode la bellezza di location mozzafiato in quel di Singapore, ci si gode la parentesi italiana e fascista da raggirare, ma sembra che il più sia costruito per ingannare lo spettatore, per tenerlo impegnato a farsi domande più che a dargli le risposte, visto quanto sono stantie quando arrivano.
Come può un genio come Vincent Cassel, che tutto conosce e tutto può vedere, non riuscire a trovare subito Dolores e Caleb nella loro fuga rocambolesca nel cuore della città?
Per non parlare delle troppe scene a titoli di coda conclusi, un altro modo per prendere in giro lo spettatore.
Al terzo giro, nel finale stesso, più che un'idea geniale sembra un riciclo per non toccare il fondo.
Restano allora frasi e dialoghi pieni di bellezza, di gentilezza.
Ma bastano a salvare questa terza stagione?
Una quarta a sorpresa è stata annunciata, e ci si ripete: cosa succederà a Westworld?
Chi ci sarà (tra personaggi, ma pure fra il pubblico) non è dato saperlo.

Voto: ☕☕½/5

Devs

Per un Westworld che affonda, un'altra (mini)serie high-tech che avanza.
Anche qui ci sono magnati tanto lungimiranti quanto temibili, anche qui c'è un libero arbitrio messo in discussione, ma qui c'è prima di tutto un'indagine.
Quella di Lily, il cui fidanzato nel giorno della sua promozione nel tanto segreto reparto Devs, non torna più a casa.
Il suo corpo verrà trovato carbonizzato: suicidio, dicono.
Omicidio, dice lei, che pur capendo che la posta in gioco è una guerra fredda tra russi e americani, si imbarca in un viaggio per conoscere la verità, mentre noi assistiamo a quello che Devs è: un Dio-macchina, un algoritmo capace di conoscere il passato, di farlo visitare, ma pure di predire il futuro.
Si parla di informatica quantistica, allora, di teorie e stringhe, di scienziati da elogiare e altri da smentire.
Confusi?
Pure io.


Anche perché il ritmo di racconto è di quelli lenti e sonnolenti, in cui poco sembra succedere, in cui alle parole si preferiscono i silenzi.
In soli 8 episodi la scienza la fa da padrone rispetto ai sentimenti, anche se attraverso questi si cerca di giustificarla nelle sue svolte meno umane (omicidi, minacce, tradimenti).
Ed è questo il grande limite dell'ultimo prodotto firmato Alex Garland: la difficoltà di entrarci, di appassionarsi.
Nelle serata giuste, negli episodi giusti (lo splendido episodio 5 che viaggia nel tempo), la sensazione è quella di assistere a una signora miniserie.
In altre, quella di vedere l'ennesima variazione di un futuro distopico che si prende troppo sul serio.
Attori di questo mondo un Nick Offerman quanto mai inquietante che offre una prova pazzesca (vedere il monologo sul lutto all'inizio dell'episodio 2 per credere), una freddissima Alison Pill, un presto dimenticato Karl Glusman, ma soprattutto lei Sonoya Mizuno, con quell'accento strano, con quella presenza stropicciata ma volitiva.
Tra futuri che si sovrappongono, strane statue giganti, la voce di Gesù e pure il sesso di Marilyn Monroe, l'interesse Devs lo cattura, ma non lo sa mantenere.


Voto: ☕☕½/5

1 giugno 2020

Il Lunedì Leggo - Il Corpo Umano di Paolo Giordano

In piena pandemia, quando anche gli scienziati barcollano nel buio alla ricerca di cure e origini, Paolo Giordano è già riuscito a scrivere un saggio sul Corona Virus (Nel contagio).
Merito della noia della quarantena?
Del marketing pressante?
Non so.
I dubbi sull'utilità e il bisogno di scrivere su una pandemia in corso e pubblicare in tutta fretta (a marzo) un saggio a riguardo restano.
Io a Giordano avevo voluto bene con quel caso che è stato La solitudine dei numeri primi.
Poi, però, di suo non ho letto altro.
Il corpo umano, per dire, lo credevo un racconto sulla sua esperienza come volontario in una missione di guerra. O di pace, chissà come ha più senso chiamarla.
Una testimonianza di quello che dietro le trincee, nei campi base, succedeva.
Mi sbagliavo, ovviamente.


Siamo di fronte a un romanzo che parla di soldati italiani, di un plotone che vive nella sabbia e nell'inazione di un'Afganistan in cui il nemico è però infido e invisibile.
Eccoli qui questi commilitoni, a partire dal tenente medico Alessandro Egitto, passando per il maresciallo René, per il caporalmaggiore Ietri.
Poco a poco, questi ragazzi appena ventenni, appena usciti dal nido di casa o già esperti che sanno come giro il mondo e soprattutto le missioni di pace/guerra, li si conosce, scavando nel loro passato, in lutti, in educazioni o in scelte di vita che li rendono amabili o detestabili.
Se le giornate passano a farsi scherzi a vicenda, a correre al bagno per della carne avariata, a ripensare a quello che hanno lasciato in sospeso in Italia, tra famiglia e amori, tutto cambia quando una missione deve essere portata a termine, una missione che per i più esperti è suicida: affrontare la strada, il deserto, con le mine e le bombe che potrebbero essere nascoste sotto ogni buca, in ogni auto abbandonata, dietro ogni roccia.
La vita, per tutti, cambierà da qui.
Il ritorno alla normalità sarà impossibile.
La missione finisce, il campo base si abbandona, si torna in Italia, ma la mente è ferma lì, in quella strada, fra quelle montagne.

Se i film di guerra non sono certo pane per i miei denti, tanto meno lo sono i romanzi.
Anche qui, i personaggi sembrano tagliati con l'accetta a rispettare i canoni conosciuti grazie alle pellicole americane, tra spacconi, capri espiatori, verginelli e sottoposti ragionevoli ma inascoltati.
Ma forse, è davvero così che funziona l'esercito, e la morte non guarda certo in faccia queste etichette.
A sorpresa, però, in questo racconto di guerra più interiore che esteriore, sono rimasta avvinta, riuscendo a riconoscere, ad amare e odiare certi personaggi, il loro gergo, il ritrovarmi fra la polvere e la sabbia.
Fra i loro pensieri.
Ritornare a leggere Giordano nel pericolosissimo romanzo numero due dopo un successo che definire travolgente e dir poco, ha fatto bene.
Ma magari, certi saggi precoci continuerò ad evitarli.

31 maggio 2020

#LaPromessa2020 - Angeli e Demoni

Era il dicembre del 2007, e ancora non ero a mio agio nell'andare al cinema da sola.
Il film in questione era Paranoid Park.
Non un film facile, non per tutti.
Ma costrinsi il mio migliore amico ad accompagnarmi, ingannandolo.
Si parlava di giovani, di skater, di un crimine.
Insomma, elementi piuttosto innocui, ma che nelle mani di Gus Van Sant si trasformano.
Per me, la visione fu bellissima.
Per lui fu un'agonia.
Doppia considerato che per anni aveva preso in giro un altro Gus van Sant che gli avevo fatto vedere -noleggiato, cavoli, NOLEGGIATO!- Elephant.
Arrabbiato, deluso, mi fece fare una promessa: "Fra poco al cinema esce Angeli e Demoni e tu mi accompagni".

