29 ottobre 2016

Amanda Knox

Settimana Crime

La premessa è d'obbligo: il documentario di Rod Blackhurst e Brian McGinn è chiaramente dalla parte di Amanda Knox.
La sua intervista, la ricostruzione di quanto accadde in quell'ormai lontano 31 ottobre 2007, gli avvocati e gli ispettori chiamati in causa, tutto è stato fatto per proclamare la sua innocenza.
Né più né meno di quanto fatto per Steven Avery in Making a Murderer.
Un'affranta Amanda, un ispettore sui generis, che si crede un novello Sherlock, un avvocato che in fin dei conti il suo cliente -Rudy Guede- l'ha difeso al suo meglio, tutti chiamati a raccontare e raccontarsi.
Proprio come Steven Avery e famiglia e avvocati.
A essere messa alla berlina, processata giustamente, è poi la stampa, che sul caso Meredith Kercher si è buttata a capofitto, inventando notizie, rastrellando dettagli torbidi, creando pure il soprannome Foxy Knoxy. Una stampa accanita, che subito si è schierata contro Amanda.
Proprio come la stampa contro Steven Avery.


A differenza del caso Steven Avery, però, qui ogni grado di giudizio dichiara Amanda Knox innocente.
A differenza del caso Steven Avery, poi, non ci sono tracce di DNA della ragazza nella camera dove Meredith è stata uccisa.
E allora, alla luce di questo confronto, viene da chiedersi: perché crediamo all'innocenza di Steven, al depistaggio della polizia, alla fabbricazione di prove false, e non crediamo a prove parzialmente contaminate, ad un alibi sostenuto da Sollecito, a interrogatori altrettanto dubbi?
Già, perché?
Perché forse, visto come la stampa italiana ha affrontato il caso, la colpevolezza per noi era già scontata, e così gridano le voci che si accalcano negli anni fuori dal tribunale di Perugia, Gabriele Paolini compreso.
Perché forse, se la stampa avesse coperto allo stesso modo anche il caso Avery, avremmo difficoltà a credere alla sua innocenza.


Lo sguardo di questo documentario Netflix, che arriva dopo due film e dopo innumerevoli altri documentari di tutto il mondo, costruisce bene i suoi personaggi.
Difficile credere che il pubblico ministero Giuliano Mignini non si renda conto della figuraccia internazionale a cui si sta sottoponendo, difficile credere che il giornalista Nick Pisa affermi senza esitazione frasi così assurde sulla propria professione (perché controllare i fatti, quando qualcun altro potrebbe soffiarmi lo scoop?
Già, perché?)
In questa ricostruzione, penalizzata di certo dalla mia visione doppiata, non molto di nuovo viene detto, anche se viene fatta chiarezza sui fatti, sulle prove, e sulle varie deposizioni.
Il lavoro dei registi Rod Blackhurst e Brian McGinn è quello di mostrare una ragazza rimasta dentro un incubo per 8 anni, quattro dei quali dentro ad un carcere, darle voce e darle la possibilità di difendersi e di muovere le sue accuse in prima persona.
E per quanto si sia di parte, per quanto queste ricostruzioni non siano ai livelli del montaggio teso e denso di Making a Murderer, il documentario fa certamente riflettere.
Si riflette sul potere della stampa, che crea veri e propri mostri, si fa giudice senza averne il diritto e crea giudici senza coscienza.
Si riflette soprattutto sul fascino oscuro del male, di quei crimini che per questa settimana hanno vissuto in questo blog e dai quali sono stata ossessionata nelle ultime settimane, divorando puntata dopo puntata, rovistando tra wikipedia e altri siti per saperne di più.
Il male ci affascina, la sua banalità, la sua incongruenza, quel suo essere distante ma innegabilmente vicino e dentro di noi.
E Netflix, così come HBO, così come altro canale che lascia sempre spazio nel suo palinsesto per una serie crime, lo sanno bene.
A restare nell'ombra, ad essere messe da parte, sono però le vittime di questi crimini, nomi e fotografie, brevi video le inquadrano mentre l'attenzione è rivolta al mostro, o al presunto tale.
Così è per Meredith Kercher, così, allo stesso modo, è anche per Teresa Halbach.


6 commenti:

  1. Poche cose, ti dirò, mi irritano quanto la santificazione mediatica della Knox.
    Che innocente o no, comunque non la conta giusta. Non mi piace.
    Sapendo che il documentario è un po' la sua agiografia, salto volentieri. :)

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    1. Io da questo omicidio sono sempre stata distante, visto il clamore che mi infastidiva, non mi sono mai fatta un'opinione o altro. Partendo senza pregiudizi, e soprattutto dopo la visione di Making a Murderer, più di una qualche domanda sulle colpe dei mass media e della loro distorsione della realtà, viene da farsela. Poi sì, come documentario di per sé non è dei migliori.

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  2. Con il caso di Perugia ho già dato con i film fiction finora realizzati. Il docu dalla parte di Amanda Knox per il momento me lo risparmio...

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    1. Se già ti sei sacrificato per quello con la Panettiere, sì, probabilmente sei apposto. Qui ci sono più fatti e riflessioni che non difesa su Amanda, e a conclusione della settimana crime, sembra davvero che i veri colpevoli siano quelli della stampa.

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  3. personalmente trovo che questa storia di cronaca abbia gettato un'onta seriamente negativa sul genere umano, e non è una cosa tanto per dire, ma una situazione pessima che crea fastidio.
    personale fastidio.
    ergo non ho smania di vedere questo approfondimento, che fa solo quello che lei, sotto svariati punti di vista, vuole: i riflettori accesi!

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    1. In questo caso, l'onta la si butta addosso ai media e ai procuratori che da subito hanno puntato il dito contro Amanda, e colpevole o no, il trattamento è davvero dei peggiori. Si fa chiarezza, si riflette, magari non nel migliore dei modi per un documentario, ma io arrivando senza pregiudizi di sorta, c'ho visto un barlume di verità.

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