7 marzo 2026

Documentari da Oscar

È la categoria agli Oscar da cui mi aspetto sempre tanto.
Sarà che in una vita parallela o in un futuro impossibile mi immagino archivista al sostegno di documentaristi che mettono ordine al tanto girato, sarà che le storie di finzione sono belle ma la realtà sa essere più pungente.
Quest'anno l'Academy ha puntato ovviamente sulla politica, interna e estera, ci sono i Paesi caldi visti da chi li combatte dal basso e ci sono celebrazioni che non mi hanno convinto:

Mr. Nobody Against Putin

Pavel "Pasha" Talankin è un signor nessuno.
Insegnante in un istituto superiore della poco ridente e della molto inquinata Karabash, è anche il tecnico predisposto a filmare i grandi eventi della scuola e l'insegnante giovane nel cui ufficio molti studenti trovano rifugio e un posto in cui sperimentare le loro doti artistiche.
Con l'invasione da parte della Russia dell'Ucraina tutto, però, cambia. A partire dai compiti di Pasha che si ritrova a filmare le nuove lezioni imposte dal governo centrale che vuole le prove di questi insegnamenti e poi le testimonianze delle feste raccomandate, delle nuove tradizioni installate.
Insomma, un vero e proprio lavaggio del cervello che parte fin dalle elementari.


Dissidente in patria, Pasha sente la coscienza sporca e intenzionato a licenziarsi diventa invece il testimone di questi programmi speciali imposti da Putin che può riprendere senza farsi sospettare.
Con un piglio nonostante tutto leggero, con la voce fuori campo arguta dello stesso Pasha e con riflessioni mai banali su cosa significa patriottismo, il documentario scorre mostrandoci un clima interno alla Russia fatto di sospetti e di fiducia cieca, fatto di giovani che vanno in guerra perché un altro futuro non sembrano sperarlo e di parenti che li piangono tra rabbia e dolore.
Pasha è riuscito e ha dovuto scappare oltre confine grazie all'aiuto di David Borenstein, co-regista, riuscendo a portare con sé la testimonianza di un Paese tutt'altro che unito, spaventato e sottomesso.
Senza retorica e senza buonismi, colpisce e prova ad affondare Putin, partendo dal basso.


The Alabama Solution
su HBOMax

La questione delle carceri è un brutto affare in ogni Paese.
Non che possa essere di consolazione, anzi, perché è proprio per come si trattano i colpevoli e gli ultimi che un Paese andrebbe giudicato.
Mentre i nostri panni vengono lavati in casa e nessuna politica attiva sembra pensarci, lo sguardo di Andrew Jarecki e Charlotte Kaufman è giustamente rivolto all'Alabama dove razzismo e schiavitù sembrano solo essersi spostati dietro le sbarre.
Il documentario è prima di tutto fatto dai prigionieri stessi, in un ambiente corrotto e violento, i telefonini con cui parlare con il mondo esterno abbondano e con questi si cerca anche di denunciare le condizioni deprecabili in cui vengono detenuti. Tra sporco e violenza, punizioni e isolamenti severi, si arriva anche agli omicidi perpetrati da guardie che si spalleggiano e si coprono.


Ci si concentra qui sull'uccisione di Steven Davis, uno fra i tanti purtroppo, e si cerca di mostrare una vita nelle carceri che un tempo riusciva ad essere migliore, con i detenuti politici a insegnare ai più giovani come difendersi e destreggiarsi con la legge, e i tentativi di farsi fronte unito.
Oggi proteste e scioperi sono portati avanti a fatica, visto che il sistema carcerario è diventato un'industria con lavoratori sottopagati e quindi con rosei guadagni.
Parlando del documentario in sé, fatto di videochiamate e di riprese ad effetto, che si alternano alle interviste e alle testimonianze della famiglia di Steven Davis, si scade spesso nella ripetizione, disperdendo potenziale.
Un tema non nuovo, né nei documentari né agli Oscar (gli ho preferito XIII emendamento, più incisivo), su cui si continua ad insistere sperando di aprire più occhi, di portare a un vero cambiamento.


