22 ottobre 2017

La Domenica Scrivo - Ricostruire (di pazienza, sudore, di santuari e cucine)

Due volte nel giro di pochi mesi, questa storia mi si è ripresentata.
È la storia di un santuario, in Giappone. Uno come tanti, si direbbe. Simile agli altri: antico, sacro, fatto di colonne, di statue, di gong e di preghiere appese.
Ma diverso. Ogni vent'anni diverso.
Perché ogni vent'anni viene distrutto, buttato giù, pietra dopo pietra, legno dopo legno.
E ricostruito.
Ogni volta simile all'originale, quello del 690, ogni volta, qualcosa sarà diverso.
Ora, siamo alla 62esima versione del tempio, che in realtà, per essere meno poetici, è un complesso di santuari. La prossima versione del Santuario di Ise sarà nel 2033, nuova, sì, diversa, ovvio, ma che guarda al passato.
C'è un che di poetico, se si passa sopra alle ingenti spese per la ricostruzione, c'è un che di sacro nel fare e disfare.
Come una tela, come una Penelope, o come un mandala di sabbia.
Anche lì, sempre dei monaci, ma tibetani, studiano colori, linee, intrecci. Con pazienza e tanto, tanto tempo, si sforzano nel loro progetto, nel loro disegno.
Pregano, nel mentre.
Poi, tempo di ammirare il tutto, e tutto viene soffiato via, perduto, distrutto.
Come a dire e ribadire che non è la meta finale l'obiettivo, è il percorso che ti ci ha portato.
Costruire, ricostruire.



I Giapponesi ne fanno un'arte, ne fanno lavori e esempi che diventano una vera e propria poesia.
Lo Kintsugi, per dire.
Quella tecnica perfetta come aneddoto per far colpo ad un primo appuntamento o con un post su Facebook.
Quella tecnica che ripara ciò che è rotto, che mette insieme i cocci di un vaso, di una tazza, e non nasconde le crepe, le rovine.
Non le mimetizza alla bell'e meglio con un po' di attack.
No.
Le sottolinea con l'oro.
Le rende le particolarità che faranno unico quel vaso, quella tazza.
Come a dire che i nostri difetti, anche i peggiori, sono quelli più luccicanti, più preziosi, perchè ci rendono noi.

Nel costruire casa -che in realtà, nel mio caso, non è un costruire ma in parte ristrutturare, in gran parte accettare le scelte fatte da altri (grazie al cielo con buon gusto, sempre nel mio caso)- ci si dovrebbe ricordare di questo.
Di mettere personalità, se stessi, in quello che poi si andrà ad abitare -o meglio- a vivere.
La mia casa è fatta all'80% di mobili usati, di mobili vecchi lasciati dal vecchio proprietario o trovati in garage e scantinati di nonne, parenti, zii.
Questione di economia.
Questione di personalità.
C'è un vecchissimo frigo degli anni '20 che era nel bar di famiglia, tramutato dopo ore di verniciatura e lucidatura, in dispensa.
C'è un panchetta anonima a cui bastava cambiare i pomelli per avere carattere.
C'è un mobile che era così tarlato che sembrava da buttare, ma con pazienza, litri di prodotto apposito, ha ripreso vita.
E poi c'è il progetto più ambizioso: la cucina.
Prendere la cucina che era dei miei nonni, che ha più di 30 anni, e decidere di farla propria, di svecchiarla, cambiarla, renderla nostra.


Sono stati mesi e mesi di duro lavoro, in cui ho scoperto non solo l'esistenza della levigatrice, ma pure ad usarla, in cui sono impazzita più volte al Centro del colore, in cui ho usato pennelli diversi da quelli che uso quotidianamente a lavoro, impregnanti, fissanti, decidendo man mano elettrodomestici vari, quali pezzi di quella cucina tenere e quali scartare (=mettere in soffitta, che si sa mai, fra 30 anni o meno la buona volontà potrebbe tornare), il piano in marmo o simili più adeguato, girando fra campioni, negozi, facendo del piccolo appartamento e del suo garage, un laboratorio di due falegnami in erba.
Fatica, tanta, polvere a non finire, ma la soddisfazione a progetto ultimato, a cucina montata, di vedere la trasformazione, la bellezza, la bravura.
Mentre pullula la convenienza dei negozi dell'usato, mentre io non ho mai smesso di scovare nell'armadio delle cose inutili (perchè sì, in una famiglia in cui la mamma non butta niente, c'è un apposito armadio delle cose che non si usano più) vestiti, maglioni, jeans che tornano più che utili, mentre il vintage e l'hipsterismo invitano a prendere vecchie bici, vecchie macchine da scrivere, vecchio tutto e farne arredo, io con il giovine ho preso una vecchia cucina e l'ho fatta nuova. Facendola nostra.
E non credo dimenticherò facilmente quei mesi bardata di cuffia per i capelli, mascherina e guanti, al freddo di gennaio-febbraio-marzo a scartavetrare.
Non lo dimenticherò mai, e ad ogni colazione, ad ogni pranzo, ad ogni cena, invece delle lacrime, del sudore, della disperazione, ad affiorare sarà un sorriso.



Ma tra la partenza e il traguardo
In mezzo c'è tutto il resto
e tutto il resto è giorno dopo giorno
e giorno dopo giorno è
silenziosamente costruire
e costruire è sapere
e potere rinunciare alla perfezione.
Niccolò Fabi - Costruire

14 commenti:

  1. Se le foto sono il prima e il dopo della tua cucina hai fatto un lavoro fantastico, complimenti davvero!
    La cosa dei templi in Giappone la conoscevo, ma quello di Ise non è l'unico, è un'usanza diffusa.

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    1. Sì, è un prima e dopo, con annessa scelta sofferta di quali parti fare a meno, ma la cucina dei nonni era giusto un filino più grande della mia.
      I giapponesi li capisco poco, il tutto è molto poetico, ma soprattutto con una scadenza ogni 20 anni e cpn più di un santuario coinvolto, mi sembra un tantino esagerato questo fare e disfare.

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  2. Ho ingrandito e confrontato le foto, perché non ci ho creduto che fossero gli stessi mobili. Che fatica, e che bravi, davvero.
    Fateci colazioni, pranzi e cene bellissimi.

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    1. Grazie mille! È stato un lavoraccio, ma la trasformazione si vede ed è riuscita, tenendo conto poi che si è scelto e comprato senza mai avere il tutto davanti e almeno in parte terminato, ci è andata alla grande. Ne siamo innamorati e soddisfatti come non mai :)

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  3. Dalle case si capisce molto di come sono fatti i suoi occupanti... e vedendo queste foto la mia stima per te arriva a livelli ormai elevatissimi ;) complimenti!

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    1. Grazie Sauro! La falegname in erba che è in me è fierissima del risultato :)

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  4. Se una cosa va già bene, perché ricostruirla?
    Nel tuo caso ok, ma in quello del santuario giapponese mi sembra un esempio di remake inutile, un po' come L'inganno di Sofia Coppola. :)

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    1. Diciamo che i Giapponesi sanno essere molto poetici ma si fanno prendere la mano. Vent'anni poi non sono così tanti, e infatti pure wikipedia parla delle ingenti spese di denaro per la ricostruzione di volta in volta... Meglio i mandala ;)

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  5. Non ci crederai mai ma la cucina dei tuoi nonni è praticamente identica a quella dei miei, dove mangio ogni giorno, comprata 30 anni fa e adesso ancora presente :D
    Comunque hai fatto bene, questa nuova è molto più bella ;)
    Infine non sapevo di questo santuario, ma a parte la poetica come dicevano al Drive-In "A me, me pare 'na strunzata"..

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    1. Ci credo, ci credo! Anche l'altra nonna ce l'ha uguale e ora che a queste cose presto più attenzione, di cucine simili in case di nonni o persone di una certa età ne continuo a trovare. Il bello è che sono resistenti e con pazienza e sudore, possono essere rimodernate :)

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  6. fare|disfare mi piace, è cambiamento|rinascita|vita
    però nel caso del santuario, di cui non sapevo nulla, mi sembra davvero un peccato.
    la vostra cucina, fatta di ricordi vecchi|nuovi, è bellissima! :)

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    1. Grazie, un po' tutta la casa vive di ricordi vecchi|nuovi con la speranza di farne ancora e ancora. In questa cucina, poi, tutto sembra più magico, anche perchè è davvero l'unica stanza che abbiamo potuto cambiare|personalizzare del tutto.

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  7. ha fatto lo stesso la SuperMamma con la sua cucina...
    io sono un po' meno brava di voi, la mia cucina non vedo l'ora di cambiarla, la vorrei da famiglia, solida, solidissima, di legno buono, estremamente buono e con dettagli indistruttibili

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    1. E brava la Supermamma! Noi vista la possibilità e la scarsa disponibilità di denaro, non ci siamo fatti molte domande e ci siamo impegnati per farcela, anche perchè il legno è di quelli solidi, e chissà quanto ancora ci resisterà! Ma ci sono cucine splendide in giro, da perderci la testa!

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