24 febbraio 2017

Barriere

Andiamo al Cinema

Fiumi di parole.
Sono quelli che escono dalla bocca di Troy, che siano storielle arzigogolatale e poco credibili, che siano sfoghi verso la discriminazione imperante, che siano rimproveri, rimbrotti a quel figlio che mal sopporta o semplicemente un modo, per sfogarsi, per liberarsi dalle ore estenuanti di lavoro, di una vita difficile, di un passato che ancora lo tormenta.
Fiumi di parole.
Che travolgono, che lasciano senza fiato, noi come la sua famiglia:
la moglie, tanto amata, che a quelle parole è abituata, alla loro ipocrisia come al loro tono scherzoso, il figlio, quello che hanno assieme, adolescente ribelle che dal padre vorrebbe essere amato e non vessato, e l'altro figlio, ormai adulto, che Troy non ha cresciuto, ma che giudica, sempre e comunque.
E lo si odia, quindi, Troy per quel suo modo di fare duro e testardo, per il suo orgoglio ferito ma non per questo meno gonfio, per il suo modo, schietto e burbero, con cui tratta una moglie, i figli, che cercano la loro strada ma dall'orbita del padre non possono uscire.


Troy, però, è un lavoratore, di quelli che si batte per i suoi diritti, di quelli che si spaccano la schiena per portare a casa la busta paga ogni santo venerdì, che la casa la sistema, la tiene in ordine, e costruisce pure una barriera, una staccionata, per lei, per la moglie soprattutto.
Che male c'è, allora, se si concede qualche goccio d'alcool di troppo? Che male c'è se asseconda le arie civettuole di una ragazza al bar?
L'amico di sempre, Bono, di poche parole che dai fiumi di parole di Troy si fa travolgere volentieri, lo avverte, lo conosce, lui, e vede che qualcosa non va.
E quella staccionata, quella barriera, diventa una metafora, del tempo che passa, dell'impegno procrastinato, della volontà, non tanto di tenere fuori il pericolo, quanto di non far scappare i sentimenti, la famiglia, arginandola e proteggendola, prima di tutto da se stessa.


In questi fiumi di parole, ci si perde, quindi, ci si sguazza che è un piacere, e poco importa se il taglio teatrale dell'omonima piéce di August Wilson è rimasto, se il cinema, fa capolino qua e là, uscendo per pochi momenti da quel giardino sul retro.
Le parole, qui, sono il centro di tutto.
Sono quelle che permettono di conoscere e infine amare, almeno un po', il non facile Troy, di capire le sue ragioni, in quegli sprazzi di passato difficile che ci concede.
Al centro, poi, ci sono attori in stato di grazia, e se Denzel Washington si sdoppia passando dietro la macchina da presa e davanti svolgendo alla perfezione il suo compito, è Viola Davis che dona tutta se stessa dimostrando ancora una volta tutta la sua bravura, bucando lo schermo, facendoci sentire gioie e dolori di un matrimonio. Poi c'è anche lui, Jovan Adepo, figlio infelice, figlio ribelle che prova e riprova a farsi ben volere dal padre, fino a fuggirgli, fino a somigliargli.
Barriere è così un film teatrale, ma non è un difetto, perchè i suoi 138 minuti fatti quasi esclusivamente di dialoghi, di monologhi, anche, scorrono in tutta la loro intensità, perchè gli anni che passano, con quella barriera che poco a poco si completa, portano ad un finale dove perfino le lacrime fanno capolino, mostrandoci un'epopea, una pastorale, si può dire, mancata.
E non te lo aspetti, no, visto un protagonista tanto difficile, visti i fiumi di parole con cui ti travolge. Ma a quel giardino sul retro, a quella casa, a quel quartiere, a quella famiglia allargata, complicata, piena di problemi, che tira avanti come può, ormai, ti ci sei affezionato, e vorresti stare ancora un po' con loro, all'ombra di quella palizzata di legno che ci protegge, ma mai abbastanza.


Regia Denzel Washington
Sceneggiatura August Wilson
Musiche Marcelo Zarvos
Cast Denzel Washington, Viola Davis, 
Jovan Adepo, Stephen Henderson
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9 commenti:

  1. Felice che ti sia piaciuto. Oggettivamente è un film che può risultare ostico, poco scorrevole, ma io i fiumi di parole - quelli degli altri, ché non sono un gran chiacchierone: soprattutto quelli di chi è un mostro di bravura - li amo molto. Washington si fa odiare, e ha un "dialogo" con la morte memorabile. La Davis, quando gli urla contro, ti fa disperare appresso a lei. E, tra tanti inutili non protagonisti, avrei coinvolto anche quel ragazzetto che sa tenergli testa in maniera impeccabile. Non per tutti, ma potentissimo. :)

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    1. Io come li scelgono i "non protagonisti" non lo capirò mai, questione di minutaggio? Di contentini? Mah. Quest'anno tra un Patel protagonista e una Williams che si vede 5 minuti appena, non han fatto centro.
      In ogni caso, la Davis è favorita, ed è giusto così.

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  2. Film molto potente, bravo Denzellone.
    Forse, a remargli contro, ci sono un ritmo non proprio incalzante ed un finale forse un pò retorico, ma è così tosto che sono cose che si perdonano.

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    1. Il finale a me ha fatto versare lacrime sincere, non l'ho trovato retorico ma giusto, a commemorare un personaggio tanto odioso quanto a suo modo onesto e indimenticabile come Troy. Denzelone mi ha sorpresa :)

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  3. Fiumi di parole, è esattamente quello che è venuto in mente pure a me, chissà perché...

    Per me il fatto che sia troppo teatrale purtroppo è un difetto e avrei gradito meno dialoghi e più cinema.
    Non mi è spiaciuto, però in questi fiumi di parole ho quasi rischiato di annegare. :)

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    1. I Jalisse la sanno lunga, e qui calzano a pennello ;) io nei fiumi di parole sguazzo volentieri, e qui, pur mancando la scintilla "cinema", mi ci sono trovata un gran bene, rischio evitato per un pelo.

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  4. Risposte
    1. Denzellone ci ha messo tanto, tantissimo cuore in questo progetto, si sente. Ma tra lui, la sceneggiatura e la Davis, a meritarsi il meglio è sicuramente quest'ultima.

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  5. Denzel Washington non mi piace granché, è un'antipatia insensata, ma è così, da anni.
    Probabilmente vedrò lo stesso Barriere, la sua derivazione teatrale e la sua verbosità potrebbero interessarmi. Chissà...

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