30 maggio 2020

Netflix Arcobaleno: Douglas | A Secret Love | Circus of Books

Netflix Italia produrrà solo serie a target teen (se non a tema mafia), ma Netflix nella sua internazionalità ha da sempre un occhio di riguardo per la comunità LGBT.
Questi documentari e questo stand-up comedy sono il meglio che si può trovare nel suo catalogo recente:

Douglas

Due anni fa il suo nome era sulla bocca di tutti assieme a quello di Nanette, il suo spettacolo non propriamente comedy in cui condivideva le gioie, i dolori e soprattutto i traumi della sua vita.
Ora Hannah Gadsby è tornata, con tutte le paure che comporta un secondo spettacolo di successo dopo una carriera decennale.
Torna, ed è più in forma che mai.
Dà fin da subito una lezione su come uno stand-up si può tenere e si può scrivere, riassumendo brevemente tutto quello di cui parlerà dando così un doppio se non un triplo significato alle battute e agli argomenti che arriveranno.
Consapevole ora del suo ruolo e della fama raggiunta, degli hater che si è fatta, Hannah prosegue per la sua strada.
Di traumi da condividere non ne ha altri.
Ma ha una dichiarazione che volutamente non vuole essere sensazionale, ovvero l'essere affetta da autismo.
Ha sassolini sulle scarpe da togliersi contro antifemministi, i maschilisti e gli hater stessi, che Hannah no, non riesce a fare come Taylor -Tay Tay- Swift e "shake it off".
Ha una serie di battute da fare, per alleggerire i toni, per dimostrare come basta poco per far ridere.


Stereotipi sugli americani?
Diversi nomi e pronunce rispetto all'australiano?
Riferimenti sessuali imbarazzanti e misogini?
Punzecchiature su chi è stato giustamente travolto dal #metoo e pure sui no vax?
Ricordi di un passato che fanno luce su molto del suo presente?
Riferimenti all'arte, su cui è laureata?
Abbiamo tutto, condensato in poco più di un'ora in cui seguire l'indice che ci ha presentato fin dall'inizio, in cui perdersi nei suoi ragionamenti, nella sua visione del mondo, nelle sue lezioni.
In quei dipinti rinascimentali a cui si arriva nientemeno che grazie alle Tartarughe Ninja, e un crescendo finale in cui si vorrebbe non si fermasse mai, e in cui causa eccessive risate, si deve per forza tornare indietro e risentire quelle battute.
Battute intelligenti, sempre, che raccontano di un mondo in cui sono gli uomini a dare i nomi alle cose, solo loro a dipingere e soprattutto a fare delle scelte.
Quanto al nome dello show stesso, che è quello del suo cane, ha una genesi così surreale che è meglio non svelare altro.
Forse meno controverso di Nanette, in cui non tutti i punti del suo ragionamento su Picasso mi hanno convinto, Douglas lo supera dimostrando il genio comico all'opera, puntuale, preciso, attento alle reazioni del pubblico e con una scrittura calibratissima.
Chiamatelo stand-up, chiamatelo show, lezione, monologo, one-woman-show, chiamatelo come volete, ma vedetelo.

Voto: ☕☕☕☕/5

A Secret Love

Terry e Pat si amano da più di 40 anni, ma hanno fatto coming out con le rispettive famiglie solo alla veneranda età di 65 anni.
Sì, avete capito bene: a 65 anni.
Terry e Pat si sono conosciute appena ventenni, senza capire bene l'amore che stavano provando e non si sono mai separate.
Ma erano anni in cui si rischiava l'arresto, il licenziamento, la diseredazione dalle famiglie se si amava qualcuno dello stesso sesso, e così Terry e Pat hanno continuano a sostenere di essere amiche che condividevano l'affitto per risparmiare o cugine zitelle che non avevano mai incontrato l'amore.
Finché Terry non ha deciso che era il momento, rivelando il tutto a una nipote sbigottita, più dal fatto che non le si fosse mai rivelata, che lei stessa non ci avesse mai pensato, che non per l'avere una zia lesbica.


La loro storia, unica ma non rara, viene raccontata scavando poco nel loro passato, molto nel loro presente, fatto di anni che si fanno sentire, di decisioni che vanno prese.
Con una casa troppo grande, la salute che abbandona, un trasferimento che va pensato, per riavvicinarsi ai parenti e avere l'assistenza necessaria.
Per raccontarci questo presente, si delinea così una divisione dei ruoli, fra gelosie e "cattivi", che visto superficialmente, aiuta poco la visione.
Il fatto che Pat abbia perso nel giro di pochi anni la sua intera famiglia, con l'unico fratello ad abbandonarla nel momento del suo coming out e Terry a rimanere il vero familiare, rende ancora più dolorosa la scelta fatta per renderla meno... "simpatica".
Mentre una soluzione si cerca, mentre un matrimonio viene deciso, ci si focalizza troppo poco su un passato quanto mai interessante.
Fatto di sport (il baseball femminile, con la carriera notevole di Terry nella major league femminile), fatto di leggi oppressive, di paure, di amicizie che nascono, di genitori che sanno o non sanno, di una Chicago che cambia e le include.
Sono i dettagli quelli che fanno sussultare, come lettere d'amore a cui manca la firma: in caso di ritrovamento, potevano essere una prova contro di loro.
Piangere, nel sentire e nel vedere questo amore che dura per 72 anni (SETTANTADUE ANNI!), è inevitabile, soprattutto in un finale in cui la salute va via via peggiorando.
Ma un velo di amarezza è inevitabile provarlo per quello che questo documentario ha escluso dal suo racconto, focalizzandosi sul particolare e non sul generale.
Una scelta, ovvio, ma a cui rimproverare qualcosa.


Voto: ☕☕/5


Circus of Books

Alla domanda: "Che lavoro fanno i tuoi genitori?", Rachel e i suoi fratelli erano abituati a rispondere: "Gestiscono una libreria".
Non sapevano -all'epoca- che la libreria in questione era specializzata in materiale a tematica gay, con pubblicazioni vietate ai minori e ci fosse un angolo dedicato al porno shop.
La risposta era quella politicamente corretta e accettabile.
Ma cosa ha spinto due persone semplici, distanti da quel mondo, religiose pure, ad aprire una libreria diventata negli anni '80 un vero e proprio punto di riferimento per la comunità omosessuale di Los Angeles che lì si riuniva, si conosceva, faceva i suoi acquisti senza paura?
L'occasione, come sempre.
Con un licenziamento da una parte e una prospettiva dall'altra.
Ma se Barry è sempre stato il più aperto della coppia, quello per cui non era un problema tutta la questione sessuale e si ritrovava a fare da padre a quei ragazzi che nell'ondata di AIDS si è visto morire sotto i suoi occhi, la religiosa Karen ha dovuto combattere con la sua fede, con i suoi precetti religiosi.
Perché, Karen e Barry scoprono dopo anni di avere un figlio gay.


