4 novembre 2026

Fatherland

Andiamo al Cinema

Padre e figlia tornato in quella Germania che avevano lasciato prima dello scoppio della II Guerra Mondiale per fuggire negli Stati Uniti. 
Percorrono macerie, percorrono le sue divisioni e le sue ipocrisie, con i segni e la presenza del nazismo e di Hitler ancora lì, seppur camuffate.
Padre e figlia non sono due cittadini qualunque.
Lui è Thomas Mann, lo scrittore e saggista, richiamato in patria per ricevere il premio Goethe e che su Goethe e la sua figura controversa si ritrova a riflettere. 
Lei è sua figlia Erika, che un ruolo definito oltre quello della figlia deve ancora trovarlo, sfidata su questo fronte dal fratello ribelle, quello che dal padre si è staccato con forza, vivendo liberamente la sua omosessualità e la sua dipendenza dalle droghe.


Da Francoforte a Weimar, padre e figlia affrontano il loro passato fatto di fughe e di silenzi, e il loro presente fatto di tante parole e riflessioni che sembrano lasciare fuori i sentimenti, quello che conta, alla ricerca di una casa che non si sa più dov'è e a cui forse non si può più trovare. 
Paweł Pawlikowski conclude la sua Trilogia sul Novecento e lo fa ancora una volta con una storia piccola, che si fa universale.
Non più personaggi comuni com'era stata la novizia Ida, né amori impossibili come quello tra Zula e Wiktor, ma un uomo di lettere che cerca di essere all'altezza del suo Nobel e si crede più in alto anche del dolore, e di una figlia che si sente più sorella il cui heimat è ora perduto per sempre.
Le immagini restano quelle di un'esteta di accecante bellezza, con le loro scale di grigi a mostrare macerie e rigidità di palazzi, camere vuote e grandi ricevimenti. Ritroviamo il suo bianco e nero luminoso, la sua composizione formale con la macchina da presa per lo più ferma con i personaggi ad entrare e uscire dalla sua inquadratura, a renderla viva. Si muove solo quando a essere inquadrati sono le tombe e sono i morti, sono le statue a rappresentarli. Perché la morte aleggia su questo viaggio e sulla famiglia Mann, una morte annunciata sul filo del telefono, in un'apertura che è una dichiarazione d'intenti.


Si cerca la logica, ci si aggrappa alla filosofia, alle discussioni letterarie e ai ragionamenti morali in un mondo diviso in blocchi, con la violenza ancora presente, con i cattivi da condannare ma ancora liberi, con la sensazione di un eterno ritorno dove ci sono solo macerie.
La musica è un leitmotiv che accompagna questo viaggio, fatto di folklore e di cori moderni, di jazz e di musica americana fuori posto.
In auto con Thomas e con Erika, si osservano i loro silenzi e la loro dignità anche nel dolore, nello spaesamento di non sapersi trovare, con un Hanns Zischler granitico e una Sandra Hüller che dimostra ancora una volta tutta la sua bravura in un'annata in cui potrebbe essere presente agli Oscar con ben 4 film. Difficile scegliere il migliore, per ora.


Fatherland mi lascia immersa nel bianco e nero in cui sono da tempo in quel di Schabbach, con il concetto di heimat che ritorna, in una Germania che affronta le sue colpe e i suoi fantasmi.
Una Germania a pezzi che dalle macerie deve ripartire, e proprio fra quelle, sembra possibile trovare la pace, la bellezza, quella di una chiesa che si ricostruisce a partire dal suo organo.
Scorrono le lacrime, si scalda il cuore, per un piccolo film capace di essere così grande.

Voto: ☕☕☕☕/5

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