Andiamo al Cinema a Noleggio
Non ne ho ancora abbastanza di Matthew Rhys e sono andata a cercarmi questo piccolo film arrivato in silenzio a noleggio.
In verità, a convincermi è stato anche il genere del film, che è sì un thriller psicologico ben teso, ma è soprattutto un bottle movie: un film quasi interamente chiuso in una location e in un tempo ben definito che in questo caso corrisponde all'abitacolo di un'automobile.
Prendiamo Locke come esempio ben riuscito e simile di un bottle movie ambientato dentro un'automobile con il buon Tom Hardy impegnato a gestire due momenti cruciali della sua vita attraverso tre telefonate diverse, Babak Anvari sembra prenderne spunto per raccontare delle ansie, delle paure, dei dubbi e delle risoluzioni di due genitori che nel cuore della notte ricevono una telefonata dalla figlia e accorrono in suo soccorso.
Non è lei però ad aver bisogno di aiuto, ma una ragazza che ha investito nel cuore della foresta, perché sì, dopo un litigio e una cena finita in fretta, Alice ha preso l'auto del padre, ha girato a vuoto fino all'incidente in fondo ad Hallow Road dove andavano sempre a fare scampagnate quand'era bambina.
La madre, paramedico con più di un trauma da superare, cerca di guidarla nel massaggio cardiaco in attesa di un'ambulanza e dei soccorsi, il padre è da subito più pratico: può davvero essere definito e finito così il futuro roseo della figlia?
Ovviamente, c'è molto altro per sviluppare un film breve e teso che prende svolte inaspettate.
Perché siamo pur sempre in Irlanda, terra di miti e leggende, siamo pur sempre nella notte di Halloween e con la luna piena e Babak Anvari è bravo a mostrarci in piccoli scorci questi indizi che rendono meno normale, più soprannaturale la telefonata di Alice. Meticoloso lo è fin dall'inizio, poi, con una scena d'apertura che indugia a lungo -quasi troppo, c'è da dire- sui dettagli di una cena lasciata a metà, su genitori divisi non solo da come voler aiutare la figlia ma anche su segreti che non si sono ancora confessati.
Pur volendo bene a Matthew Rhys la sua recitazione è un filo più sopra la righe del necessario anche perché è al suo personaggio che spetta indirizzare la sceneggiatura quando questa ha bisogno dello scossone per andare avanti, più solida, più chirurgica invece Rosamund Pike, che ipnotizza anche con la voce in un doppio piano che spetta ai titoli di coda svelare.
Di Megan McDonnell/Alice sentiamo invece solo la voce, vediamo solo qualche fotografia, rimanendo ancorati a una telefonata che ci porta a giudicarla in fretta mentre la sceneggiatura si arricchisce di momenti inquietanti e di sviluppi meno prevedibili di quanto si potesse pensare, lasciando scossi, tesi e spaventati alla ricerca di una risposta e di una verità che Babak Anvari non ci concede.
Il bello di un piccolo film, di un film che si basa su due attori e una voce sta anche in questo: nel creare un mondo e nel farci vedere l'azione senza farlo davvero, un effetto Mandela che con fatica ci si scrolla di dosso mentre si cerca quella risposta, quella verità.
Voto: ☕☕☕/5



























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