Un figlio che ha faticato a fare un coming out.
Un figlio che Karen inizialmente non ha voluto accettare.
E viene da chiederselo come la proprietaria di un'isola felice celebrata, venerata, ricordata da un'intera comunità che lì si è innamorata, ha fatto sesso, ha incontrato i suoi idoli porno, possa avere una mentalità così chiusa.
Questo documentario realizzato dalla loro figlia Rachel cerca di dare una risposta e serve soprattutto a quella madre per fare ammenda, cosa che con l'attivismo sta già facendo, mentre interroga in continuazione quella figlia con la telecamera sull'utilità di riprenderla, di fare un documentario sulla loro storia.
Anche qui la brevità penalizza il materiale a disposizione.
Lo spazio dei ricordi, dell'attivismo, meriterebbe più approfondimento, così come la personalità semplice e sincera di Barry, per esigenze di narrazione schiacciata dalla più enigmatica Karen.
Si lasciano invece parlare clienti, vecchi e attuali commessi, amici d'infanzia e star del mondo del porno, la cui vita è cambiata grazie a questa strana coppia che con pudicizia è arrivata pure a produrli i film porno e a girare per fiere a tema in cerca di articoli che potessero far sopravvivere la loro libreria/porno shop.
Con l'arrivo di internet la crisi si è fatta sentire, e la chiusura è inevitabile.
Così, questo documentario vuole celebrare una decisione rischiosa (sia in termine di immagine -per l'epoca- che penale, con l'FBI ad indagare sul materiale venduto cosiddetto osceno), ma anche una famiglia, e soprattutto un luogo simbolo.

Voto: ☕☕/5

29 maggio 2020

Don't Think Twice

Andiamo al Cinema su Netflix

Facciamo un gioco.
Non pensarci troppo su, e a nome/domanda, dici la prima cosa che pensi:

Don't Think Twice...
... un titolo, molto, molto carino.
Gli attori di improvvisazione teatrale...
... dei gran creatori.
La scena off di New York...
... un covo di geni e invidiosi.
Don't Think Twice...
... un film che racconta di una compagnia di attori d'improvvisazione nella scena off di New York, geniali a modo loro, molto invidiosi di chi ha successo.
Miles...
... un fastidioso, noioso capogruppo.
Samantha...
... il vero diamante grezzo della compagnia, che da sola catalizza la scena.
Allison e Bill e Lindsay...
... il trio un po' nerd, in disparte.
Jack...
... un altrettanto fastidioso capogruppo egoista.

28 maggio 2020

Hector e la ricerca della felicità

È già Ieri -2014-

Hector è uno psicanalista triste.
Arriva a non sopportare i suoi lamentosi pazienti, a vedere delle crepe nella sua relazione scandita e fin troppo perfetta con Clara.
E così, su due piedi, decide di lasciare Londra e di imbarcarsi in un viaggio alla ricerca della felicità.
Metodico e viaggiatore alle prime armi, fa della Cina la sua prima tappa, passando dal lusso più sfrenato ai monaci d'alta quota, cercando risposte, consigli, annottando tutto nel suo diario di bordo che si riempie di disegnini e disegnetti.
Sono i soldi a rendere felici?
Sono le bugie?
È la preghiera?
Risposta, ancora, non c'è.
La seconda tappa lo porta così in Africa, da quell'amico dell'università che ha trovato un senso alla sua vita aiutando gli altri.
Qui, immancabili, nuove disavventure, fra rapimenti e minacce di boss locali, e una famiglia numerosissima che accoglie per cena.
L'ultima tappa è quella più importante, quella che in realtà ha spinto Hector alla sua ricerca e a giustificare le tappe precedenti: Los Angeles, a ritrovare l'amore di gioventù più visto, più sentito.

27 maggio 2020

Forgetting Sarah Marshall

È già Ieri -2008-

Ve la ricordate, vero Dispatches from Elsewhere, la serie di cui mi sono follemente innamorata e che meriterebbe più attenzione?
No.
Va bene, sono qui per ricordarvela, e per parlare di un altro progetto che ha visto Jason Segel coinvolto come ideatore, sceneggiatore e attore: Forgetting Sarah Marshall, in italiano -tristemente- Non mi scaricare.
A prima vista potrebbe sembrare una delle tante commedie romantiche-demenziali degli anni 2000, quelle commedie americane godereccie e sboccate che al pari dei nostri cinepanettoni, poco mi convincono.
Quei film in cui fra gli altri si sono alternati Segel stesso, Ben Stiller e pure il tanto odiato Adam Sandler, per le parti femminili Cameron Diaz e Katherine Heigl.
Insomma, non certo dei nomi che mi fanno accorrere al cinema.
Ma se sono andata a ripescare proprio questo titolo, un motivo c'è.

26 maggio 2020

Little Fires Everywhere

Mondo Serial

Tra le varie forme di razzismo, ce n'è una subdola e insopportabile: quella finto progressista processata da finti liberali, quelli che si dichiarano di mente aperta, che finiscono per fare più danni di chi il proprio odio, la propria paura, la sbatte in faccia.
Immaginate una comunità creata per evitare le forme di razzismo, per integrare bianchi e neri, con case che esternamente sembrano tutte villette singole (anche quando appartamenti§), una scuola a cui si arriva senza attraversare grandi strade, insomma, un tentativo di perfezione.
Ma è perfetta una comunità in cui i bianchi si vantano di viverci e vengono pagati per farlo?
Di questo razzismo sottile, di questa ipocrisia, parla Little Fires Everywhere, arrivata di fresco su Prime Video.
Lo fa come conviene farlo oggi: nascondendo messaggi importanti dietro una buona dose di trama patinata.

25 maggio 2020

Il Lunedì Leggo - Le intermittenze della morte di José Saramago

A sorpresa, durante la quarantena, a ritornare al primo posto in classifica dei libri più venduti è stato Cecità di José Saramago.
Un romanzo del 1995, che racconta di un mondo allo sbando, dove un virus inarrestabile ha reso cieca buona parte della popolazione.
Una nuova società, spietata, nasce dai saccheggi, dagli incendi di quella appena finita.
Purtroppo, a suo tempo, al libro ho preferito vedere il film.
Che non è che mi avesse convinto, non è che mi avesse fatto venir voglia di scoprirlo su carta.
Un premio Nobel, poi, fa sempre un po' paura.
Con L'Anno della morte di Ricardo Reis l'impresa non era stata affatto facile.
Impegnativo è l'aggettivo che meglio lo descrive.
Ma se i più sono andati a scoprire cosa poteva esserne del nostro mondo con tutte le regole da dover riscrivere in caso di una pandemia, io sono andata a togliere dalla polvere della biblioteca Le intermittenze della morte, trovato al solito mercatino dell'usato e (se a qualcuno interessa) ora fra le proposte scontate di Feltrinelli.

24 maggio 2020

La Domenica Scrivo - Di imprese sportive, di karma beffardi e soprattutto di The Last Dance

Il 2020 doveva essere l'anno del mio ritorno allo sport.
Lo sentite, vero, quanto sa essere ironico il karma.
Perché io e lo sport non siamo mai andati troppo d'accordo.
Era un appuntamento di quelli più attesi quand'ero ancora giovane, facciamo bambina, con gli allenamenti e le partite e i tornei di pallavolo a scandire le mie settimane.
Ero pure brava, giocavo ogni partita.
Finché un gemellaggio non ha fatto di me la numero 7, e la panchina non giustificava quegli allenamenti sempre più faticosi, sempre più intensi.
Ho provato un anno di danza moderna, e da qualche parte c'è una VHS con cui potermi ricattare fino alla fine dei miei giorni, sempre se mi si riesce a scorgere nell'ultima fila (e no, non avevo le caviglie fragili -cit.).

