20 settembre 2014

You, the Living

E' già Ieri -2007-

Trilogia di Roy Andersson, capitolo 2.
Nulla sembra cambiare sotto il pallido sole della Svezia.
Ancora uomini (e donne) soli e depressi, ancora statici quadri di cui ci facciamo osservatori, ancora colori tristi che virano questa volta al verde e all'azzurro, spenti e per nulla ravvivanti, a colorare lo schermo.
Vista così, nella sua interezza e quasi uno dopo l'altro, i film che compongono questa trilogia sembrano davvero appartenere ad un unico pensiero, e, per essere un po' cinici, si potrebbero tranquillamente scambiare gag dell'uno o dell'altro senza cambiare poi di molto il risultato finale.
Certo, certo, visto che è una trilogia questi punti in comune sono necessari, ma la staticità non solo di quanto avviene sullo schermo, ma anche della tecnica e dello stile di regia (tenendo poi conto che da un progetto all'altro passano 7 anni) fa riflettere giusto un po'.


Le canzoni che ci si aspettava in Canzoni del Secondo piano, le ritroviamo qui, con quegli uomini soli che si ritrovano soli o per una volta in compagnia a suonare i loro strumenti in camere sempre vuote e deprimenti. Non certo una gioia per i vicini e per i famigliari, costretti a sopportare tamburo, tromba e quant'altro nelle loro lunghe litanie.
Le gag più divertenti sono in questo caso lasciate a una donna disperata e alcolizzata che litiga in continuazione con il fedele compagno, e il loro cagnolino, mentre a fare da fil rouge alle vicende sono i sogni stralunati (essere condannato a morte per aver distrutto un servizio di porcellana, credersi un aereo carico di bombe...) che uno strano personaggio fa, e che prendono vita per noi, e che l'uomo ci racconta con lenta tristezza anche nei momenti più impensabili, direttamente rivolto alla macchina da presa durante il sesso coniugale.
Fortunatamente, la magia altrettanto sognante del finale, salva la visione, con quella casa che si muove che fa riferimento al finale del capitolo 1, e che qui prende magicamente vita per la gioia di una fan sfegatata.


Andersson non cambia il suo registro, non cambia i suoi protagonisti e non cambia di certo stile.
La si veda come una coerenza, o la si veda come una scelta o come il ripetere di una formula, sta di fatto che per la terza volta ci si chiede se c'è qualcosa di più, che cosa ci vogliano dire tutti questi stralunati personaggi che ci passano davanti gli occhi, e il tutto sembra molto più confuso, molto meno diretto che nel precedente, e volendo anche del successivo capitolo, declinando il tutto più che al non-sense e al surreale, al grottesco.
Restano quindi ottimi quadri, perfettamente incasellati dalla fotografia della macchina da presa, che si concede anche questa volta un unico movimento, un carrello a seguire e a anticipare, nel mezzo di un banchetto.
Si chiude qui la parentesi Anderssosiana del blog, con un bel po' di amaro in bocca, e con parecchi punti di domanda che ancora aleggiano sopra la testa, e che, con ogni probabilità, Andersson sarebbe lieto di vedere.


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