4 febbraio 2026

Sirāt

Andiamo al Cinema

Cercare una figlia e una sorella nel mezzo del deserto marocchino, nel mezzo dei rave.
Potrebbe essere un nuovo detto popolare, di quelli che indicano un'impresa impossibile, soprattutto se quella figlia che si cerca non vuole farsi trovare, con il suo sguardo triste, con le notizie che non dà da mesi.
Luis e Esteban, padre e fratello, la cercano disperatamente, fuori luogo con la loro età in mezzo al popolo dei rave, che vive di musica, di quell'esperienza che immerge nella musica, che fa viaggiare e perdersi.
Sirāt è proprio questo: un'esperienza.


Non è un dramma classico, non è un giallo che cerca di ricostruire i passi mancati di quella figlia introvabile, che passa presto in secondo piano, nel mezzo di una guerra di non si sa quale entità, in mezzo a quel deserto che si attraversa come fuori dal mondo.
Seguiamo Luis e Esteban, seguiamo la carovana di raver fatta di due grossi camion che cercano un nuovo rave, che cercano di passare inosservati per strade quasi impraticabili.
Un viaggio dentro il viaggio, con tappe in cui cercare un briciolo di umanità, piccole e grandi trasformazioni e baratti e paure.
Finché tutto cambia, la tensione che chilometro dopo chilometro cresceva nel vedere un piccolo van muoversi in quel deserto e farcela a fatica per strade di montagna, per fiumi da guadare, cede, nel modo peggiore possibile.
Di più meglio non dire: come ogni esperienza -e come ogni film per quel che mi riguarda- andrebbe visto senza sapere nulla, godendosi un viaggio che vale più della meta irraggiungibile, che si fa metaforico, che diventa angosciante.


Sirāt significa proprio questo, e ce lo si dice sui titoli di testa: la retta via da seguire nella vita, che porta a Dio attraverso un ponte sottilissimo come un capello e tagliente come la lama di un coltello.
Scuote, Sirāt, fa sobbalzare sulle poltroncine e come il migliore dei thriller tiene tesi e desti e anche se viene da chiedersi "e quindi?", a quel quindi si risponde: da quand'è che non sentivi una stretta allo stomaco così? Da quand'è che non avevi la tentazione di alzarti perché di più non si regge?
Il regista Óliver Laxe era partito dall'idea di fare un film su dei camion nel deserto, uno stile Mad Max molto minimalista di cui però non riusciva a trovare i finanziamenti. Ha ampliato il concetto, lo ha reso più umano e quindi più doloroso e deve di certo un gran merito a Nadia Acimi, la costume designer che ha scovato le facce giuste e i giusti corpi per rappresentare i raver di cui imparare a fatica a fidarsi.
Ora, forse ho visto troppi horror ultimamente per pensare a una svolta cannibale che ha affievolito di un briciolo la mia tensione nel film che mi ero immaginata da un certo punto in poi, e forse mi aspettavo più musica, più volume, più scene notturne di un rave che si consuma in fretta e perlopiù con la luce del giorno a favore, mentre quello solitario si interrompe in fretta e in modo esplosivo, come richiesto da Jade.


La fotografia che mostra spazi spaventosamente belli, la colonna sonora continua e soprattutto i rumori che si sono giustamente meritati una nomination all'Oscar (si dice sound design, va bene), sono riusciti a tenermi dentro come in un'ipnosi.
Ammetto quindi che quel quindi, quelle aspettative, quell'angoscia sono state minori nella mia esperienza, ma con il suo fare metaforico, con la sua cruda realtà fatta di scelte sbagliate e di interruzioni improvvise, Sirāt non può lasciare indifferenti e si fa cinema nel senso più crudo del termine: Sirāt si fa viaggio, si fa esperienza, condivisa in una sala che tiene il fiato sospeso, che trema nelle poltroncine, che sussurra "basta!" ma in realtà ne vuole ancora.

Voto: ☕☕/5

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