26 ottobre 2020

Il Lunedì Leggo - Antkind di Charlie Kaufman

Se dovessi restare nei toni di Charlie Kaufman dovrei presentarmi come una critica esperta, laureata in Teorie artistiche e dello spettacolo con tesi su Charlie Kaufman e quindi esperta fra gli esperti.
Ma se dovessi restare nei toni di Charlie Kaufman dovrei pure dichiarare di stare nei toni di Charlie Kaufman, in una matrioska dei pensieri e delle intenzioni dove l'ironia sostituisce la supponenza.
Perché si parla ancora di Charlie Kaufman?
Perché Charlie Kaufman scrive un romanzo e dirige pure un film, il tutto nello stesso anno, l'infausto 2020 che appare così un po' meno infausto.
Se il film diretto era tratto da un altro romanzo (Sto pensando di finirla qui di Ian Reid) e ne usciva qualcosa di strano, doloroso, spaventoso e malinconico allo stesso tempo, cosa poteva uscirne da un romanzo scritto dalla stessa penna di una mente tanto pericolosa quanto fervida?
Di certo, un qualcosa di impossibile da portare al cinema.
Così Kaufman aveva promesso.
E infatti, Antkind è un film impossibile e quindi è un romanzo, che parla di un altro film impossibile, parla di un critico cinematografico supponente e arrabbiato, alla ricerca dello scoop e del nuovo film del secolo, che cerca di essere sempre politicamente corretto, di mentalità aperta, sessualmente fluido e nel sottolineare tutto questo -il suo bisogno di specificare di avere una fidanzata afroamericana, il suo usare per se stesso il pronome neutro thon, il suo accettare gli altri solo per non essere poi additato di razzismo-, bé, mostra tutta l'ipocrisia dell'uomo bianco medio. 
Diciamo pure che smaschera gran parte di noi.



Ma di cosa parla Antkind, nello specifico?
Queste 700 e passa pagine zeppe zeppe, in cosa si addentrano?
Nella mente pericolosa e fervida di B. Rosenberger Rosenberg, che è un uomo, sì, ma non è ebreo, no.
È un critico come si diceva poco sopra, ma un critico diverso da quelli di successo, di quelli che dettano regole e moda, lui è ligio e devoto, lui ha una sua prassi, la sola per poter godere e parlare con nozione di causa di un film.
Sette volte, lo deve vedere, il film in questione.
Prima con la mentalità dello spettatore medio, poi seriamente, poi al contrario, poi fotogramma per fotogramma, e via così...
B. che ha un blog, che ha studiato ad Harvard e ci tiene a farlo sapere ad ogni conversazione o riflessione che inizia, B. che ha scritto saggi di ogni genere e forma, B. che è il solo e l'unico e andrebbe pubblicato in continuazione su certi cinefili dell'era dell'internet, si mette in viaggio.
Succede che in questo viaggio conosce il vicino di appartamento Ingo Cutbirth, che lo invita a vedere il suo film.
Un film che ha impiegato 90 anni a realizzare e che dura la bellezza di 3 mesi.
Sì, 3 mesi.
Alla faccia di Richard Linklater!