Che c'entra Michael Jordan ora?
Il suo momento arriva, ma serviva un'immagine iniziale acchiappa click

Poi è arrivato l'exploit dell'atletica leggera, specialità salto in lungo con un secondo posto d'istituto di cui ancora vado fiera, il salto in alto con un salto alla Fosbury che ha reso fiero il mio allenatore, e visto che la società non disdegnava di far partecipare a più gare possibili pure gli 80 metri che mi sfinivano, pure gli ostacoli che mi terrorizzavano, pure la marcia, con un quarto posto su cinque partecipanti che la dice lunga.
Poi, anche qui, dopo i tentativi nemmeno portati a termine di lancio del peso e salto con l'asta, ho capito da sola di non avere le carte giuste per andare avanti.
Questione di mentalità?
I tentativi di corsa assieme al giovine l'hanno decisamente dimostrato anni dopo.
Che competitiva lo sono, che i minuti di meno o di troppo mi fanno imbestialire, ma la testa non riesco a staccarla, non riesco a farla rimanere ancorata al qui ed ora, sta sempre quel passo avanti, sempre con quell'ansia in più che non va.

Coperte a ricordare le mie fatiche, negli stessi gloriosi anni dei Bulls

Dicevo che il 2020 doveva essere il mio ritorno allo sport dopo 18 anni di inattività, se si escludono le passeggiate con il cane.
Fate pure i conti di quanto la pallavolo, la danza e l'atletica hanno inciso.
Perché l'età avanza e certi dolori a 30 anni (si, si, ok, 32) non sono poi così normali.
Già da settembre mi ero messa sull'attenti.
Mi ci ero messa anche il settembre scorso, e anche a gennaio 2019, ma questi sono altri discorsi.
A settembre, dicevo, ho iniziato a cercare lo sport per me.
Ho provato yoga, due lezioni in due scuole diverse.
Dalla prima sono uscita con il mal di testa, causa voce gracchiante di un Maestro che invitava a rilassarsi e ad ascoltarlo.
Convivenza d'intenti impossibile.
Dalla seconda mi stavo facendo convincere, peccato che gli orari e la posizione della palestra non fossero favorevoli.
Ho provato una lezione di ginnastica dolce, ma anche qui il traffico di una statale sapevo già che avrebbe resi vani ogni tentativo di rilassarsi.
Ho provato una lezione di stretching ma pure qui gli orari non erano il massimo.

Una costume momentaneamente appeso al chiodo

Finché per il mio compleanno non sono andata alle terme, mi sono messa a nuotare, a muovermi in acqua e mi sono sentita nel mio elemento.
Sguazzavo felice e mi sono decisa: complice un black friday che scontava l'iscrizione, con la vicinanza e l'orario perfetto -il dopo pranzo- a venirmi incontro mi sono iscritta ad acquagym.
Sì, a 32 anni a fare acquagym con l'età media delle mie compagne di corso che oscilla tra i 50 e i 60, facciamo pure più 65 anni.
Ma sono comunque molto più coordinate, più brave, di me.
Ora, facciamo altri conti:
mi sono iscritta a fine novembre, ma di mezzo ci si sono messi malanni, vacanze di Natale, i più ovvi inconvenienti femminili, e con il 2020 che mi voleva nel pieno dell'attività, mi ritrovo con all'attivo appena una decina di lezioni. Poi è arrivata la quarantena a chiudere tutto, a spegnere i miei sogni di gloria, di rimessa in forma per la mia schiena e le mie ginocchia doloranti.

Sì, ora si inizia a parlare di The Last Dance

Doveva essere il mio anno?
No.
Lo sport, allora, ho preferito seguirlo.
Se vogliamo dare uno sguardo al passato l'avevo già fatto con il tifo sfegatato al Real Madrid di Iker Casillas, un brevissimo excursus nella tifoseria del Cittadella qualche anno fa (ne ho parlato QUI, e pure quest'anno la serie A sembra(va) vicina) e... beh, basta.
In casa, grazie al cielo, lo sport non è contemplato né praticato.
Ma ci si è messa Netflix, ci si mettono tutti ma proprio tutti a parlare di The Last Dance, la serie che racconta l'ultima -ma, ovviamente, non solo- annata dei mitici Chicago Bulls di Michael Jordan e mi dico, che faccio?
Di basket non ho mai capito nemmeno le regole tra secondi da seguire e rispettare, passi da contare, falli impercettibili ai miei occhi.
Tentenno.
Poi le parole del Cannibale e di Cassidy mi rincuorano.
Mostro il trailer al giovine, che appese nella sua cameretta ha ancora le figurine di quegli anni mitici dell'NBA (con un amore speciale verso i Lakers) e lui va in visibilio.
Inizia a bombardarmi di informazioni, di video sulle schiacciate più belle di Jordan, delle sue azioni migliori... Fermo lo spoiler appena in tempo, e ci buttiamo su The Last Dance.
E... mio Dio!
Ora vorrei seguire tutta l'NBA, vorrei andare al palazzetto/stadio, quello che è, e tifare e godere di questo spettacolo.
Vorrei conoscere tutto e di più, dei Chicago Bulls ma anche degli Utah Jazz, dei Detroit Pistons, dei Lakers, ovviamente, dei Boston Celtics..
Finisco in un vortice in cui la cronologia di wikipedia è una continua risposta alle domande che gli episodi messi a disposizione settimana dopo settimana mi fanno nascere.


Perché la forza di The Last Dance è quella di raccontare un'impresa sportiva non parlando solo di sport.
La forza è anche quella di avere protagonisti pazzeschi, tra giornalisti sportivi preparatissimi e ovviamente la squadra dei Bulls fatta non solo di un Michael Jordan bigger than life, ma pure dell'eterno numero due come Scottie Pippen, che numero due è contento di esserlo. Di scapestrati, beoni ma in campo fortissimi come Dennis Rodman, di un allenatore lungimirante come Phil Jackson, di gregari come Steve Kerr che nella sua semplicità ha avuto tutte le mie attenzioni.
La loro intesa dura anche a distanza, di anni e di spazio, con la memoria precisa e probabilmente ancora ferma a quegli anni di gloria, ai piccoli errori, ai fattori determinanti di una gara, impressi nella loro mente.


Sentire parlare Michael Jordan di sé è come assistere a una seduta di auto-analisi, una leggenda vivente consapevole di esserlo, consapevole dei suoi meriti, dei suoi limiti, che ha bisogno di una motivazione per andare avanti, per dare il meglio di sé, per vincere. E se non ce l'ha, se l'avversario non lo sfida a dovere, se i giornalisti non montano un caso su di lui... bè, se lo crea da solo.
Lui sì ancorato al qui ed ora (tranquilli, Fat Boy Slim c'è).
Potrà per questo struggersi di non essere il nice guy che ci si aspetta, si potrà accusarlo di trash talk e di non aver mai voluto prendere una posizione politica, lui, eroe nazionale afroamericano.
Ma Michael Jordan è Michael Jordan.
Per buona pace dell'ex cittadino di Chicago Barack Obama.
È uno sportivo, è un giocatore di basket.
Di quelli inarrivabili.
E solo al sentirlo parlare, preciso e spietato, si capisce come ha fatto ad arrivare così in alto.


A fare di The Last Dance il fenomeno che è, è la storia di per sé, con drammi familiari, fughe a Las Vegas, avvelenamenti, ritiri e ritorni, ad essere una trama degna di dover essere raccontata.
Gli inizi difficili sono comuni alla squadra intera, con futuri campioni partiti dal basso, da ghetti, periferie, da situazioni di guerra o lutti incolmabili. E il basket come traino per uscirne, per superarli.
Uniti da un uomo come Jerry Krause, che viene descritto come il cattivo della situazione, come il manager geloso, invidioso, in secondo piano, ma che ha avuto la lungimiranza di crearla, questa squadra.


