30 ottobre 2015

The Walk

Andiamo al Cinema

6 agosto 1974.
New York si ferma.
New York resta con il fiato sospeso e il naso all'insù.
Fra quelle due torri gemelle che stanno ridisegnando lo skyline della città, tra quelle torri che i newyorchesi non amano particolarmente e che stanno per essere completate, cammina un uomo, vestito di nero, sospeso su un filo.
Quell’uomo, un pazzo, un’artista, un genio, sopra quel filo, a 400 metri da terra, a 110 piani d’altezza, ci resta per 45 minuti, cammina, si siede, si stende: cambia il mondo.
Quell’uomo è Philippe Petit, un funambolo francese, che ha visto fra quelle torri un bel posto dove stendere il suo filo.
A raccontarci la sua storia è Robert Zemeckis, uno che tra Ritorno al Futuro e Forrest Gump di epopee e leggende se ne intende, e qui, attraverso quella di un’artista di strada che ha un sogno da realizzare, ci parla di malinconia, di un qualcosa che non c’è più.
Petit è infatti solo in parte il protagonista di questa storia, della sua storia, a dividere con lui la scena sono due torri in fase di costruzione, studiate, analizzate, scandagliate assieme alla sua banda di complici, che prendono vita, acquisiscono un’anima, proprio grazie alla sua impresa.


Lui, ne era semplicemente rimasto folgorato da una foto su una rivista, e ne aveva fatto il suo sogno a cui dedicarsi con ore di allenamento, con spettacoli per racimolare denaro, denaro per comprare i segreti di un funambolo esperto e sapiente.
Rimarrà la sua impresa storica più famosa, la più impressionante, che lo consegna alla storia, e che qui ci lascia ancora una volta senza fiato.
Ma prima di questa esperienza, prima di poter solo lontanamente capire cosa Petit in equilibrio su quel filo, in quei 45 minuti infiniti, potesse sentire e pensare, c’è altro da raccontare: la sua vita.
Ed è lui stesso a raccontarcela, con un Joseph Gordon-Levitt ammiccante e gigioneggiante, che con la sua voce ci guida, giocosamente, in un passato dove la famiglia non lo sostiene, dove Parigi lo accoglie per le sue strade, dove trova l’amore e la dedizione per il funambolismo all’interno di un circo.
È una girandola inarrestabile, un fiume che scorre che noi seguiamo appassionatamente, guidati da un ritmo esaltante, da una sceneggiatura serrata.
Poi, una volta arrivati a New York, ci si ferma, il colpo è da preparare nei minimi dettagli, la frenesia lascia il posto alla paranoia, a una paura che si insinua dentro.
Tutto quello che poteva andare storto, in quella notte d'agosto, va storto, ma Petit è lì, pronto a compiere quel passo, pronto a destabilizzare il suo equilibrio, a essere un funambolo.


Non ci sono troppi dubbi nel dire che The Walk è un film che ha tanto cuore, che mette in risalto da una parte la passione di Petit per il sogno, per vederlo realizzare, dall’altra l’amore e la nostalgia che quelle due torri rappresentano.
Si potrebbe quindi pensare a un film buonista, a un film americanata, ma invece no, perché tutta questa operazione fa trasparire una genuinità palpabile.
La si sente, correndo tra le strade di Parigi, percorrendo in lungo e in largo e in altezza quelle torri per poter memorizzare tutto, la si sente in un cast affiatato in cui spicca un saggio Ben Kingsley, la si vede negli occhi di Joseph Gordon-Levitt che sorridono sinceri, nella sua voce (oh, quando parla in francese…) che ci accompagna.
Ma la si sente soprattutto lassù, sospesi con lui a 400 metri d’altezza, in cui Zemeckis tra effetti speciali e ricostruzioni (non sempre riuscite) riesce a trasmetterci tutte le sue sensazioni: paura, ansia, ma anche una pace e una sicurezza impensabili.
Si resta letteralmente con il fiato sospeso, a far sudare le mani, a tenersi quello stomaco gravato dal peso delle vertigini, e si resta incantati, di fronte a un’impresa tanto folle quanto bella.
Sì, bella.
Tutto questo rivive in un film che lascia sognanti, lascia esaltati, ma sotto sotto, dietro a quella frenesia, dietro alla gioia e al successo di quell’impresa, c’è un filo di malinconia, legato al passato, legato a un sogno ora realizzato, ora concluso, che si tende davanti a noi.