B. accetta l'invito a vedere questo film, si chiude in quell'appartamento per i successivi mesi, dimentico della fidanzata e degli impegni, confondendo il giorno con la notte, la veglia dai sogni, in un tutt'uno con quel film che prevede pause scandite e regolate.
E di cosa parla questo film?
Non lo sa più B.
Perché il film finisce distrutto in un incendio, o forse in uno tsunami.
E lui finisce in coma, per tre mesi.
Prova a ricostruirlo attraverso l'unico fotogramma che ritrova, prova a ritrovarlo nella sua mente attraverso l'ipnosi del grande ipnotista Barassini.
Nel mentre si invaghisce della sua assistente Tsai, di una clown di nome Julie sviluppando uno strano feticismo, finisce a vendere scarpe per donne, scarpe per clown, e a fare il fotoreporter di guerra, finisce per litigare con sua figlia che diventa regista di successo parlando del suo problematico rapporto con il padre, finisce per uccidere il suo clone, e ritrova parte di quel film nella sua mente.
Girato in stop-motion, parlava forse di chi era Visto e di chi Non-era-visto in un richiamo non troppo velato al razzismo? 
Parlava forse di un duo comico di successo che voleva fare le scarpe a un altro duo comico pronto a rubare loro il pubblico?
Parlava forse di una formica intelligente, l'unica della sua specie, superstite in un mondo senza più umani?
Chi lo capisce più.
Ad ogni giro, i ricordi sono diversi.
B. è diverso.
Nel mentre B. continua a cadere dentro a tombini aperti appena si lamenta di quel genio presuntuoso di Charlie Kaufman e dei suoi film sopravvalutati, ritrovando cloni di se stesso quando da quei tombini riesce a risalire, nel mentre  B. è chiamato in sogno a scrivere un romanzo su un film uscito nel futuro in modo che la sua regista possa partecipare agli Oscar per la sceneggiatura non originale e deve quindi entrare nella mente del Presidente Trunk che si innamora del suo robot e viene sostituito da un robot, nel mentre inizia una guerra che porta i Trunk-robot a scontrarsi con i lavoratori della catena di fastfood Slammy's, nel mentre la popolazione si schiera, si finisce a vivere in grotte...


Insomma, Antkind parla davvero di tutto.
Sembra di stare dentro ad un trip, e stare dentro la mente di B. o di Charlie Kaufman fa a volte paura, a volte una gran invidia.
Del genio, all'opera, c'è.
Ma ci si trova anche tanta confusione, un eccesso difficile da ordinare e una vena malinconica nel rappresentare un protagonista piuttosto egocentrico e sfortunato, decisamente odioso, che cade sempre più in basso ancora e ancora. 
E non parlo solo delle fogne maleodoranti appena il nome Kaufman viene pronunciato!


I deliri di Antkind non sono quindi facili da seguire, fra cloni e macabre uccisioni, fantasie sessuali e dialoghi comici che si basano su equivoci assurdi.
Ma Kaufman è Kaufman e si diverte a citare con nomi travisati altri registi, elogiando fino allo stremo la genialità di Judd Apatow, denigrando Nolan e la sua ossessione per il tempo, preferendo Vero come la finzione e Donnie Darko alle paturnie kaufmaniane, con riferimenti alla vecchia Hollywood, a Abbott e Costello e altri duo comici.
Letto in inglese perché incapace di aspettare l'uscita prevista da Einaudi, Antkind l'ho trovato un osso ancor più duro da affrontare, trovandomi in alcune allucinazioni ancor più persa senza sapere se era la lingua ad allontanarmi o proprio le follie che stavo leggendo.
Potrei cadere in un buco, forse, potrei sprofondare sempre più giù e poi fare thunk.
Ricominciando così tutto da capo.
Il punto è che non so bene cosa ho letto, non so quale dei deliri di B. o Kaufman erano veri, se qualcosa di vero c'era, se una versione reale a cui attenersi era prevista, se un film lungo tre mesi è possibile, se...
Non lo so cosa ho letto, ripeto.
So che è stato un lungo viaggio, uno dei  più lunghi da lettrice e la pausa in cui questi lunedì erano caduti lo sottolinea.
Ma ne valeva la pena, per un finale che chiude e riapre il cerchio, per le trovate, le stangate, le frecciatine e le assurdità che una mente tanto fervida e pericolosa sa creare.
Thunk.

4 commenti:

  1. Lo aspetto con ansia in traduzione!

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    1. Forse avrei fatto meglio anch'io, ma in realtà so già che mi ci sarei persa e avrei faticato a orientarmi anche in italiano.

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  2. Mi incuriosisce e mi spaventa tantissimo allo stesso tempo!
    E pure in inglese l'hai letto?
    Are you crazy? :D

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    1. Mi sa che lo sono, ma non riuscivo ad aspettare. Di certo non è stata la lingua ad ostacolarmi visti i cambi di scenario, di protagonista, di realtà tra cloni e guerre e Trump.
      Da perderci la testa!

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