La serie in 10 episodi racconta così l'ultima annata di questa squadra pazzesca, quella della stagione 97-98 con l'obiettivo di ripetere il three-peat.
Nel farlo, si va però avanti e indietro nel tempo, mostrandoci poco per volta gli inizi di ogni giocatore chiave, le vittorie e le sconfitte passate, il primo ritiro di Jordan, il suo darsi al baseball, (sì, si vedono pure i dietro le quinte di Space Jam) e il suo ritorno glorioso.
Il lavoro di ricerca e montaggio lo immagino come un qualcosa di monumentale.
Ore e ore di riprese d'archivio, di interviste di oggi da incrociare, e di domande su cui ovviamente tornare.
Interviste che svelano più di quelle riprese di allenamenti e gare, la forza dei suoi protagonisti.
E quindi mettere un ordine, creare la narrazione, trovare il filo comune puntata dopo puntata.
Potrebbe tranquillamente essere il lavoro della mia vita.
Anche se di basket non mi intendo.
Jason Hehir e la sua di quadra, dimostrano così di essere all'altezza dei Bulls, riuscendo a deviare qua e là dalla realtà dei fatti, creando i cattivi della situazione narrazione, il pathos verso vicende e gare da cui sono passati vent'anni, e anche più.
E questa è decisamente un'altra vittoria per Michael Jordan.

Un'ultima vittoria? Diventare un meme

23 maggio 2020

Animazioni diverse: La Famiglia Willoughby | Ruben Brandt, Collector | Si sente il mare

Piccoli film d'animazione che sono però diversi: per quello che raccontano, per come sono realizzati, per la storia che hanno dietro.
Pronti a scoprirli?

La Famiglia Willoughby

Non posso non nascondere la delusione.
Dopo aver adorato Klaus, da un nuovo film di animazione prodotto da Netflix mi aspettavo le scintille.
Quei disegni un po' strani, quel gusto un po' retro nella scelta delle scenografie e la presenza di Ricky Gervais come doppiatore e come produttore esecutivo, sembravano confermarlo. Invece La Famiglia Willoughby è davvero un guazzabuglio confuso e fin troppo controcorrente.
I piccoli Tim, Jane e i gemelli Barnaby, infatti, non sono per niente amati da genitori troppo presi l'uno dall'altra e troppo egocentrici per badare a loro: non li volevano, non li amano, li puniscono, li lasciano a loro stessi, pure senza cena.
Perché?
Difficile dirlo.
Non lo si sa.


E se questa potrebbe essere una semplice premessa per fare dei piccoli Willoughby degli eroi da veder crescere in mezzo a questa tempesta come tanti altri "orfani" Disney, bé, il ritornarci continuamente sopra, con nuove scene che fanno storcere il naso agli adulti figuriamoci a dei bambini suscettibili... rende il tutto fin troppo nero.
Ma fin qui, mi si dirà, è una licenza accettabile, un modo diverso di rappresentare la famiglia, includendo pure quelle che non sono tali.
Il problema arriva poi, con i Willoughby impegnati in mille e più avventure.
Che cambiano, si risolvono in un attimo e proseguono poi su altre piste.

È quella neonata lasciata alla loro porta, l'avventura da seguire?
No, si risolve in fretta.
È quel proprietario di una fabbrica di caramelle il nuovo personaggio da conoscere?
No, lasciamolo pure da parte.
È quella babysitter gioiosa e affettuosa quella che cambierà le cose?
In parte, ma anche qui, tra case in vendita, assistenti sociali in azione, la trama si dirama.


E allora, con altre carte da giocarsi compreso un impensabile viaggio fino alle temibili Alpi svizzere, si prosegue e sembra di essere dentro una serie animata più che un lungometraggio.
Pensare queste avventure divise e approfondite, pensarle parte di un'unica grande storia che così prende un più ampio respiro, sarebbe stata la scelta più giusta.
Godendo così a lungo di immagini sature e scelte di animazione esteticamente bellissime.
Invece si corre troppo veloci, finendo per non affezionarsi a nessuno, per non gradire nemmeno le situazioni rocambolesche e i commenti gattari di Gervais che le accompagnano.
Storditi dai colori accesi e cambi di scena, vince la diffidenza.

Voto: ☕☕/5

Ruben Brandt, Collector

Un film ungherese e di animazione?
Sì.
E uno strano forte.
Basta vedere queste immagini per capire che Ruben Brandt, Collector non è un film di animazione come gli altri.
È prima di tutto ad uso esclusivo degli adulti, che non riusciranno comunque a cogliere i tanti, tantissimi riferimenti al mondo dell'arte e alle opere più importanti.
Il film di Milorad Krstić ne è zeppo.


Ogni inquadratura ne nasconde uno, ogni scena ne omaggia un altro.
Perché si parla di uno psicologo ossessionato dall'arte, che sogna opere di Manet, Picasso, Van Gogh, Andy Warhol, in incubi al limite dell'assurdo.
Nella clinica che gestisce e in cui cerca di guarire proprio attraverso l'arte dei criminali, capisce che c'è un unico modo per migliorare il suo sonno: avere quelle opere.
Così, una ladra scaltrissima, un hacker e uno scassinatore si mettono a girare il mondo e i musei per aiutarlo, dando vita a una caccia internazionale che coinvolge un detective privato e di cui si interessa pure la mafia.


Che il tutto sia strano, l'ho già detto, con un'animazione diversa a cui presto si fa l'occhio, impegnato a seguire le tante rocambolesche scene d'azione.
Il gioco di riconoscere gli stili, gli omaggi, le opere prende quasi più del film stesso, che resta una scoperta difficile da dimenticare in cui possono convivere pure cover chic dei Radiohead e di Britney Spears.
L'avevo detto e lo ribadisco che era un film strano!


Voto: ☕☕½/5

Si sente il mare

Nella lunga maratona Ghibli continuano ad esserci tasselli che mi mancano.
Ora che Netflix ha infarcito il suo catalogo, posso colmare queste lacune e sono partita da Si sente il mare, storia classica senza pizzichi di magia, con l'amore come protagonista.
Nella fattispecie il più classico triangolo d'amore tra due migliori amici innamorati della stessa ragazza.


Essendo nel 1993 ci sono i più classici cliché del genere, dalle malelingue che inseguono l'altezzosa (ma in realtà timida) nuova arrivata Rikako, agli equivoci che nascono quando Taku si vede costretto ad accompagnarla a Tokyo e a dividere con lei la camera d'albergo.
E anche se i due, maneschi, indecisi, egocentrici, non sprizzano certo simpatia, c'è un finale in questo film che corre veloce come l'ultimo anno di liceo, e che fa la differenza: quella nostalgia che cambia le cose una volta che finiscono, quell'università e quelle strade diverse che si prendono che fanno pensare in un modo diverso agli anni passati tra i banchi di scuola nella proprio piccola città.
Così, è quel finale pieno di speranza e di romanticismo che eleva dal "già visto" il film del giovane Tomomi Mochizuki, il primo a non essere diretto dai fondatori Hayo Myazaki e Isaho Takahata per lo Studio Ghibli.
Peccato per i soliti sottotitoli italiani, tra il ridicolo e l'assurdo e già ampiamente criticati.

