18 ottobre 2014

Party Girl

Andiamo al Cinema

Io e Cannes continuiamo a non concordare.
Dopo la delusione -per non dire irritazione- nel sorbirmi le tre ore e un quarto della Palma d'Oro, speravo di potermi rifare con la visione del vincitore della sezione Un Certain Regard, oltre che della Camera D'Or.
Per lo meno, mi si prometteva più leggerezza, più unità di trama con i registi pronti a raccontarmi la storia di tentata redenzione di Angélique, frequentatrice e "dipendente" in un night club, dove si guadagna da vivere accalappiando clienti e facendoli spendere e spandere a suon di champagne e privé.
Angélique però ha 60 anni, e questa vita inizia a non essere più quella rose e fiori di un tempo, il suo fascino si è avvizzito, e gli affari non girano più. Forse è arrivato il momento di mettere la testa a posto. Forse è arrivato il momento di cedere alla corte di un cliente affezionato e fisso, che la ama da sempre.
Accettata la proposta di matrimonio, lasciata la casa che condivideva in comune con le altre colleghe, Angélique dovrà però fare i conti con la sua famiglia, con i 4 figli avuti da uomini diversi nel corso della sua vita, e dovrà prima di tutto fare i conti con se stessa, con il suo essere una party girl che ora si ritrova chiusa fra le mura domestiche come una semplice casalinga.


Gli elementi per farmi adorare questo film, ci sarebbero quindi tutti: una vecchina che non si sente vecchia ed è diversa dalle altre come protagonista, una storia di redenzione che dovrebbe passare sotto anni di amore segreto, nonché la nazionalità francese della pellicola e non per ultimo il successo a Cannes e a altri festival (Cabourg, Parigi e Odessa) a farne da garanzia.
Peccato però che quello che manca a Party Girl è una seppur minima dose di ironia, essenziale affinché i film per/su vecchietti possano entrare nel mio cuore. Non c'è traccia di umorismo infatti, tutto viene preso fin troppo seriamente, dalla decisione di cambiamento, al doverlo dire ai figli, dalla convivenza fino al matrimonio stesso con un uomo non certo romantico che non fa perdere la testa a noi, figurarsi a Angélique.
La sua vita da donna al bancone non lascia posto a fraintendimenti, e qui ad affiorare è un certo squallore, una tristezza sottolineata maggiormente dal volto segnato e vissuto, non certo attraente di Angélique stessa, con i suoi figli (reali) che paiono aver preso la stessa trasandatezza della madre.
In questi toni seri, con questa protagonista che si affoga tra alcool e paranoie varie che la rendono irritante e boriosa, il film prosegue mostrandoci tutti i suoi dubbi e i ripensamenti, arrivando ad un finale in cui questa stessa protagonista si finisce per compatirla, e non certo per approvarla.


La natura è una brutta bestia, e come ci insegna la ultracitata favola del cigno e dello scorpione, per quante promesse si possano fare nella vita, non è possibile mantenerle.
Ecco quindi che un film che aveva tutti i segni per essere apprezzato dalla sottoscritta, finisce invece presto in quel limbo di pellicole che non si fanno ricordare, in cui tutto scorre tra il prevedibile e il fastidioso, con gli stessi attori ad accentuare queste emozioni.
La regia (a tre: Marie Amachoukeli, Claire Burger e Samuel Theis) oscilla come Angélique sui tacchi, componendosi di inquadrature strette con macchina a spalla, illuminandosi solo nella registrazione degli spettacoli allestiti al night club, o in quel finale, in cui la musica -unica nota positiva e da salvare- accompagna ancora una volta i divertimenti di una party girl non solo per professione, ma per natura.


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