Andiamo al Cinema
La piccola Amélie nasce e non capisce perché.
Capisce tutto, ma non di essere dentro il corpo di una bambina. Osserva, la sua famiglia, i sui fratelli, quel Giappone in cui è nata, in un silenzio che non sembra preoccupare gli altri, di certo non lei.
Che si crede Dio, che si crede al centro, capace di risvegliare il mondo e alla fine anche se stessa.
Nasce, di nuovo, il giorno del suo secondo compleanno, il giorno di un terremoto che sconvolge il Giappone ma non la sua famiglia, troppo felice di vederla alzarsi e camminare e finalmente interagire. Con suoni, non con parole. Com'è possibile che un Dio non riesca a parlare?
Urla, allora, urla a più non posso Amélie, trovando solo in una nonna arrivata fin dal Belgio e in una domestica che non la tratta da bambina, le persone capaci di vederla davvero.
E parla, allora, Amélie, parla come un'Imperatrice.
E corre, Amélie, corre in quella casa senza fine esaltando i suoi sensi e il suo corpo, curiosa come tutti i bambini, come tutti gli dei.
Amélie è belga, o è giapponese?
È una bambina curiosa e arguta, o è un Dio in miniatura capace di catturare il mare, una giornata, dentro un barattolo?
È come la pioggia, silenziosa e rumorosa, travolgente e imperturbabile.




