Voto: ☕☕½/5

22 maggio 2020

Her Smell

È già Ieri -2018-

Avevo già bollato Alex Ross Perry come un radical chic di quelli pretenziosi e fastidiosi nel 2017 con Listen Up Philip, film in realtà del 2014 che tutt'ora fatico a ricordare di aver visto.
Rimosso, giustamente.
Lo avevo in parte rivalutato grazie a Queen of Earth, thriller psicologico in cui il merito andava più ad Elisabeth Moss che non ad altri.
Poi ero ritornata alla valutazione iniziale, grazie o per colpa del ritratto snobistico di snob che è Golden Exits.
E proprio quando mi stavo chiedendo com'è che senza rendermene conto avessi segnato in tre tempi diversi ben tre film di Alex Ross Perry nell'agenda, ecco che arriva la stangata.
Il colpo da maestro, il film che ridefinisce tutto.
Va detto che pure qui il merito va principalmente ad Elisabeth Moss, un'attrice che non vuole certo rendersi la vita facile e va a scegliere ruoli sempre estremi, sempre da pazza a pezzi, sempre capaci di tirar fuori il meglio di lei.
E la sua Becky Something dai tempi di Mad Men, e nonostante l'escalation irritante che ha preso The Handmaid's Tale, è forse la sua prova migliore.

21 maggio 2020

Golden Exits

È già Ieri -2017-

Ritratto di un tipico film radical-chic e indie:

  • dev'essere ambientato a New York, possibilmente una New York non turistica, di quartiere,
  • i suoi personaggi sono belli e stropicciati, anzi, belli perché stropicciati,
  • fanno lavori che non sembrano lavori, ma che permettono di portare avanti una vita decisamente cool,
  • gli unici problemi che hanno sono problemi esistenziali, di coppia se proprio vogliamo variare un po',
  • il cast dev'essere formato da affezionati al genere indie e radical chic, con nuove leve pronte a prendere il loro posto.

Analizziamo ora Golden Exits, di Alex Ross Perry:

20 maggio 2020

Queen of Earth

È già Ieri -2015-

Quando una storia finisce ci si lecca le ferite fra amici.
Si prende una pausa dalla vita frenetica, dalle abitudini che fanno male, si stacca da tutto e ci si riposa.
Se poi fortuna vuole che la propria migliore amica abbia una casa in riva al lago, immersa nella natura dove poter respirare, meglio ancora.
Ma Catherine bene non sta, e starsene con la viziata, la ricca, la superficiale Virginia è davvero un aiuto?
Lei, che in quella stessa casa l'aveva ospitata con James prima che la loro storia finisse, lei che l'accusa di vivere all'ombra di un padre artista, lei che allo stesso modo non lavora per vivere, vivendo di rendita familiare, lei che accoglie un vicino tanto aitante quanto invadente, lei che organizza feste, che la guarda male, la guarda torvo invece di aiutarla.
Lei che sembra nascondere qualcosa, rabbia, invidia, chissà.

19 maggio 2020

The Eddy

Mondo Serial

L'hanno presentata come la nuova serie di Damien Chazelle.
Ma non è così.
Chiariamolo subito: il buon Damien che il jazz lo ama è qui uno dei sei produttori esecutivi e fa da regista ai primi due episodi.
Poi basta, scompare nel nulla pur avendo dato il là a quello stile fatto di camera a mano, ravvicinata e tremolante, che si concede lunghi piani sequenza che prosegue anche senza di lui.
The Eddy è in realtà partorito da Jack Thorne, che nel raccontare le fatiche, le prove, la difficile vita di un locale parigino e della sua band ci butta dentro un po' la qualunque.
Omicidi, mafia, ricatti, figlie ingestibili, piccole band che crescono, lutti insuperabili, viaggi alla Mecca, scuole prestigiose, madri tormentanti, dipendenze e abusi.
Basta?
Sembra esserci tutto.
Ed è chiaramente troppo, soprattutto se questo troppo non lo si gestisce a dovere, dedicando un episodio a personaggio, cercando di scavare nel suo presente e nel suo passato, nel suo essere piuttosto insopportabile.

18 maggio 2020

Il Lunedì Leggo - La Strada di Cormac McCarthy

Un padre.
Un figlio.
Una strada.
E un mondo che non è più quello che conosciamo.
Senza sole, grigio, senza più uomini.
Solo carcasse che si muovono disperate, alimentando sogni impossibili di una luce che non si vede, ma magari è lì, in riva al mare, ancora qualche chilometro più in là.
Solo fumo, cenere e incendi che hanno sconvolto il mondo intero.
Perché andare avanti?
Per non perdere la speranza.
Perché proseguire per la strada?
Perché si porta il fuoco.
Quale?
Difficile dirlo.
Più che vivere, si sopravvive.
Padre e figlio, giorno dopo giorno, cercando cibo, razionandolo, nascondendosi da chi in questo nuovo mondo si è adattato: cacciando altri uomini, nutrendosi di loro.
Padre e figlio si sostengono a vicenda.
Forse quell'uomo va avanti solo per quel figlio che non riesce a vedere il male negli altri.
Forse quel figlio va avanti solo per quel padre, che non si arrende, non ancora.

17 maggio 2020

Documentari per conoscerli meglio: Anton Yelchin, Robin Williams, Quincy Jones

Due se ne sono andati decisamente troppo presto, uno lo si deve celebrare quando ancora in attività.
In questa quarantena ormai agli sgoccioli ho dato spazio ai documentari che da tempo volevo vedere, per rendere omaggio ad attori che amavo, a un musicista che dovevo conoscere.

Love, Antosha
(PRIME VIDEO)


Anton Yelchin era una garanzia.
Lo vedevo nel cast, e dicevo: ok, questo film fa per me*.
Protagonista di tante commedie romantiche, di film indie, di divertenti, piccoli progetti.
Pensavo di averli visti quasi tutti, ma in soli 27 anni di film ne ha girati 69.
Perché Anton è morto in un modo assurdo in un giorno d'estate del 2016, schiacciato dalla sua auto contro il cancello di casa.
Ricordo di averlo scoperto dai social, ricordo la tristezza, lo sgomento, di aver perso un attore capace di far innamorare di sé le più belle protagoniste, me compresa, di dare così tanta fiducia.
E scopro solo grazie a questo documentario fortemente voluto dalla famiglia, che la vita di Anton era già segnata.
Malato di fibrosi cistica, la sua aspettativa non era altissima.
Più di 27 anni comunque.
Ma non è la sola cosa che scopro in questo omaggio che, va detto, a tratti è fin troppo smaccato.

16 maggio 2020

Beast

È già Ieri -2017-

Un'altra piccola comunità chiusa, che guarda con sospetto i diversi.
Siamo nell'isola di Jersey e i diversi in questione sono due.
Una è Moll, pecora nera di una famiglia benestante e borghese, ribelle e sempre schiacciata dai doveri imposti: da una madre iperprotettiva, da fratelli che la vedono come già segregata in casa a cui rubare senza troppi problemi l'attenzione e la libertà.
L'altro è Pascal, che in quell'isola c'è nato e ci è sempre vissuto, ora solo, forte delle sue sole forze in quanto cacciatore e tuttofare.
I due si incontrano di prima mattina.
Lui con il fucile in spalla e le mani macchiate di sangue, lei in fuga da un compleanno rovinato e passato a ballare -sola- in discoteca.
Il fascino per il diverso, per il proibito, per quello che la famiglia non approva, è forte.
Il fascino verso Johnny Flynn, pure.

