21 aprile 2015

P'tit Quinquin

Quando i film si fanno ad episodi.

Due cruenti omicidi per iniziare.
Un piccolo paese sconvolto dall'accaduto.
I segreti e i tradimenti scoperchiati dalle indagini.
Bambini curiosi e coinvolti in quanto accade.
Una coppia di ispettori chiamati a investigare.
Sembra la più classica trama di una serie crime, con tanto di ispettori decisamente particolari che rubano la scena al caso, proprio come succede in un The Killing o in un Broadchurch.
Qui però c'è la firma di Bruno Dumont a fare la differenza, un autore che sa lasciare il segno (pur premettendo che da queste parti nessuna sua opera precedente è passata sotto visione), che ha avuto dal canale francese Arte carta bianca per il progetto, permettendosi l'uso di attori non professionisti, a cui han seguito la presentazione in quel di Cannes, il passaggio a Torino e il successivo (e provocatorio) numero uno nella classifica di fine anno dei Cahiers du Cinema sui migliori film dell'anno 2014.


Gli ingredienti di una serie crime vengono stravolti prima di tutto perchè la stessa indagine passa in secondo piano.
Mentre i cadaveri, i corpi ritrovati si accumulano e aumenta il grado di efferatezza (due infatti le vittime ritrovate all'interno di mucche, una divorata dai maiali, un'altra messa in posa come un quadro di Rubens), Van der Weyden e Carpentier non sembrano preoccuparsi troppo di cercare il colpevole, con il secondo che probabilmente si avvicina alla verità, lasciando andare i sospetti, soffermandosi ad analisi e riflessioni fuori luogo, girovagando per le strade di Boulunnais senza sosta.
Ad incrociare il loro percorso più e più volte è il piccolo Quinquin, che assieme alla giovane fidanzatina Eve e ai suoi amici si lasciano andare a bravate degne di quell'età, facendosi sguardo neanche troppo innocente di quanto accade.


Quello che davvero intriga della serie, quello che è il suo marchio definitivo, è il carattere di commedia non-sense, surreale, e di fatto tragicomica, fatta di personaggi strampalati, di difficile identificazione, di un'ironia dissacrante che ha il suo vertice in un funerale fuori dal comune ma che prosegue in situazioni e in richiami folli che strappano sorrisi laddove sarebbero più impensabili.
Il ritmo che procede veloce e suggestivo nei primi due episodi, cala un po' in un finale che resta irrisolto, quando però alcuni personaggi e le loro ossessioni sono venuti un po' a noia, su tutti Van der Weyden che con i suoi tic esagerati si fa esempio del troppo che stroppia.
Le immagini che diventano subito iconiche, la particolarità fisica ed espressiva di questi protagonisti alle prime armi che bucano lo schermo, fanno però di P'tit Quinquin uno di quei prodotti di classe, magari un po' elitari nel loro non voler essere elitari, e che colpisce l'immaginario di tutti, innegabilmente.
Definirlo miglior film, o miglior serie dello scorso anno è, però, un po' eccessivo, anche per dei patriottici come i francesi.


3 commenti:

  1. Grandissimo film... pardon grandissima serie.
    I francesi secondo me non hanno nemmeno esagerato. P'tit Quinquin è una delle cose più geniali e divertenti viste negli ultimi tempi.

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  2. La penso esattamente come te, inizio folgorante che però purtroppo non riesce a mantenersi agli stessi livelli per tutta la durata.
    (L'ho visto a Torino - in sala in unica proiezione - e alla fine non ne potevo davvero più dei tic dell'ispettore...)

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