22 aprile 2015

Mia Madre

Andiamo al Cinema

Una lacrima ci fregherà, si era detto.
Ma questo sembra valere più per i francesi che non per Nanni Moretti, che sì, ci commuove e ci fa piangere, ma non ci frega.
Perchè nel suo ultimo film, a tratti autobiografico (anche se non dichiarato), dispone le cose in modo da creare e rompere l'empatia con i suoi personaggi, e perchè alcune di queste cose non tornano.
Margherita Buy -impegnata a mettere da parte l'ansia che arriva ed esplode comunque in più scene che la rinchiudono ancora una volta in questa sfera emotiva- è chiamata a fare il verso a Moretti stesso, diventandone un alter ego al femminile che dirige ma non vorrebbe dirigere, che pensa a voce alta, che si perde nei suoi pensieri, che scoppia gridando l'amara verità in faccia a tutti.
Il montaggio, però, è in alcuni punti confuso, alternando sogni ad occhi aperti, sogni che si fanno incubi, fantasie e quella realtà che non si vuole affrontare, divisa tra un set in cui tutto sembra andare per il verso sbagliato, e quella stanza d'ospedale in cui la verità è difficile da accettare e affrontare.


Margherita si trova così a dover confrontarsi con un lutto che sta per arrivare, vedendo spegnersi quella madre piena di vita davanti ai suoi occhi, mentre a lavoro, durante le riprese, le biffe del gran attore americano (decaduto) rallentano i tempi, mordono la sua pazienza già di per sé fragile.
Ed è questo secondo piano, quello lavorativo, quello che funziona di più, mostrandoci i dietro alle quinte con ogni probabilità accaduti, mostrandoci i compromessi, le esigenze e le richieste di un regista, con i suoi scatti d'ira e di dubbi che vanno a riversarsi sui collaboratori, con i giornalisti pronti ad interpretare tutto a loro modo, con domande e riflessioni che vanno a toccare, ça va sans dire, il cinema stesso di Moretti.
E' una dichiarazioni di intenti la sua, un piccolo manifesto su cosa e come è il cinema.
Poi però c'è la parte emotiva, quella famigliare a fare da contraltare, e qui le cose si perdono.
Non tanto per come il tema della morte viene affrontato, quanto per come ci viene mostrato, in modo confuso attraverso stacchi onirici, attraverso una recitazione che si fa forzata e poco naturale, cosa che da sempre contraddistingue lo stesso Moretti, che qui si ritaglia il ruolo laterale del fratello di Margherita, altrettanto stanco ma più aderente al reale.


Il risultato è così squilibrato, passando per una gag di un John Turturro incontenibile all'aggravarsi delle condizioni di Ada, passando per i dubbi su come girare una scena in auto al decidere se informare o meno la persona interessata delle sue vere e attuali condizioni, l'equilibrio si fa instabile.
Ci si perde un po', un po' troppo, tra le strade di Roma che Margherita e i suoi grandi occhi blu percorrono, ci si perde nelle sue fantasie, nei suoi ricordi, messi in modo confuso all'interno di una trama che perde così la sua linearità, senza scalfire.
Il buco peggiore arriva nel finale, lì dove quelle lacrime ci stavano fregando, con l'ennesimo ricordo, con l'ennesimo passo indietro che chiama quelle lacrime, chiama pure un sorriso tra queste, finendo per essere una ruffianeria evitabile.
Quello che resta è comunque un film NanniMoretti DOC, più intimista e meno politico, caratterizzato da interpretazioni (Giulia Lazzarini su tutti) comunque in parte, e da delle musiche ancora una volta da brividi e molto, molto chic.
Gli scivoloni ci sono, purtroppo, e o si vedono, o quelle lacrime hanno già offuscato la vista, fregandoci.


7 commenti:

  1. E' incredibile come sia in gran parte d'accordo con te (sulla poca coesione che genera confusione) ma la pensi tutto all'opposto (o quasi) sule parti che più funzionano e quelle meno :)

    Simpatico refuso nella prima riga:
    "fregerà"

    come se le lacrime diventino una specie di titolo nobiliare ;)

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    1. Ho visto che ne hai scritto pure tu, dammi un attimo e vengo a leggerti!

      Simpatico refuso corretto, lapsus freudiano o la stanchezza della tarda serata :)?

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  2. Resto dubbioso. Ma non mi dispiace l'idea di tentare.

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  3. A me è piaciuto molto, intimo e toccante, ma che non perde l'ironia tipica di Moretti.

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  4. Anche a me è piaciuto molto. Spero nel weekend di farcela a scrivere la recensione.
    E' il film più personale di Moretti, profondamente autobiografico ma anche, a mio avviso, profondamente politico: quel film sugli operai in lotta che la Buy tenta di girare, senza passione e tra l'indifferenza dell'intera troupe, la dice lunga su come Moretti vede la politica attuale... tutta la politica è finzione, teatrino, ordinarietà. E si spiega il motivo per cui, dopo la stagione dei girotondi, non lo abbiamo più visto attivamente impegnato in quel campo.

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  5. A me, invece, non è piaciuto affatto.
    Sposa in pieno il pregiudizio di chi, a spada tratta, dice di odiare il cinema italiano.
    Autoreferenziale, televisivo nella resa, vecchio. Sempre il solito Moretti, con la Buy che fa la solita Buy.
    Le lacrime - che sono mancate del tutto - magari avrebbero potuto aiutarmi ad apprezzarlo di più.

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    1. A distanza di qualche mese continua a non convincermi appieno, sono rimasti solo i bei ricordi ma no, manca qualcosa e qualcosa è fin troppo calcato.
      Sì, la Buy è sempre la Buy anche se qui è più morettiniana.. ed è un tutto dire.

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