15 maggio 2020

Mug - Un'Altra Vita

Andiamo al Cinema a Noleggio

Periferia, anzi, aperta campagna, anzi, in mezzo al nulla della Polonia.
Lì dove non resta che darsi da fare per tirare avanti, ubriacarsi, lì dove essere diversi è sempre una colpa.
Figurarsi se si è un metallaro!
Lì, in quel paesino in mezzo al nulla, si è deciso però di lanciare una sfida: costruire il Cristo più grande del mondo, più grande pure di quello di Rio de Janeiro.
Ci si lavora giorno e notte, si raccolgono fondi e offerte.
Finché un incidente cambia tutto.
Cambia soprattutto la vita di quel metallaro, Jacek, che dopo essere caduto da quel Cristo in cantiere, diventerà il primo paziente a sottoporsi a un trapianto facciale completo.


Presente Face/Off?
Ecco, dimenticatelo.
Qui non c'è l'azione, non c'è né John Travolta né Nicolas Cage.
Perché per quanto riuscita, l'operazione deformerà Jacek e la percezione che darà e avrà di sé.
Come accettarsi, senza i tratti che lo distinguevano, senza i suoi capelli lunghi?
Come accettarlo, se nemmeno gli occhi sembrano più quelli del proprio figlio, nipote o marito?
L'attenzione diventa però virale, tra selfie per cui mettersi in posa e interviste televisive che aiutano a pagare i conti ospedalieri.
Mentre lentamente, tutto il marcio, tutta la diffidenza, tutta l'ipocrisia di questa comunità che si vorrebbe unire sotto l'abbraccio di un Cristo in costruzione, viene a galla.
Neanche avesse a che fare con la Creatura di un dottor Frankenstein.


Presentato a Berlino un paio d'anni fa dove ha vinto l'Orso d'argento, questo film polacco incuriosiva.
Incuriosiva per la strana operazione che mostrava, per la storia parzialmente vera che raccontava e per gli ovvi risvolti psicologici che vedersi cambiare i connotati comporta.
Peccato che tutto questo venga raccontato in quel mondo giusto un po' pesante, tipico dei piccoli film.
Tra bruttezze e brutture, interni degradanti e relazioni infelici.
Che ci si concentri su quella moglie infedele, su quella nonna che lo crede impossessato o su quella sorella che sola lo sostiene e da sempre lo difende, resta poco da salvare nel mondo di Jacek.
Un mondo che si vede attraverso i suoi occhi, con la fotografia che deforma l'immagine, mettendo a fuoco solo il centro.
Come lo sguardo umano.
Creando però più di qualche fastidio, con l'effetto "artisticità di troppo".
Tra metafore e speranze, vince così la noia.
E il fatto di voler dimenticare in fretta certi paesini, certe storie, che potevano essere raccontate in modo migliore.

Voto: ☕☕/5


14 maggio 2020

Favolacce

Andiamo al Cinema a Noleggio

Siamo in una periferia romana da sogno borghese: piccole villette tutte uguali, giardini in cui ospitare amici, pure una piscina.
Insomma, tutto quello che serve per farsi belli rispetto al vicino.
Dentro quelle mura, però, si nasconde il peggio.
Si nascondono bugie e pulsioni, invidie e pressioni, che si sfogano dietro sorrisi finti, dietro convenevoli di circostanza.
Se il lavoro manca, le pagelle dei figli controbilanciano.
Se c'è la piscina, ci sono i pidocchi.
Se gli adulti non crescono o ne ne hanno voglia, i figli sono i primi a rimetterci.
Ad accettare loro malgrado la situazione, a sfogarla attraverso un'apparenza costruita dai genitori stessi, tra silenzi e pianti improvvisi.

Perché ci sono piscine bucate, piscine lasciate marcire, spiagge libere e non esclusive.
Queste famiglie fanno paura.
Per quella violenza che improvvisa esplode, per quella tensione che cresce, per quel voler essere amici prima che padri, evitando di capire, non riuscendo a capire, i silenzi, le intenzioni, il malessere.
Poi c'è Vilma, che una famiglia forse la sta per costruire, forse no.
Pronta per essere madre non sembra, gioca come una Lolita al contrario con Dennis, mostrando senza remore se stessa, il suo linguaggio esagerato, non certo a prova di bambino.
Non ancora adulta e genitore, non più ragazzina che si può permettere speranze.

13 maggio 2020

La Terra dell'Abbastanza

Ho un cruccio che ancora fatico a digerire.
Era il 2015, a Venezia veniva presentato Non essere cattivo, e io che Claudio Caligari non lo avevo mai sentito, io che non mi ero fatta convincere dalle parole di Valerio Mastandrea, ho preferito dormire quell'ora in più.
Almeno per un giorno.
Almeno per quel giorno.
Che tanto i film italiani escono sicuri in Italia, avrei potuto recuperare.
Dicevo fra me e me.
L'entusiasmo generale, la sancita nascita di due star come Alessandro Borghi e Luca Marinelli mi hanno fatto rodere non poco.
Ma ho aspettato, paziente, la sua uscita in sala.
Ho chiesto scusa al signor Caligari, andandomi a recuperare i suoi unici altri lavori (Amore Tossico e L'odore della notte) arrivando al cinema di fiducia preparata, capendo gli omaggi e le citazioni a se stesso.
Innamorandomi di quel film, piangendo calde lacrime.
A Venezia sono riuscita a chiedere scusa lo scorso settembre, presentandomi in quella piccola sala che ospitava la proiezione del documentario Se c'è un aldilà sono fottuto, che racconta la vita, i progetti, i film realizzati da Caligari, concentrandosi sull'ultimo, incompiuto ma poi terminato.
E vedendo per la prima volta quella Sala Grande in piedi 4 anni prima, ad applaudire un regista che non c'era più, una madre che teneva duro, c'ho pianto ancora. E tanto.

12 maggio 2020

Finire in Bellezza: Homeland s08 | Will & Grace s11

Due serie storiche c'hanno detto addio nelle ultime settimane.
Completamente diverse per generi, ma entrambe capaci di stare al passo con i tempi, di raccontarli, e di resistere a dispetto della loro longevità.

Homeland - Stagione 8 

Sono lontani i tempi di Carrie e Brody.
Homeland nel mentre ha cambiato diverse facce, diverse location, molte pelli.
A stupire in tutti questi cambiamenti era il ritrovare quell'agente della CIA, vera e propria scheggia impazzita, sempre al centro dell'azione: che ci fosse di mezzo un attentato a Berlino dove si era andata a costruire una nuova vita, un presunto terrorista cliente dello studio di avvocati per cui lavora o un Presidente tirannico che l'aveva scelta come consigliera.
Ma se si sospendeva questo giudizio, questa inverosimile vita così piena di altre vite, quello che davvero stupiva era che Homeland fosse in grado di mantenere sempre la stessa qualità, la stessa tensione.
Anche se magari ci voleva del tempo per ingranare, con stagioni che partivano lente ma sapevano poi pigiare sull'acceleratore.


Ora si è arrivati al capolinea.
Ci hanno messo un po' gli autori a consegnarci quest'ultimo capitolo, ma quando è così è sempre un bene.
Significa più cura, più attenzione.
Soprattutto quando i tempi li si è sempre anticipati, li si è sempre letti bene.
C'hanno messo così due anni esatti, e avevamo lasciato Carrie lì, riconsegnata fra le braccia di Saul, incapace di intendere e di volere, dopo aver subito chissà quali violenze psicologiche dai russi.
La ritroviamo in forma, pronta a collaborare, a tornare operativa anche se su di lei pende il sospetto di aver a che fare con una spia, con una doppiogiochista.
A fidarsi è sempre lui, Saul, che la chiama a sé, la riporta in quel posto caldo che è l'Afghanistan dove le trattative di pace sembrerebbero finalmente andare in porto.
Sarà così?
Si può contare di lei che si incontra ancora con il fascinoso Costa Ronin, che con lui collabora, che per lui mente?