12 commenti:

  1. Il documentario sull'impresa di Petit, Across a wire, è molto, molto bello.
    Del film temo la possibile retorica, ma una visione la concederò.

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    1. Io non ho visto il documentario, ma se posso permettermi caro Ford... questo, in realtà, più che un film su un personaggio è un film sull'America: non è una biografia di Petit (della sua vita vengono mostrati solo i passaggi essenziali) ma la rappresentazione di un Paese tenacemente attaccato al proprio sogno. A me è piaciuto tantissimo.

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    2. Come ti ha già scritto Sauro, qui Petit condivide lo schermo con le torri, ma non c'è niente per cui storcere il naso, il film viene costruito senza buonismi o retorica, a prevalere è una determinazione e un senso di nostalgia davvero emozionanti.
      Penso lo approverai!

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  2. ho provato a proporlo a sua bionditudine, ma lei soffre di vertigini e me l'ha bocciato! :)

    p.s. non è successo il 7 agosto?

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    1. Soffrendo di vertigini pure io, l'ultima mezzora l'ho passata a trattenere il fiato, tenere lo stomaco, e sudare freddo! Capisco sua bionditudine, ma ce la si può fare ;)

      p.s.: sì, era il 7, mannaggia, nel film cerchiano in rosso il 6 perchè l'operazione parte il giorno prima e mi sono confusa.

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  3. Per la trama, mi ispira ben poco. Invece, mi attirano attore e regista, prevedibilmente.
    Anche se Levitt, doppiato e senza accento francese, perderà tanto.
    Vedremo. Vedrò. ;)

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    1. Avendolo visto al cinema, in una sala gigante ma vuota, ho accettato il doppiaggio: fortunatamente la voce di Levitt è di quelle che mi piacciono, e a parte qualche sbalzo francese/inglese/italiano che confonde, resta godibilissimo!
      Potrebbe conquistarti, la trama viene sviluppata benissimo e con tanto ritmo, come piace a noi :)

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  4. L'ultima mezz'ora di The Walk è una delle più belle mezz'ore che ho mai visto al cinema, anzi E' cinema allo stato puro. Sottoscrivo tutto quello che hai detto, aggiungendo che per me questo è anche un film fintamente naif e profondamente politico: ci parla dell'America prima dell'attentato alle Twin Towers, e della conseguente perdita dell'innocenza di un paese che fino allora era attaccato strenuamente al suo Sogno. Bellissimo.

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    1. io la metafora non l'ho vista così estesa, sai. Sì, c'è un accenno di qualcosa, ma per me il film è stato principalmente quello che mostrava :) Spero di scriverne a breve

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    2. Pur vedendo come protagonisti sia Petit che le torri, non c'ho visto un messaggio politico, anzi.
      Come dice Sam, è quello che si vede: un omaggio, una speranza, verso tutti i grandi sognatori, che fa battere il cuore.

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  5. bello bello! Condivido le tue sensazioni in proposito :)

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  6. Ieri sera "The Walk". Le due ore di film mi hanno frastornato e lo sono anocra. Troppa bellezza e troppo di ogni cosa nell'ultimo film del cineasta americano. Il miracolo è che tutto è perfettamente amalgamato da ogni parte si guardi l'opera. Spesso si parla di effetti speciali al servizio della storia, ma con "The Walk" tutto cambia, il corpo cinematografico si modella sulla memoria, il set non può più quindi essere bidimensionale per poter essere esplorato e perché esso possa raccontare quello che contiene. Il cinema non si riscopre tra i corpi sintetici cameroniani ma in un filo teso tra due linee che toccano il cielo, nel mezzo di questo un punto nero, un funambolo, uno sguardo nuovo sulla memoria del tempo. Un viatico per ricordare la magia che il cinema solo può creare. Un elogio alla illusione resa possibile solamente dalla realtà.

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