The Perfect Neighbor
su Netflix

Ancora Stati Uniti, ancora razzismo.
Quello più violento, quello più assurdo, quello di una cronaca di una morte annunciata che accade in un quartiere popolare, fatto di famiglie numerose e di ragazzini che giocano in strada e che infastidiscono la Karen di turno che dopo lamentele continue, dopo numerose visite da parte della polizia che niente ha da ridire su quanto accade, prende la pistola e spara.
Una storia che accumula tensione e che sfocia in rabbia e dolore, una storia che si riesce a raccontare solo attraverso le bodycam di poliziotti e sceriffi, viste le numerose visite al quartiere, e le camere a circuito chiuso degli interrogatori e del processo.


Un lavoro importante di montaggio che fa sentire parte dell'azione e più forte la rabbia, il dolore, l'insensatezza di una morte che qui si cerca di proteggere da eventuali difese al processo, distante dai classici toni enfatici e misteriosi del true crime per fortuna.
L'indignazione resta, il plauso va alla regista  Geeta Gandbhir (coinvolta personalmente dalla morte di Ajike Owens) per aver mostrato una delle tante facce dell'America quotidiana, usando a favore della comunità nera quelle bodycam che solitamente proteggono le forze dell'ordine.


Cutting Through Rocks
al cinema

Sara Shahverdi è una donna diversa dalle altre in Iran.
Il padre l'ha cresciuta come fosse un maschio, lasciandola libera di vestirsi come preferiva e di guidare una moto da cross fra le strade polverose del villaggio.
Divorziata e ostetrica, diventa la prima donna a essere eletta nel consiglio del villaggio con l'intenzione di cambiare le cose a piccoli passi e di imporsi su uomini che non lasciano niente in eredità alle mogli e a giovani studentesse chiamate ad abbandonare gli studi per sposarsi.
Sara ha la determinazione e una certa testardaggine dalla sua per riuscire a raddrizzare lentamente le cose, pur scontrandosi con la sua famiglia e con quella di altri nel villaggio, e con un regime che vede con sospetto la sua libertà d'azione tanto da chiedere una riassegnazione del genere.
Sì, meglio dichiararla uomo che tenerla donna con una voce così influente.


Ci sono voluti 7 anni per girare questo documentario e per farlo in sicurezza, con l'indole coraggiosa e accesa di Sara a fare da sineddoche di un Paese pieno di contraddizioni in cui non basta certo eliminare la sua Guida Suprema per cambiare la mentalità di padri, mariti, zii.
Visto oggi, con una guerra in corso e i bombardamenti continui, la visione è più pesante e allarmante.
La libertà che si respira in una semplice corsa in motocicletta sembra ancora più difficile da realizzare per le donne iraniane.


Come See Me in the Good Light
su Apple TV+

Metto le mani avanti perché è un documentario che fin dal principio non fa per me.
Un documentario che celebra una vita attraverso la lotta contro il cancro, che mostra i dolori, l'amore, le amicizie e i pianti e le cure e le cadute e le riprese chiedendo fin troppo spesso le nostre lacrime.
Con molti filtri e poca naturalezza.
Aggiungo che nemmeno la poesia performativa fa per me, così declamata, così esagerata.
Andrea Gibson questo era, una poetessa acclamata da pubblico e critica, che ha fatto della sua identità non binaria il tema di molte sue poesie e che qui si è messa a nudo assieme alla moglie.


Non vorrei accese le telecamere davanti a momenti così intimi e personali come l'avvicinarsi della morte, anche quando cercano di celebrare una vita, parere personale, ovviamente, ma dal punto di vista documentaristico sembra puntura sulle nostre lacrime e una normalizzazione forzata che non riesce a convincermi.

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