11 maggio 2020

Il Lunedì Leggo - Lincoln nel Bardo di George Saunders

Febbraio 1862, piena Guerra Civile americana.
Il sempre più discusso Presidente Lincoln non perde solo consenso, perde soprattutto l'amato figlio Willie, di undici anni.
È una sera di festa, forse di luna piena, forse senza luna.
E nella casa che ospita il Presidente tutto quel frastuono, quella musica, disturba la quieta del malato, febbricitante, provato, che non passerà la notte.
Sarà sepolto come ospite della tomba di un amico di famiglia, e lì troverà nuovi amici.
Malati, come lui, che dormono nelle loro casse da malati.
Che lì aspettano da anni amori e parenti, che non li vanno più a consolare.
Non lo sanno di essere morti.


Raccontano la loro storia, sempre la stessa, di come sono finiti malati, di come una trave ha spezzato il sogno di poter finalmente giacere con la giovane moglie, di come ci si stava per tagliare le vene per quell'amore impossibile verso lo stalliere, consumato nella rimessa delle carrozze. Ma l'aiuto, arriverà.
Certo, arriverà!
Perché dubitare!
Non credere, Willie, alle promesse di certe fate, di certi spiriti che assomigliano in tutto e per tutto agli amori passati. Qui si sta bene, qui si può continuare ad aspettare, a vivere!
E quell'aiuto arriverà davvero: sotto le forme di un padre alto e sgraziato, di un uomo brutto ma così buono, così pensoso e triste, che arriva di notte, fuori dagli orari di visita, per quel figlio che non è pronto a salutare.
La sua pietà, quel gesto così poco consono ma così umano, di abbracciare un corpo ormai vuoto, porterà trambusto in quel campo, tra gli spiriti che lo abitano che non hanno accettato di passare oltre, di far parte di quel "rumore di fiammata connesso al fenomeno della materialuceradiante".
Cambiando ogni cosa.
Anche per Lincoln stesso.

10 maggio 2020

La Domenica Scrivo - L'Inevitabile Post sulla Fase 2

Com'è andata la Fase 1?
Meglio del previsto.
Alla quarantena mi sono adattata anche fin troppo bene, realizzando il sogno di essere una di quelle dame russe chiamate nella vita a non fare altro se non leggere, dipingere, suonare il piano.
Nel mio caso: leggere, guardare serie TV e film.
Non fosse stato per le notizie allarmanti, per i numeri che facevano paura, poteva essere la mia vacanza ideale. Suddivisa saggiamente in compartimenti stagni, con il giovine che invece trovava qualunque cosa da fare/sistemare/restaurare dentro e fuori casa.
Giornate che volavano, che finivano con aperitivi per alleggerire quel senso di angoscia che comunque c'era.
Non sono mai uscita di casa, nemmeno con il cane che si è dovuto accontentare di correre come un matto in giardino. Ma le ronfate che si faceva sotto il divano indicavano un certo grado di soddisfazione.
Non ho fatto la pizza, non ho fatto torte, non ho fatto le pulizie di primavera e nemmeno un puzzle, anche se ne ho letto tutte le curiosità qui.
Non mi sono nemmeno presa avanti con il blog, lasciando la scrittura giorno per giorno, odiandomi un po' per questo.
Ma ho fatto l'orto*, e ho smaltito tanti di quei titoli in agenda dal 2013 almeno!

9 maggio 2020

Dammi 3 Serie TV: Normal People | High Fidelity | Zoey's Extraordinary Playlist

La prima settimana della Fase2 è andata.
Per quel che mi riguarda molto più faticosa di quanto pensassi, abituata com'ero ad abbuffarmi di visioni.
Ci ritorno allora per parlare di tre serie TV brevi ma intense, con cui potersi consolare nel weekend.

High Fidelity

In breve: presente quel film cult datato 2000 tratto da quel romanzo cult di Nick Hornby? Bene, ora è arrivata la sua versione aggiornata e al femminile!
Aspettate, prima di fare come me e trincerarvi dietro pregiudizi, lamentandovi di un'industria dell'intrattenimento senza più nuove idee e che si ostina a rivedere in versione femminile ogni progetto passato... dategli una chance.
Perché qui ci si aggiorna e si acquista carattere.
Siamo all'oggi, dove mantenere in piedi un negozio di dischi a Brooklyn non è così facile. Ma ci prova Rob, aiutata da due amici del cuore, nonostante i problemi di cuore.
Come fa? Ascoltando dell'ottima musica, condividendo con noi le sue Top5, a partire ovviamente da i 5 ragazzi che il cuore gliel'hanno spezzato.

8 maggio 2020

Beats

È già Ieri -2019-

È l'estate del 1994.
In Scozia sta per entrare in vigore una legge (il Criminal Justice and Public Order Act 1994) che vieta ogni tipo di festa di 20 o più persone in cui si suonino musiche interamente o predominantemente caratterizzate da emissioni di suoni ripetitivi.
Insomma, vengono vietati i rave.
E se sei giovane, se la vita la stai vivendo alla grande, se fortunatamente nessun virus è alla base di questa limitazione, come decidi di reagire a questa notizia?
Organizzando il rave più grande, segreto, importante di una generazione!
Johnno e Spanner, che ad un rave non sono ancora mai andati, decidono che devono parteciparci.

7 maggio 2020

Sunshine on Leith

È già Ieri -2013-

Di questi tempi piuttosto bui, o semplicemente ansiogeni, cosa c'è di meglio di un musical sulle e con le canzoni dei The Proclaimers per tirarsi su?
Come, chi sono i The Proclaimers?
Ok, lo ammetto, non lo sapevo nemmeno io.
Ma se canticchio fra me e me "When I wake up, well I know I'm gonna be..."
Scommetto che buona parte di voi proseguirà cantando:
"I'm gonna be the man who wakes up next you"
E poi tutti insieme urleremo:
"But I would walk 500 miles
And I would walk 500 more
Just to be the man who walks a thousand miles
To fall down at your door!
Ta da da ta!
Ta da da ta!..."
Quasi come se fossimo già all'interno di un musical.


C'ho preso?
No?
Ok.
Allora come motivazione principale per questa visione mettiamoci che da una parte c'è il bel George MacKay finalmente esploso grazie a 1917, dall'altra Antonia Thomas, che dopo aver fatto innamorare di sé chiunque in Misfits, ha incantato in Lovesick e ora sta pure in Good Doctor.
Insomma, due giovani protagonisti e delle canzoni che in Scozia sono un inno.
Già, perché i The Proclaimers sono scozzesi (e direi che dal loro accento è ben intuibile) e la loro musica descrive alla perfezione la working class heroes di quella parte di Paese dalla parlata indecifrabile.

6 maggio 2020

Endings, Beginnings

Andiamo al Cinema su Prime Video US

Lasci il lavoro in un laboratorio d'arte, ma la tua amica/consulente/psicologa dice che puoi tranquillamente lavorare nel suo negozio d'usato.
Lasci il fidanzato, in piena crisi emotiva, e ti trasferisci da tua sorella. Sì, nella sua casetta della piscina.
Cos'altro può andare storto ma migliorare subito?
Già, alla festa di Capodanno riesci a conquistare non uno, ma due ragazzi.
E non due qualunque.
Uno è Sebastian Stan:


L'altro è Jamie Dornan: