3 settembre 2017

Venezia 74 - La Casa sul Mare

Ripongo sempre grandi speranze nei film francesi. Credo di riporle giustamente poi quando parlano di ritrovi di famiglia, di un passato da ricordare, di un futuro incerto da costruire insieme, mentre aleggia quella malinconia tipica del lutto, del mare, dei ricordi.
Ne La Villa tutto questo c'è: ci sono tre fratelli chiamati al capezzale di un padre reso silente da un ictus, ci sono vecchie ferite da rimarginare, un passato felice ad unirli, in quella villa in riva al mare dove sono stati felici. Ora quella villa, come loro, è sola e isolata, in un'insenatura marsigliese dimenticata da turisti e bagnanti, in piena crisi immobiliare.
Lì sono però rimasti i vicini di un tempo, gli amici di sempre, e ritrovarsi, significa tornare a conoscersi.
C'è dell'altro però, c'è l'attualità che bussa, con migranti che sbarcano e scappano per quelle montagne, cercando rifugio.

Venezia 74 - No Date, No Signature

Ormai certi tipi di film non mi spaventano più, e proprio per questo sanno sorprendermi.
Film iraniano, ma non di guerra, film cupo e apparentemente pesante, No date, No signature, ha in sé una profondità e un'intelligenza di scrittura non da poco.
L'inizio è uno scontro, un incidente stradale tra uno scrupoloso medico legale, e un motorino sul quale viaggia un'intera famiglia. Si fermano, constatano i danni, Narim si assicura che nessuno si sia fatto male, li prega di andare al pronto soccorso per gli accertamenti, e si salutano.
Il giorno dopo, però,  arriva il corpo di uno dei figli sul suo tavolo per un'autopsia. Causa della morte, sconosciuta.

2 settembre 2017

Venezia 74 - Suburbicon

Esclusiva tutta veneziana: George Clooney dirige un episodio speciale della serie Fargo.
Come, non è così?
Non è una nuova stagione in formato film quella che si è vista?
Ah.
Che succede allora alle penne dei fratelli Coen che si ripetono, che prendono gli stessi identici temi del film, e della serie poi, per consegnarle in mano a un loro attore feticcio?

Venezia 74 - La Mélodie

Si diceva ieri a proposito di West of Sunshine che di film con protagonisti disperati ne abbiamo quasi abbastanza.
Oggi, dico, che se ne ha abbastanza dei film ambientati nelle scuole, con professori che diventano nuovi Robin Williams, con classi disagiate che si riscattano.
La storia è sempre quella, questa volta declinata nella periferia di Parigi e con il violino a portare quel riscatto, ma la sostanza, e soprattutto la struttura, non cambiano.

Venezia 74 - Foxtrot

Fermi là.
Vi richiamo ancora all'ordine perchè lo so che siete come me, che vedete un regista israeliano (Samuel Maoz) e tentate la fuga, leggete lingua farsi e vorreste uscire dalla sala, ma no, anche questa volta, fidatevi, tentate, e non ve ne pentirete.
Perché?
Perché Foxtrot è una storia che non ha bisogno di una geografia, perchè Foxtrot ha dalla sua una signora storia, perchè questa storia ha una sceneggiatura sopraffina, fatta di incastri, di drammi, di risate e genialità. Perché Foxtrot ha una regia da applausi, che -lo dico? lo dico- mi ha ricordato Tarantino e i suoi movimenti di macchina, le sue peripezie, i suoi angoli strani, le sue sperimentazioni.
E lo so che Tarantino lo si tira sempre in ballo, figurarsi in una storia dove l'assurdo, la tragedia unita alla commedia si mescolano.
Ma a lui ho pensato, o se non a lui, a quel Big Bad Wolves ugualmente israeliano che aveva eletto film dell'anno nel 2013.

1 settembre 2017

Venezia 74 - West of Sunshine

Quanto ci piacciono i protagonisti disperati.
Loro, con il mondo contro, contro il mondo, a cui non ne va bene una, che se le cercano, sbagliano e cadono. Quanto piacciono al cinema, sopratutto.
Piacciono così tanto che quasi si è stanchi di ritrovarli su grande schermo, seguire i loro tentativi di farcela, di pagare debiti in realtà accumulandone, di procacciarsi il denaro necessario, invischiandosi in giri ancora più loschi, con quei figli scarrozzati di qua e di là, mentre il loro rapporto si logora e si fortifica.
Siamo quasi stanchi, sì.
Quasi.

Venezia 74 - Human Flow

Sono i film più difficili quelli che parlano del nostro drammatico presente.
Sono i film che coinvolgono la nostra coscienza, la nostra morale, e pure la nostra politica.
Sono anche quelli in cui è più facile scadere nel buonismo, nella ripetizione e nel tentativo di far versare lacrime facili per lavar così quelle coscienze di cui sopra.
Ma restano necessari.
E vanno comunque giudicati per quello che sono, visto il contesto in cui vengono presentati: film.


Il progetto di Ai Weiwei riesce fortunatamente ad evitare scivoloni e buonismi, in quanto lo stesso non si nasconde dietro la macchina da presa, ma si mostra, in quel viaggio impegnativo e necessario che ha voluto compiere in giro per il mondo, sulle tratte di chi fugge da guerre e povertà, sui luoghi, campi e hangar, dove quel rifugio i migranti lo trovano.
La sofferenza, la si vede tutta, una sofferenza che fa quasi da contrasto a quel sorriso che non manca quasi mai sul volto di chi ha ancora speranza, si spinge più in là, aspetta, ma almeno ha messo piede in un Paese non in guerra.
A fare da contraltare, le interviste a chi -politici, organizzazioni e volontari- questi migranti li aiuta o li vuole aiutare, analizzando le politiche di un'Europa che chiude frontiere e innalza muri.
Per chi è informato, per chi queste realtà le conosce e cerca di capirle, poco di nuovo, purtroppo.
Ma a fare la differenza rispetto a un qualunque approfondimento da telegiornale, sono le immagini di una bellezza straziante, una fotografia curata anche in mezzo al disagio, in cui macchina da presa, macchina fotografica e pure i droni, aiutano a mostrare la poesia della tragedia.
Il pensiero corre a Fuocoammare, che da queste parti, per la sua costruzione artefatta e per quella pesantezza superflua, non aveva convinto, il pensiero, si addice allora più a Io sto con la sposa, dove l'umanità, il cuore, entrano davvero in azione per provare a spiegare, mostrare e far conoscere.
Human Flow con i suoi 140 minuti di durata, non è esente da pesantezze e ripetizioni, ma resta sì uno di quei film di cui si fatica a parlare male, ma soprattutto, un film, un documentario, necessario e che ogni essere umano dovrebbe vedere per ridimensionare la sua posizione, per conoscere davvero quello che nel mondo, o dietro l'angolo di casa, sta succedendo.

Venezia 74 - Charley Thompson (Lean on Pete)

C'è quell'America dimenticata, quell'America di provincia, di reietti che sopravvivono sbarcando il lunario come possono, ci sono famiglie distrutte sul nascere, birre che a differenza del cibo non mancano mai, ci sono i sogni dei giovani che da lì vogliono fuggire, e ci sono i soliti raggiri a tentarli.
Andrew Haigh, dopo aver raccontato l'amore dopo 45 anni di matrimonio, punta i riflettori sull'adolescenza, quella complicata di Charley, chiamato a un passaggio all'età adulta che richiede numerosi sacrifici.

Venezia 74 - Our Souls at Night

Avvertimento per tutti coloro che -come me- hanno amato il romanzo di Kent Haruf: il regista Ritesh Batra si è preso parecchie libertà.
Ha condensato, ha tagliato, ha cambiato soprattutto.
In meglio? In peggio?
Non è facile rispondere.
Perchè la magia, la poesia e il malinconico romanticismo di Holt, sono rimasti nonostante tutto, intatti.