Il mio errore è stato iniziare a rapportarmi a John Carpenter con il film sbagliato.
Il Seme della Follia, che confondevo pure con Il Tocco del Male, era un racconto lovecraftiano decisamente fuori dalle mie corde.
Mi è poi bastato fare un tuffo nel ghiaccio dell'Antartide per cambiare idea, per trovare altri luoghi angusti e un'umanità poco raccomandabile, che però lontana dalle follie e dallo strano, aveva saputo esaltarmi.
Lo ritrovo nel giorno del suo 78esimo compleanno e mi pento di aver aspettato così tanto, prendendo al balzo la palla alzata da blogger più esperti per festeggiarlo e tenere fede al mio buon proposito "più film importanti, meno filmetti dimenticabili".
Lo ritrovo in una Manhattan trasformata in una prigione, in un 1997 che non sembra troppo lontano da un futuro possibile più di quello immaginato nel 1981, in cui l'escalation di crimini e criminali ha portato alla creazione di un'isola-prigione dove vengono spediti, chiamati ad arrangiarsi e a cavarsela da sé fuori dalla società.
È proprio a Manhattan che il volo del Presidente degli Stati Uniti viene dirottato, è lì che nella sua capsula di sicurezza cade e che deve essere salvato in tempo, in tempo per un congresso di vitale importanza, e come fai a salvarlo, un uomo solo e importante in mezzo a un'isola di criminali che si annidano fra grattacieli e fogne, che escono con il calare delle tenebre resi ancora più temibili dalla mancanza di regole e ordine?
Ci mandi il più criminale di tutti, quello che tutti credono morto, che stringe un patto suicida per avere la giusta motivazione e che atterrando sul World Trade Center dà il via a un conto alla rovescia non facile da mantenere.
Snake Plissken è quel criminale reso leggenda dalle sue imprese. Silenzioso e freddo, non ha bisogno di darsi arie o di fare grandi discorsi. Vuole la libertà, vuole salvare quel Presidente anche se le motivazioni morali per usarlo a favore dei criminali tutti ci sarebbero, deve solo capire come trovarlo.
Con il cervello, quello di Brain, che l'isola la conosce e l'ha trasformata, e con la velocità, quella del taxi di Cabbie. Assieme alla bella di turno Maggie (che è però già impegnata e su cui Snake nemmeno fa cadere l'occhio), sono gli aiutanti restii e non fidati a cui affidarsi per avvicinarsi al Duca, che regna sovrano su Manhattan, che il Presidente l'ha trovato e se lo vuole tenere sperando in uno scambio.
La rivoluzione si potrebbe anche fare, ma il tempo rema contro: non è questo l'obiettivo di Plissken né di John Carpenter che nel buio di una notte che sembra non finire mai e di un giorno che dura pochissimo per non rovinare l'atmosfera, crea proprio questo: un film d'atmosfera.
Di quelli come non se ne fanno più, troppo impegnati a strafare e caricare, vuoi di scene riempitive o vuoi di minutaggio esagerato (vedi Running Man, che si dilunga e si diverte troppo), mentre qui anche una scena di combattimento che sembra più una trovata per entusiasmare che un vero ostacolo da inserire nella sceneggiatura, dura il giusto, per farci godere di Kurt Russell a petto nudo a mostrare com'è che viene soprannominato Snake e lasciando l'azione più adrenalinica a una fuga in taxi in un ponte disseminato di mine dove perdere pezzi e andare avanti senza mai indugiare troppo. Altra grande differenza con le sceneggiature piagnone di oggi.
Il resto lo fa una Manhattan post-apocalittica saggiamente ricostruita, lo fanno gli effetti speciali che fanno sorridere nella loro linearità ma invecchiati non così male, e lo fanno soprattutto le musiche composte da Carpenter in persona assieme a Alan Howarth in una colonna sonora che ha fatto la storia.
A Russell basta la divisa d'ordinanza degli anni '80 (canotta -nera, però- e pantaloni militari e benda sull'occhio) per diventare l'eroe dalle poche parole e dalla presenza scenica notevole che ha spopolato come costume da Halloween per anni.
Lee Van Cleef e Isaac Hayes sono i cattivi ai poli opposti che hanno la stessa presenza scenica e gli stessi modi di sottrazione per imporsi, mentre Adrienne Barbeau non è la solita bella di turno anche perché già impegnata con quel tuffo al cuore che Harry Dean Stanton sa regalare quando lo si ritrova in un film.
Questa fuga da New York è quel film maschio e cupo e sporco e duro che ricordo vagamente di aver visto con papà in una sera in cui i bollini Mediaset non devono essere stati rispettati, tanto per cambiare.
Lo ricordavo più cupo e più maschio e più duro, pure più sporco come un Mad:Max versione Mel Gibson con cui l'ho sempre paragonato.
Rivisto oggi, con occhi adulti e più educati, ci vedo quel cult che non passa mai di moda, quel titolo sempre bello da rivedere perché francamente perfetto. Sarà il tempo che scorre velocemente, sarà l'eroe dalle poche parole, sarà il contesto di una società senza regole, sarà il finale beffardo che non chiede di più, ma capisco com'è che sta in cima a molte classifiche e nel cuore di molti fan.
Non potevo chiedere di meglio per festeggiare un regista di cui conosco troppo poco e che per fortuna ho tutto il tempo di continuare a conoscere.
Continuate i festeggiamenti passando da:
La Bara Volante con Blood River
Solaris con Il Villaggio dei Dannati
Vengono Fuori dalle Fotture Pareti con Prince of Darkness
Il Zinefilo con un'Intervista del 2001


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